
"Vedi un po' tu, a volte, le coincidenze. La Preside Boldrini, con
quella vocetta adorabile da cyborg Super Vicky para-leninista, ieri fa
il lavoro sporco per Renzi, Berlusconi e Napolitano, applicando -
per la prima volta nella storia della Repubblica - la ghigliottina come
regalo a banchieri e lobbisti (noti sodali di comunismo e sinistra, a
cui la Preside Boldrini dice di appartenere). Il giorno dopo,
magicamente, tra le novità dello Schifezzum spunta fuori la clausola
salva-Vendola. Ma guarda un po' che COINCIDENZA.
Non bastavano la
salva-Lega e il salva-Alfano (le orrende multicandidature). Ora c'è
anche la salva-Vendola. Funziona così: il primo partito escluso dallo
sbarramento, se in coalizione con una forza che supera la soglia, entra
pure lui. Quindi a destra entra Fratelli d'Italia (che il 4 o 4.5% non
lo prenderà mai) e nel centrocentrocentro entra Sel (che vanta
personalità di spicco, e contro cui non ho assolutamente nulla, ma che a
fatica raggiungerà il 2% se continua così).
Come chiosa finale, si
segnalano le parole stentoree di Nichi Zalone Vendola Comefosseantani,
quello che si mostrava assai ilare al telefono con Archinà: "M5S
assoluti irresponsabili, fanno violenza e risse". E qualcosa mi dice che
nel governo Renzi del 2015 sia già pronto un ministero per la Preside
Boldrini, magari il Dicastero delle Pari Opportunità con delega al
Veterofemminismo Piangente.
Come son bravi, a 'sinistra', quando c'è da ossequiare Renzi (ma ovviamente son solo coincidenze, certo)".
Dalla pagina Facebook di Andrea Scanzi
"Nebraska" di Alexander Payne. Con Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Eodenkirk, Stacy Keach, Marie Louise Wilson e altri. USA 2013 ★★★★
Film on the road, nella migliore tradizione americana, e di sentimenti: quelli che un figlio, David, sensibile nutre per un padre anziano e malato, Woodie, in preda a una incipiente demenza senile (forse soltanto "selettiva", come alcuni tipi di sordità), capriccioso, cocciuto, ex alcolista, di poche e scarne parole, che impara a conoscere meglio durante il viaggio in cui lo accompagna dal Montana dove vivono a Lincoln, nel Nebraska, per incassare una vincita di un milione di dollari, che il vecchio è convinto di aver realizzato, mentre si tratta di una delle solite per lanciare gli abbonamenti a una rivista: tanto da incamminarvisi a piedi. Durante una sosta nel paesino dove i suoi genitori vissero da giovani, e dove risiedono tuttora alcuni loro parenti, David viene a sapere anche altri particolari sul passato sia del padre sia della madre, e dell'ambiente in cui sono cresciuti, oltre a fare esperienza delle mire sulla presunta vincita di vecchi sedicenti amici e congiunti alla lontana. Lì vengono raggiunti anche da Rosie, moglie alquanto invadente e pesante di Woodie, e dall'altro suo figlio, giornalista televisivo di una certa fama, che inizialmente vorrebbero vedere il vecchio sistemato e reso innocuo in una casa di riposo. Ciò che spinge Woodie a incassare la vincita non è l'avidità di denaro, né il suo bisogno, ma il semplice desiderio, da ex meccanico, di comprarsi un furgone e un compressore, e lasciare il resto ai figli, cui è conscio di aver creato dei problemi, perché serbino un buon ricordo di lui. E' questo che David, animato da sincera pietas, dapprima intuisce e poi comprende fino in fondo, al punto di realizzare il desiderio del padre, scambiando la sua auto per un furgone usato, e rendendolo orgoglioso di poter attraversare il paese natale alla sua guida, vittorioso nonostante tutto. Un lieto fine tutt'altro che melenso, ma meritato per entrambi, per la serie "potete togliermi tutto, ma non i miei sogni. E la mia anima". Eccezionali i due protagonisti ma grandiosi anche i personaggi di contorno, a cominciare da Rosie, perfetta la fotografia, un bianco e nero magistrale, così come la sceneggiatura, che mostrano degli Stati Uniti che raramente si vedono sullo schermo. Una conferma per Alexander Payne, che si può definire un neorealista poetico, e dunque eccezionale nel panorama cinematografica del suo Paese, e proprio per questo un film da non perdere pur senza essere un capolavoro.
"Morte di un commesso viaggiatore - Inside His Head" di Arthur Miller. Traduzione di Massimo d'Amico, regia di Elio De Capitani. Con Elio De Capitani, Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Massimo Brizi, Andrea Germani, Gabriele Calindri, Alice Redini, Vincenzo Zampa, Marta PIzzigallo. Scene e costumi di Carlo Sala, luci di Michele Ceglia, suono di Giuseppe Marzoli. Produzione Teatro dell'Elfo con il contributo di Fondazione Cariplo. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 31 gennaio.
Prosegue anche in questa stagione la ricerca degli "Elfi" sul più significativo teatro americano: dopo il Tennessee Williams de "La discesa di Orfeo" rappresentato nella scorsa stagione e "Frost/Nixon" di Peter Morgan all'inizio di questa, tocca ora a Arthur Miller con il suo testo più conosciuto, cui il regista e magnifico protagonista Elio De Capitani ha aggiunto nel titolo "Inside his Head", perché è nel delirio che prende piede nella mente del protagonista, Willy Loman, nella quale in passato si confonde col presente, la realtà alla finzione, la chiave di questo dramma, in cui Arthur Miller prende di mira sia i rapporti famigliari, in particolare le ambizioni frustrati che genitori falliti proiettano sui figli, sia il nascente "Sogno Americano" che nei primi anni del Dopoguerra, agli esordi della Guerra Fredda (fu scritto nel 1949) si voleva contrapporre al Comunismo, e di cui Miller già ai tempi vide la contagiosa pericolosità che avrebbe portato alla falsificazione sistematica di tutto e alla verificazione del senso dell'esistenza. Non a caso De Capitani dice di "scavare da anni nella psiche di bugiardi cronici": tale è anche Willy Loman, abituato alla menzogna, professionalmente così come con sé stesso, e questo mentre prende per buone, con autoimposto ottimismo tutto yankee, le promesse del suddetto american dream, al contempo meditando il suicidio che alla fine compirà, fuori scena, andando a sbattere volontariamente con la macchina che è stata per più di trent'anni suo strumento di lavoro in giro per gli USA a vendere, anche lui, sogni di benessere plastificato: il tutto per assicurare alla famiglia l'incasso di una polizza vita che le consenta di finire di pagare le ultime rate di debito che hanno l'hanno contrassegnata nell'arco di trentacinque anni. Perché questo è stato il risultato della grande, luminosa carriera di Willie Loman che si ritrova, alle soglie della pensione, nella triste condizione degli attuali "esodati", licenziato dal suo capo proprio mentre, sfinito dal continuo viaggiare, gli chiede di passare a un lavoro d'ufficio accontentandosi di un salario inferiore. Quest'uomo stanco, distrutto, disilluso, che però non vuole ammettere il proprio fallimento, continua però a vessare il figlio maggiore Biff (un bravissimo, sofferto Angelo Di Genio), rinfacciandogli di non aver mantenuto le mirabolanti "promesse" che lui stesso gli aveva imposto, non accettandolo per quello che realmente è, perché ciò significherebbe fare i conti con la propria coscienza. Alla fine, pur rinnovando la fiducia in un domani di successo, finisce per suicidarsi. Bravissimi e perfetti tutti quanti gli altri interpreti, le tre ore di questo intenso, corposo spettacolo volano, nonostante sia tutt'altro che leggero e richieda la massima attenzione, che non manca grazie anche all'efficacia e al ritmo della messa in scena e al magnetismo degli attori. Un classico moderno che va visto.
"C'era una volta a New York" (The Immigrant) di James Gray. Con Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner, Tamara Dominczyc, Angela Sarafyan e altri. USA 2013 ☠
Polpettone indecoroso, melenso e sciatto, ho fatto l'errore di andare a vederlo non certo attirato dagli occhioni bovini, alquanto strabici ed eternamente lacrimanti di Marion Coccodrillard, un'attrice senza alcun talento la cui presenza sul grande schermo per motivi imperscrutabili è frequente quanto quella del prezzemolo in cucina, esattamente come accade per Sandra Bullock, ma in ricordo dell'esordio col botto alla regia di James Gray con "Little Odessa" giusto vent'anni fa: ma tutte le sue promettenti qualità sembrano essersi dissolte nel nulla da allora a oggi. Questo meló immigratorio racconta una storia scontata di amore e redenzione, incentrata su un'immigrata polacca, Ewa, che all'arrivo negli USA viene separata dalla sorella, malata di tubercolosi, la quale viene isolata e ricoverata in un ospedale di quella specie di ghetto che era Ellis Island, l'equivalente di allora dei CIE, mentre la bella Ewa viene adocchiata e "salvata" da un trafficone ebreo, impersonato dal lombrosiano più che ombroso Joaquin Phoenix, una specie di imbonitore che organizza spettacoli di infimo livello a base di poveracce che poi fa prostituire. Ewa diventa la star di questa specie di circo al femminile ma per lei il pappone nutre un sentimento "speciale", combattuto ma forse autentico, contrastato dalla regolare apparizione, misirizzi in carne e ossa, sul più bello, del cugino Orlando, un illusionista, interpretato da un buffonesco ed irritante Jeremy Renner, la cui funzione nell'esistenza sembra essere quella di rompere le uova nel paniere al parente. L'unico chiodo fisso di Ewa è ottenere di ricongiungersi alla sorella e guadagnare denaro abbastanza per comprarle la libertà e sparire in California per rifarsi una vita: per questo si prostituisce ma con tanto di pentimento al confessionale. Il feuilleton non ci fa mancare nulla: il polacco cattolico, l'ebreo errante e meschino (incredibile che non sia ancora insorta la Anti Defamation League), la puttana redenta, il proibizionismo, l'American Dream, le infide strade di Broccolino (stranamente non appare un paisà in tutto il film, come se New York nel 1921 non pullulasse di immigrati italiani, esattamente come non appaiono neri nella Manhattan di Woody Allen), la corruzione, il pentimento e il riscatto, il tutto su sfondi di cartapesta e un'ambientazione trascurata e posticcia. In tre parole: una cagata pazzesca. E come se non bastasse, la traduzione, come al solito a cazzo, del titolo in italiano, è una parafrasi insultante del capolavoro di Sergio Leone e pertanto un'indecente tentativo di persuasione occulta in cui sono colpevolmente cascato.
"The Counselor - Il procuratore" di Ridley Scott. Con Michael Fassbender, Cameron Díaz, Javier Bardem, Brad Pitt e altri USA, GB 2013 ★★★
Sfarzoso, colorato, esagerato, ipercinetico e confusionario come spesso sono i film di Ridley Scott, in cui la trama è un mero pretesto per scatenare le doti e il gran mestiere del regista inglese, il risultato è spettacolo puro e divertimento assicurato. Siamo sul confine tra Texas e Messico, a cavallo tra El Paso e Ciudad Juarez, la città probabilmente più violenta del mondo, e la vicenda ruota attorno a un carico di droga del valore di 20 milioni di dollari da trasportare da una parte all'altra della frontiera e che viene trafugato da ignoti facendo scattare la vendetta degli uomini del "Cartello" messicano nei confronti dei referenti USA: due noti trafficanti, Brad Pitt nelle vesti di una specie di cow boy e Javier Bardem in quelle di un gestore di discoteca che sembra la controfigura di Tom Jones, e infine un avvocato (e non procuratore, come traduce il titolo in italiano), che si fa coinvolgere nell'affare per poter regalare alla sua fidanzata (Penélope Cruz) un diamante a cui lei nemmeno darà alla fine importanza. Sarà proprio lui, sprovveduto, l'unico "normale", assieme alla futura sposa, della "allegra compagnia", a mettere involontariamente il "Cartello" sulle tracce proprie e degli altri perché per puro caso fu il difensore d'ufficio, anni prima, del vero responsabile del furto del carico, ma la vendetta dei fornitori colombiano-messicani non perdona né sente ragioni e raggiunge inesorabilmente tutti quanti e non salva chi è loro vicino, mentre la merce finisce nelle mani di chi ha tirato le fila di tutta la clamorosa "stangata", Malinka, una diabolica e quanto mai plastificata Cameron Díaz, fidanzata ufficiale del discotecaro. Se vogliamo è un film sull'ineluttabilità del destino, dove l'avidità umana viene giustamente punita insieme alla stupidità; ma mentre i trafficanti e i delinquenti abituali conoscono e accettano le regole del gioco, che prevedono la morte come una conseguenza assolutamente normale delle proprie azioni od omissioni, l'idiota, perfettamente interpretato da Michael Fassbender, che non ha bisogno di recitare per calarsi nella parte con l'unica espressione, sempre attonita, di cui è dotato, il quale per brama di danaro e, paradossalmente, desiderio di "normalità" (l'amore puro e perfino coniugale) ha accettato il rischio, non si fa una ragione che la vendetta toccherà inesorabilmente anche lui e la sua sposa. E vive nel (giusto) terrore le sue ultime ore. La sceneggiatura, affidata al Corman Mc Carthy di Non è un Paese per vecchi, è affastellata, confusa, e la sua verbosità finisce per risultare involontariamente esilarante così come alcune battute sentenziose messe in bocca ai protagonisti; ad impastarla e lasciarla nel sottofondo ci pensano le mani di Ridley Scott che confeziona un thriller morale con tinte horror e satiriche che virano alla commedia nera che rendono alla fine il film digeribile e perfino gradevole, a modo suo. Io ne ho fruito come si un film sostanzialmente comico e mi sono divertito, e questo mi basta per dargli una larga sufficienza.