giovedì 28 agosto 2025

Anora

"Anora" di Sean Baker (II). Con Mikey Madison, Mark Eydelshteyn, Yuriy Borisov, Karen Karagulian, Vache Tovmasyan, Ivy Volk, Lindsey Normington, Alena Gurevich, Paul Weissman, Darya Ekamasova, Aleksey Serebryakov e altri. USA 2024 ★★★-

Secondo "ripescaggio" estivo, Palma d'Oro a Cannes e cinque premi Oscar (tra cui miglior film, miglior regia e migliore attrice protagonista) nel 2024, un battage pubblicitario esagerato in cui è caduta la critica più corriva hanno fatto di Anora del semisconosciuto Sean Baker il fenomeno della passata stagione cinematografica, quando è nulla più di un film tipicamente newyorkese (che palle!), un assemblaggio di situazioni già viste mille volte, una commedia sexy-sentimentale-drammatico-gangsteristica con sfumature noir, che può essere tanto divertente quanto noiosa e a tratti irritante (140 minuti sono decisamente troppi), a seconda dei gusti e dell'umore dello spettatore. Anora (detta Ani) è una ventitreenne spogliarellista dall'aspetto esotico e particolarmente snodata specializzata in lap dance, che su richiesta offre servizi pagamento, insomma una sex worker, come si usa dire oggi, che "esercita" in un locale notturno di Brooklyn: una sera viene spedita in un privé dove è apparso Vanja, figlio scavezzacollo e alquanto cretino di un noto oligarca russo coi suoi amici, perché è l'unica a conoscerne la lingua, imparata dalla nonna uzbeka. I due si piacciono, lei fisicamente a lui, i sui soldi e la giocosità di Vanja a lei, tantoché dopo un paio di convegni erotici Anora viene ingaggiata dal ragazzo per fare la "fidanzata" in esclusiva per una settimana. Tra sesso e alcol a go-go, ci scappa un viaggio a Las Vegas dove, guarda caso, Anora riceve una proposta di matrimonio che, novella Pretty Woman, non può rifiutare perché la sua vita svolterebbe, ma anche quella di Vanja, che detesta i suoi genitori ed è negli USA con un permesso di studio: sposando una jankee, otterrebbe la tanto ambita Green Card che lo affrancherebbe dalla famiglia. La quale però gli manda alle calcagna T'oros, il faccendiere armeno di fiducia di stanza a New York che tiene d'occhio l'inaffidabile erede, e i suoi due scagnozzi, allo scopo di far annullare il matrimonio. Prima cercano di convincere la novella sposa, che non vuole mollare l'osso, e la "sequestrano", poi Vanja sparisce e il quartetto, ragazza compresa, lo cerca in un delirante viaggio notturno nei vari luoghi che avrebbe potuto frequentare, e lo beccano nell'ex locale in cui lavorava Anora a trastullarsi con la sua peggiore nemica tra le ex colleghe. Nel frattempo sbarcano a New York anche i genitori di Vanja e tutti insieme appassionatamente si ritrasferiscono a Las Vegas alla ricerca di un avvocato divorzista. Vanja alla fine cede ai genitori e Anora abbozza in cambio di 10 mila dollari e dell'anello di matrimonio, che ne vale ben di più e che non si trova: l'ha intascato e conservato Igor, uno degli scagnozzi, quello "buono" e dal cuore tenero che nel frattempo si è innamorato della ragazza, la quale per ringraziarlo gli si concede per una sveltina in macchina, ma quando lui tenta di baciarla, Anora scoppia in lacrime. Fine del film. Che subliminalmente vuole, forse, lanciare qualche messaggio, oltre ai soliti luoghi comuni sui russi, slavi e caucasici in generale: l'attrazione irresistibile per il denaro, tutto ciò che luccica, lo sfarzo, la volgarità. Battute a raffica, situazioni altamente improbabili, una buona dose di grottesco rendono la pellicola movimentata e sopportabile la sua durata, e relativamente divertente, ma non certo irrinunciabile. Insomma, tanto rumore, e tanto sberluccichio per poca roba, tutto sommato. Bravina (specie nelle contorsioni) Mikey Madison (Anora), sopra le righe, come da parte, Mark Eydelshteyn (Vanja), gli interpreti più convincenti risultano però Yuriy Borisov (Igor, il "gorilla" innamorato), Karen Karagulian (T'oros), e Darya Ekamasova (Galina Zacharova, la madre di Vanja). In gamba il regista a rendere alla fine abbastanza gradevole questa specie di delirio visivo. 

domenica 24 agosto 2025

La zona d'interesse

"La zona d'interesse" (The Zone of Interest) di Jonathan Glazer. Con Christian Friedel, Sandra Hüller, Johann Karthaus, Luis Noah Witte, Nele Ahrensmeier, Lilli Falk, Ralf Herforth, Max Beck e altri, GB, Polonia, USA 2023 ★★★+

La pressoché totale desertificazione della programmazione cinematografica estiva mi ha dato l'opportunità di ripescare un paio di film che mi ero perso nelle stagioni passate. Il primo, che ha ricevuto l'Oscar come miglior film internazionale e quello per il suono nel 2024, è La zona d'interesse. Sono numerose le pellicole sui campi di concentramento nazisti, ma questa è unica nel suo genere, perché non descrive lo sterminio metodico che avveniva all'interno di quello più famoso, Auschwitz, bensì la carriera professionale e la vita famigliare di chi lo aveva costruito e lo dirigeva: Rudolf Höß (qui reso in maniera eccellente da Christian Friedl). La "zona di interesse" era, per l'appunto, l'area di circa 25 mila miglia che lo circondavano, dove abitavano il comandante e la moglie Hedwig (la sempre brava Sandra Hüller) coi loro cinque pargoli, in una elegante villa dotata di tutti i comfort, piscina compresa, divisa soltanto da un muro dalle baracche in cui sopravvivevano a stento e ammassati i prigionieri e i forni dove venivano eliminati quelli non più abili al lavoro. Un'esistenza tranquilla e serena da famiglia borghese esemplare, Frau Höß a dirigere il personale domestico (ragazze locali, qualche volta per i lavori pesanti veniva reclutato qualche detenuto), dividersi tra la amiche vestiti e gioielli sottratti agli internati, ché tanto a loro non sarebbero più serviti, e soprattutto occuparsi del suo amato giardino, a cui si era devotamente occupata negli ultimi anni e di cui andava orgogliosa. Certo, qualche inconveniente c'era: qualche volta l'abbaiare furioso dei cani, fumi dall'olezzo dolciastro e persistente, ceneri "misteriose" che si depositavano nel torrente in cui in estate si andava a bagnarsi e il marito, occasionalmente, a pesca. Parallelamente, la carriera di Rudolf, che si lamentava dell'inefficienza della "macchina" nnché dei suoi sottoposti, e proponeva piani per il miglioramento della "produzione", specie dopo che a partire dal 1940 venne avviata la "soluzione finale" della questione ebraica: fu lui a incentivare l'utilizzo del Zykon B utilizzato nelle camere a gas. Quando nell'autunno del 1942 verrà richiamato a Oranienburg, presso Berlino, la moglie convinse il consorte di chiedere ai suoi superiori di autorizzarla a non seguirlo, perché i bambini potessero continuale a vivere all'aperto, in campagna, e respirare "aria pulita" invece che in città diventate ormai insicure e a Höß venne affidato un piano intitolato a suo nome, l'Aktion Höß, che prevedeva il trasporto capillare di 700 mila ebrei ungheresi nei vari campi di concentramento e che il nostro ufficiale delle SS portò a termine con la consueta minuziosa precisione permettendogli di tornare in quell'angolo di "piccolo paradiso famigliare" ad Auschwitz, dove entrò in funzione anche li secondo campo, quello di Birkenau. Insomma, l'illustrazione visiva ed acustica (non a caso, come accennato, il film è stato premiato per il sonoro) e subliminalmente olfattiva di quella che Hannah Arendt avrebbe descritto nel suo sempre citato (e sempre troppo poco letto) La banalità del male del 1963, un rapporto del processo contro Eichmann, tenutosi a Gerusalemme due anni prima. Anche qui abbiamo a che fare con un burocrate del genocidio alla sua altezza: fu invece giudicato a Norimberga e impiccato nel 1947 proprio davanti all'ingresso del campo di Auschwitz, ma di questo il film non parla, mostrandoci soltanto l'interno dell'attuale museo dell'Olocausto, straniante quanto il film nella sua quotidianità di attrazione turistica (con tanto di supermercati, caffè e negozi di souvenir, a sua volta orripilante banalizzazione dell'orrore: sconsiglio a chiunque di metterci piede, dopo averlo fatto di persona una ventina di anni fa). Insomma un film da vedere e su cui riflettere, inquietante e con uno sguardo originale quanto penetrante sull'argomento. E sui mostri che ci circondano e di cui volenti o nolenti facciamo parte (vedi Gaza).

venerdì 8 agosto 2025

Una sconosciuta a Tunisi

"Una sconosciuta a Tunisi" (Aïcha) di Mehdi Bersaoui. Con Fatma Sfarr, Nidhal Saadi, Yassmine Dimassi, Hela Ayed, Mohamid Ali Ben Jemaa, Ala Benhamad, Saoussen Maalej e altri. Francia, Tunisia, Italia, Qatar 2024 ★★★★

Il secondo lungometraggio di Mehdi Bersaoui ha ampiamente mantenuto tutte le aspettative che avevo, memore del notevole film d'esordio del regista tunisino, Un figlio,  presentato pure esso e premiato a suo tempo alla Mostra del Cinema di Venezia del 2019: mentre quello era un dramma famigliare che si svolgeva sullo sfondo della Rivoluzione dei Gelsomini del 2011 in Tunisia, questo si ispira a un fatto di cronaca avvenuto in seguito a quella rivolta, in un Paese sì pacificato e liberato dalla dittatura ma pur sempre in preda di profonde contraddizioni, fra tradizione e presente, città e campagna, emancipazione femminile e retaggi maschilisti: in più, dopo anni di oppressione, difficile fidarsi di uno Stato inefficiente, in questo caso rappresentato dalla polizia. Mehdi Bersaoui si affida alla vena di Fatma Sfarr, nella sua metamorfosi da Aya ad Amira infine ad Aïsha, adeguandosi alla trasformazione sia fisica sia psicologica di una giovane donna. Quasi trentenne, Aya vive a Tozeur, nel Sud del Paese, mantenendo dai suoi 14 anni i genitori col suo lavoro di cameriera in un resort di lusso dove si reca quotidianamente a bordo di un minivan assieme ad altri impiegati dell'albergo. Fallito e muto il padre, la madre vorrebbe imporle un matrimonio combinato con un anziano abbiente al solo scopo di ricevere ancora più soldi, vantaggi e, magari, prestigio sociale. Come se non bastasse Aya, che oltre a non aver potuto proseguire negli studi, come avrebbe desiderato, non ha mai nemmeno visto il mare, ha una relazione tossica col direttore dell'albergo, che da anni le promette di lasciare la moglie per cominciare una nuova vita insieme ma ovviamente svicola. Un giorno il pullmino sul quale compie il suo tragitto quotidiano ha un incidente e precipita in un burrone: Aya, l'unica sopravvissuta, riesce a uscire dalle lamiere prima che bruci dopo l'esplosione del serbatoio e, sapendo che l'autista aveva preso a bordo un'ulteriore passeggera non compresa nella lista, coglie al balzo l'occasione perché il corpo della sconosciuto risulterà il suo, e lei sarà libera. Recupera quindi di nascosto del denaro nascosto dal suo amante in una cassaforte dell'albergo e con quello va a Tunisi, dove assume l'identità di Amira, prenderà in affitto senza documenti e sulla parola una stanza nell'appartamento di una studentessa, Lobna, che la introduce nella sfavillante vita notturna della capitale, che inizia a frequentare assieme a una coppia di amici, di cui uno, Rafik, un traffichino "intoccabile", si rende corresponsabile della morte di un ragazzo, Karim, con cui Amira aveva soltanto scambiato qualche sguardo in discoteca. La ragazza, priva di documenti, viene costretta da Rafik a rendere falsa testimonianza (nel pestaggio di Karim c'entrano anche due poliziotti che lavoravano in nero come buttafuori nel locale), così il caso viene derubricato a "incidente" e quindi insabbiato, anche per volere della commissaria responsabile dell'indagine. A non starci, però, è l'ispettore Fares, entrato in polizia proprio perché anni prima il fratello era deceduto in circostanze simili, mai chiarite. Il caso monta per iniziativa di parenti e amici della vittima, anche per la diffusione di notizie in rete, Amira/Aya va in crisi, molla la stanza e la amica, nel frattempo sono spariti pure i suoi soldi, e si rifugia presso la panettiera del quartiere in cui vive che diventa una sorta di madre e amica che non ha mai avuto. Una falla del sistema informatico la dà ancora in vita come Aya, ma sarà Fares a fornirle un'ulteriore, e stavolta sicura nuova identità in cambio della sconfessione della sua iniziale falsa testimonianza, assieme a un certificato di morte di Aya (in virtù del quale i genitori avranno un adeguato risarcimento con cui potranno pagare i propri debiti e l'avida madre avere soddisfazione), cosicché la ragazza, finalmente libera da legami, ricatti e catene, potrà davvero iniziare una nuova e consapevole esistenza come Aïcha. Come accennato i livelli del racconto sono diversi e, così come avviene la metamorfosi della protagonista. il film passa dalla commedia drammatica, al poliziesco, al film di denuncia ma anche e soprattutto di documentazione credibile dei contrasti di un Paese complesso e in evoluzione così come i suoi abitanti, Paese peraltro molto vicino e che con l'Italia ha legami stretti da millenni. Sicura la mano del regista, fotografia degna di nota, colonna sonora azzeccata, Fatma Sfarr magnifica ma bravi anche gli altri interpreti, specie quelle femminili, di personaggi non sempre positivi, come la madre di Aya/Aïcha, la commissaria, la convivente e "mezzana" Lobna. Gran bel film.

martedì 29 luglio 2025

100 litri di birra

"100 litri di birra" (100 litraa sahtia) di Teemu Nikki. Con Pirjo Lonka, Elina Knihtilä, Ville Tiihonen, Ria Kataja, Jakob Öhrman, Pekka Strang, Elmer Bäck, Jari Pekkonen, Pertti Sveholm, Vilma Melasniemi, Rami Rusinen e altri. Finlandia, Italia 2024 ★★★1/2

Una conferma per Teemu Nikki dopo il successo di La morte è un problema dei vivi, uscito lo scorso anno, pure in quel caso una produzione italo-finnica: se lì la coppia protagonista era quella di due stralunati becchini, qui sono due energiche sorelle sulla cinquantina che convivono una "nonostante" l'altra, in un insano rapporto simbiotico (la cui portata verrà rivelata sul finale del film), portando avanti la tradizione di famiglia, ossia la produzione di sahti, un tipo particolare di birra, con un processo artigianale che si tramanda da secoli, con l'obiettivo di ottenere la votazione massima, il 10, da parte del padre, sommelier e autorità massima nel paese sperso nella campagna finlandese in cui si svolge la vicenda. Tra un assaggio e l'altro, risse, alterchi coi clienti, abbondanti libagioni in coppia o di gruppo di cui non hanno alcun ricordo il giorno dopo, doposbronze catastrofici, Taina e Pirrko (rispettivamente Pirjo Lonka e Elina Knihtilä, una più dirompente dell'altra) si ritrovano con la cantina desolatamente vuota nell'imminenza del matrimonio della terza sorella, Päivi, trasferitasi a Helsinki dopo un incidente automobilistico (ovviamente conseguenza di una delle colossali bevute di tutti i trasportati) la cui responsabilità era caduta su Taina, cerimonia che si svolgerà nella cittadina natale e per il quale ha chiesto come regalo la produzione di 100 litri del prezioso nettare. La missione risulta pressoché impossibile, considerata sia l'inestinguibile sete e il conseguente costante stato di alterazione delle due sorelle e del loro stralunato aiutante Hauki, sia l'odio nei confronti del principale produttore rivale, l'unico che avrebbe a disposizione un quantitativo adeguato da vendere. Così, dopo aver vanamente cercato di recuperare i crediti coi vari clienti in maniera assai poco urbana, non rimane loro che provare di rubare del sahti in una delle feste che si svolgono in quei mesi estivi nel borgo: quella di laurea di una ragazza e un matrimonio, il tutto con esiti disastrosi, perché il maltolto finisce in fondo al lago e Pirrko finirà pure ricoverata in ospedale ferita e in coma etilico. E' a questo punto che, dopo 30 anni, si sciolgono i nodi del rapporto della strana coppia, e Taina scoprirà di averli vissuti in un costante senso di colpa alimentato proprio da Pirrko, che ha affogato nell'alcol le sue responsabilità nella menomazione di cui è stata vittima Päivi, fagocitando la sorella più debole. Nonostante tutto recupereranno il loro dono di matrimonio acquistando il sahti proprio dall'avversario storico (nonché cugino) e cedendogli pure l'attrezzatura in loro possesso da generazioni grazie alla quale riuscivano a ottenere risultati così spettacolari. Una storia dolce-amara, grottesca e spumeggiante quanto può esserlo una commedia scandinava, ma con quel tocco di follia tipicamente finlandese che caratterizza i film di Teemu Nikki e che ha il suo impareggiabile maestro in Ari Kaurisimäki, e che la rende gradevole in una calda serata estiva anche per il desolante stato della programmazione in sala di questa stagione estiva. 

giovedì 24 luglio 2025

El Jockey

"El Jockey" di Luis Ortega. Con Nahuel Pérez Biscayart, Úrsula Corberó, Mariana di Girolamo, Daniel Fanego, Daniel Giménez Cacho, Roberto Carnaghi e altri. Argentina, Spagna, Danimarca, Messico 2024 ★★★★1/2

Presentato in concorso all'ultima edizione del Festival di Venezia, El Jockey, pluripremiato in America Latina, non era passato inosservato ma non aveva entusiasmato i critici di mestiere, quelli che pascolano nel milieu cinematografaro, per cui è già un miracolo che sia stato distribuito in Italia, non a caso dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti, grazie alla cui apertura mentale appaiono sui nostri schermi anche film poco convenzionali come questo. Disdicevole, poi, come ho già avuto più volte modo di far notare, è la scarsa attenzione al cinema del Continente Desaparecido, a cominciare da quello brasiliano e cileno, ma soprattutto argentino, benché almeno la metà della popolazione sia di origine italiana e perfino il castigliano parlato a quelle latitudini sia talmente italianizzato, tanto per il vocabolario quanto per la cadenza, da essere facilmente comprensibile anche senza l'ausilio dei sottotitoli (che comunque sono previsti nell'edizione originale che circola da noi da alcune settimane). Cinematografie di Paesi e realtà che ci sono molto più vicine e familiari di altre che ci vengono proposte e spesso imposte a profusione, a cominciare da quelle nordamericane o scandinave. Tornando a bomba, Remo Manfredini (Nahuel Pérez Byscayart, un Buster Keaton del Terzo Millennio, di una bravura strabiliante) è un fantino dal talento inarrivabile, che assieme alla fidanza Abril (Úrsula Corberó, universalmente nota come l'interprete di Tokyo ne La casa di carta) lavora per il Clan Sirena, ma è dipendente da alcol e da qualsiasi additivo chimico gli capiti a tiro, con risultati disastrosi per la carriera. Quando non è in condizione di montare, lo fa Abril al posto suo, pur essendone incinta, ma nella gara più importante della sua carriera, e dopo l'acquisto milionario (in dollari) di un cavallo giapponese da parte dei suoi capi, gli tocca correre di persona per saldare i debiti che ha accumulato coi suoi datori di lavoro. Pur essendo tenuto strettamente sotto controllo dagli scagnozzi del boss (tutte facce stupendamente inquietanti, pescate probabilmente nei bassifondi di Buenos Aires, e straordinariamente vere) riesce a bombarsi in maniera tale da tirare dritto sull'ovale del famoso Hípodromo Argentino de Palermo della capitale, sfondandone le transenne, accoppando il cavallo e fracassandosi completamente. Da lì in poi il Clan Sirena gli darà la caccia per fargli la pelle. Traumatizzato e con probabili lesioni al cervello, lo ritroviamo in ospedale con una fasciatura a turbante che gli dà un aspetto femminile: messo sull'allerta da Abril, raccatta una pelliccia lasciata su una sedia e una borsetta e si avventura per le strade di Buenos Aires senza una meta precisa, ma in fuga. Non solo dai Sirena, ma anche dalla sua vita e identità precedente, insomma da sé stesso, senza nemmeno rendersene conto. Perché, come già l'aveva avvertito Abril, cambiare registro si può, ma "ammazzando" l'io precedente. Lo aiuta un vagabondo alcolizzato che incontra in un sordido bar de barrio, e che poi raggiunge nel suo tugurio pur non sapendone l'indirizzo, e che si dimostra il suo unico e vero amico disinteressato e gli consente di difendersi dai Sirena procurandogli una rivoltella. Di cui Manfredini farà buon uso, ma finendo in un ospedale psichiatrico, dove lo ritroviamo ormai completamente femminilizzato, in permanente, sobriamente truccato, che di mestiere ora fa la parrucchiera. Del tutto surreale, a tratti picaresco, ironico e grottesco (i riferimenti a Almodóvar, Jodorowski e soprattutto Kaurisimäki sono evidenti), il film è però tipicamente argentino, i rock "leningradesi" del maestro finlandese sono sostituiti dai tango canción di Gardel, di cui proprio quest'anno ricorrono i 100 anni dalla scomparsa (nonostante ciò, nella considerazione dei porteños, El Troesma "cada día canta mejor"), ma anche da ritmi house parossistici sui quali la coppia Remo/Abril si esibisce con movenze disarticolate ed esilaranti. Potrebbe sembrare un film che ammicca al transgender, ma se lo fa è solo marginalmente, perché il tema vero è l'identità. E per quanto uno possa cercare la propria essenza e cercare di sfuggire agli schemi in cui è costretto dalle circostanze (famiglia, società, il coro stesso), ostaggio di convenzioni o regole rimarrà comunque un individuo, se va bene, in libertà vigilata. E sotto stretta sorveglianza. 96', conciso, timing perfetto, divertente, suggestivo ed evocativo. Io poi ci ho ritrovato un mondo e un ambiente umano che conosco abbastanza bene: un tuffo nel passato che per una volta non mi ha riempito soltanto di malinconia, perché è una realtà che ha una sua vitalità, nonostante tutto. Di Luis Ortega era già uscito, 6 anni fa, L'angelo del crimine, che non mi aveva del tutto convinto, con El Jockey ha fatto dei grandi passi in avanti. Spero di averne presto la riprova.

domenica 20 luglio 2025

Il Maestro e Margherita

"Il Maestro e Margherita" (Master i Margareta) di Michael Locksin. Con Evgheniy Tsyiganov, Yuliya Snigir, August Diehl, Claes Bang, Yuri Kolokolnikov, Polina Aug, Leonid Yarmolnik (II), Aleksandr Yatsenko, Aleksey Rozin, Aaron Vodovoz, Aleksei Guzov e altri. Russia 2024 ★★★★+

Il capolavoro di Michail Bulgakov è tra i miei tre libri preferiti in assoluto, letto e riletto, e ogni volta ne scopro un aspetto diverso e sorprendente. Romanzo al cui flusso ci si deve abbandonare, lo si può "filtrare" a diversi livelli: filosofico, melodrammatico, religioso, politico, ma quasi sempre, quando fa comodo, lo si intende come una denuncia contro la censura. Quella staliniana, visto che fu scritto e ambientato nell'URSS degli anni Trenta, quelli della edificazione dello Stato rivoluzionario (e della sua cristallizzazione in regime) nonché della cappa repressiva instaurata dal dittatore georgiano. Che, per quanto spietato, ammirava Bulgakov e, se non gli consentì di pubblicare il romanzo, certamente non infierì su di lui come su altri elementi che ci lasciarono le penne. Per quanto consapevole che un libro così complesso e stratificato sia impossibile da rendere in maniera in qualche modo fedele (ho vaghi ricordi di una versione italo-iugoslava del 1972 con Ugo Tognazzi e Mimsy Farmer, piuttosto piatto deludente), sono andato a vederlo nella versione di Michael Locksin, regista e autore statunitense di nascita ma di famiglia russa e pure cittadino russo (vive a Mosca), così come russo è il resto del cast, salvo il tedesco Diehl nel ruolo di Woland (il diavolo), dalla impressionante somiglianza con Christopher Walken con la metà dei suoi anni e altrettanto bravo. A maggior ragione perché la produzione è russa, e che sia in circolazione in Italia è un miracolo visto il clima di censura (a proposito...) nei confronti di qualsiasi espressione culturale e non provenga da quel diffamato Paese a partire dal 2022, ossia dall'inizio del conflitto con l'Ucraina. Tra l'altro in patria il film ha ottenuto un grande successo di pubblico, molto meno da parte della critica più allineata alle posizioni governative. E questa volta il risultato mi ha convinto, perché a mio parere il regista è stato in grado di trasporre in maniera efficace una sintesi delle diverse sfaccettature del romanzo, o almeno di come lo ha percepito lui, rinunciando ovviamente alla pretesa di farne un racconto cronologicamente lineare (cosa che non è nemmeno nel libro), intrecciando anche visivamente l'elemento fiction (ma realistico), ossia le vicende dell'autore (il Maestro, il bravissimo Evgheniy Tsyiganov) di una pièce teatrale incentrata sull'incontro fra Ponzio Pilato e Gesù Cristo, censurata e lui espulso dalla Società degli Scrittori Sovietici, la sua palpitante e delicata storia d'amore con Margherita, la dolce e intensa Yuliya Snigir, ispiratrice di un altro romanzo che diventa il filo conduttore del film, con quello fantastico, ossia l'incontro con Woland, i suoi due bizzarri aiutanti e il gatto Behemot, che completa la corte al servizio del diavolo in visita nella Mosca dei miscredenti. Internato in una  clinica psichiatrica dopo essere stato denunciato da un collega e amico (che ne occuperà anche la pittoresca abitazione sull'Arbat prima che venisse sventrata), il Maestro continuerà a scrivere il suo nuovo romanzo con la complicità di un'infermiera e le vicende della sua gestazione le apprenderemo dalle sue conversazioni con altri internati, in buona parte intellettuali, tra un "trattamento" ad alto voltaggio e un altro. Ma ci penserà Woland a riunire il Maestro e Margherita per l'eternità prima consentendo a lei, trasformata in una strega invisibile, che cavalca una scopa nei cieli notturni di Mosca, di vendicarsi dei persecutori del suo amato (più ancora della censura, nel mirino di Bulgakov, come credo anche oggetto delle attenzioni del regista, ci sono i leccaculo e i servi di regime), poi mandando per aria lui stesso la capitale del nuovo impero radendo al suolo le orride costruzioni che lo vogliono celebrare (magari fosse vero!). Al di là dell'esito della trasposizione del romanzo sullo schermo, secondo me pienamente riuscita nell'unico modo possibile, ossia filtrando quanto assorbito dall'autore e regista e tradotto in racconto cinemetografico, le due ore e mezzo abbondanti della pellicola scorrono via velocemente, senza intoppi, tra il verosimile e il fantastico, con una fotografia che sottolinea il lato immaginario, metaforico e a tratti beffardo del tutto. Bravi e bene assemblati tutti gli interpreti, complimenti a Locksin, un film che vale la pena vedere.

venerdì 6 giugno 2025

Fuori

"Fuori" di Mario Martone. Con Valeria Golino, Matilda De Angelis, Elodie, Corrado Fortuna, Antonio Gerardi, Stefano Dionisi e altri. Italia 2025 ★★★★+

Mario Martone e la letteratura, sia in ambito cinematografico, sia in quello teatrale, sono un binomio ineludibile, tante sono le trasposizioni di opere fondamentali di quella italiana come anche il racconto della vita di alcuni suoi protagonisti: questa è la volta di Goliarda Sapienza, un personaggio controverso che dal mondo culturale italiano, e romano in particolare, era stata prima mal sopportata e poi respinta. Il suo romanzo L'arte della gioia (10 anni di stesura, dal '67 al '76) era stato pubblicato postumo nel 1998 a cura del marito Angelo Pellegrino per Stampa Alternativa e passato pressoché inosservato, salvo essere ripubblicato da Einaudi 10 anni dopo, in seguito all'enorme successo avuto in Germania e in Francia a partire dal 2005, rivelando uno dei maggiori talenti letterari italiani del secolo scorso. Senza seguire un percorso lineare, con frequenti flashback, il film accenna soltanto alle vicissitudini professionali della scrittrice, una volta uscita dal carcere di Rebibbia in seguito al furto e alla vendita di alcuni gioielli rubati a un'amica del giro altolocato: siamo a Roma nell'estate del 1980, epoca di strascichi dei cosiddetti "anni di piombo". Minacciata di sfratto, emarginata dall'ambiente, si arrangia correggendo bozze e con qualche collaborazione giornalistica: si accontenterebbe anche di un lavoro qualsiasi, pure come domestica o in cucina, ma viaggiando verso i 60 anni nessuno la prende in considerazione. Spaesata, il conforto lo cerca frequentando due ex compagne di prigionia: Roberta (Matilda De Angelis, sempre più brava), anima inquieta, già coinvolta nella lotta armata e, sconfitta, caduta nell'eroina; l'altra, Barbara (la cantante Elodie, forse ancor più convincente come attrice), incarcerata per complicità con un malvivente. Perché per Goliarda, paradossalmente, l'esperienza carceraria è stata liberatoria, un momento della sua vita in cui è riuscita a essere autenticamente sé stessa. Intuendo che, all'interno della più tipica delle istituzioni totali, un essere umano, pur soggetto alla massima costrizione possibile e immerso in una sorta di bolla senza tempo e senza prospettive se non la sopravvivenza immediata, rivela la sua essenza senza più essere vincolato dalle regole e dalle  convenzioni che hanno determinato la sua esistenza "fuori": i rapporti tra chi sta "dentro" seguono regole diverse e non sono certo idilliaci, ma almeno non sono filtrati da schermi e difese, che riemergono, semmai, quando si frequentano, appunto, fuori dalle mura del carcere, nella cosiddetta libertà (comunque condizionata dalle convenzioni e dalla necessità di aderire a un ruolo). Goliarda (interpretata da una Valeria Golino che migliora con gli anni, in questo caso interprete perfetta sia per l'età, sia perché, in qualità di regista della miniserie L'arte della gioia, in onda su SKY, col personaggio della scrittrice siciliana ha abbondante confidenza) la libertà l'ha trovata a Rebibbia, un mondo ingabbiato per definizione, fisicamente, dove però le relazioni viaggiano sull'onda dell'essenzialità, del vero; mentre le vere sbarre, i muri, li  ritrova, per l'appunto fuori, e questo accade pure per le sue due compagne, specialmente Roberta. La pellicola di Martone, nei suoi avanti-e-indietro spazio-temporali tra queste due realtà speculari e opposte, e le bravissime interpreti a cui affida i suoi contraddittori ed emblematici personaggi, non sbava mai, coinvolge lo spettatore, riesce a esprimere una realtà che è difficile, se non impossibile, far capire a chi non ne ha avuto in qualche modo esperienza diretta, a meno di non mettere in dubbio le proprie aprioristiche certezze. Lo fa senza dare pugni nello stomaco, dolcemente e induttivamente, coinvolgendo lo spettatore. Decisamente uno dei suoi migliori lavori finora.