giovedì 31 ottobre 2013

Una piccola impresa meridionale

"Una piccola impresa meridionale" di Rocco Papaleo. Con Rocco Papaleo, Barbora Bobulova, Riccardo Scamarcio, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza, Giuliana Lojodice, Giorgio Colangeli, Giovanni e Mela Esposito, Giampiero Schiano. Italia 2012 ★★★+
Si è sempre un po' perplessi e forse anche prevenuti quando si sente parlare di "nuova commedia all'italiana" dopo gli indubbi fasti del passato (peraltro spesso ingigantiti, perché di boiate se n'è girate a iosa anche durante i "mitici" Sessanta e Settanta), ma non è il caso di questo secondo film di Papaleo dopo "Basilicata coast to coast" che, come il primo, ha un andamento lieve e un tocco surreale e, senza teorizzare sul massimi sistemi né giudicare, mette in scena una storia, per quanto improbabile e volutamente favolistica, plausibile e con un senso, al di là della trama che è puro pretesto benché ossatura di un divertissement comunque gradevole. La voce narrante è quella di Papaleo stesso, nei panni di Costantino, un prete spretato che torna al suo paese, in un Sud non meglio precisato (tra Puglia e Basilicata anche se il film è stato girato in Sardegna) e in casa della madre, Stella (la sempre bravissima Giuliana Lojodice), la quale, per evitare le dicerie dei compaesani, lo "smista" presso un faro semidiroccato con una piccola proprietà attorno che appartiene alla famiglia. Il ritorno allo stato laicale del figlio maggiore non è l'unico cruccio della vecchia, ma anche l'abbandono del tetto coniugale da parte della figlia Rosa Maria. Ben presto il faro abbandonato diventa il ricettacolo di tutta una serie di "ex", oltre al protagonista: prima Magnolia (la Bobulova), già prostituta originaria dell'Europa dell'Est con la passione del karaoke e sorella di Valbona, la donna delle pulizie di Stella (a sua volta ex ballerina classica); poi Arturo (Scamarcio), il cognato cornuto, pure lui in fuga dalle maldicenze,  aspirante musicista del genere raffinato, da sempre in conflitto col padre (malato terminale, l'ottimo Giorgio Colangeli), anche lui musicista però da matrimoni e sagre paesane; poi Rosa Maria e Valbona (perché è quest'ultima l'amante misteriosa della sorella di Costantino), per finire con Raffaele e Jennifer, due ex acrobati, che hanno trasformato la disciolta compagnia circense nella "Piccola impresa meridionale" che dà il titolo al film e che si occupa della riparazione del tetto della casa-faro e si porta dietro la piccola Mela, affidata al padre, Raffaele, titolare di questa strampalata impresa di ristrutturazioni. A questa sorta di comune di "ex" qualcosa, una vera a propria famiglia allargata finisce per aggiungersi perfino l'anziana Stella, a sua volta ex insegnante, che si occuperà dell'educazione di Mela per permetterle di conseguire la licenza elementare ed evirare che i servizi sociali tolgano l'affidamento al padre. Happy End d'obbligo ma senza melensaggini, col vecchio faro che viene trasformato, col contributo di tutti e il fondamentale apporto di capitale della ex prostituta, in un originale albergo di charme, il tutto nella forma di un racconto permeato di una malinconica ironia e  dove l'elemento musicale, come già nel precedente film di Papaleo, è fondamentale: la colonna sonora, di alto livello, è affidata alla bravissima Rita Marcotulli, pianista e compositrice jazz di fama e successo. Insomma, a me non è dispiaciuto affatto, e lo consiglio per una gradevole visione.

martedì 29 ottobre 2013

Moneta buona per Renʑi

Nonostante da un pezzo mi sia imposto di non sprecare tempo ed energie per stare dietro alle pagliacciate e astruserie della politica italiana, limitandomi a un quotidiano aggiornamento a volo di gabbiano sui titoli di apertura dei GR e TG meno nocivi, mi è stato impossibile sfuggire alla nuova dizione invalsa per la pronuncia del cognome dell'astro nascente del PD, il Fonzie di Rignano d'Arno, già conosciuto come "Il Rottamatore", insomma Matteo Renzi, anzi: Renʑi, con la zeta dolce, contro qualsiasi regola fonetica, quasi blesa. E' cosa nota che gli addetti ai meʑʑi di disinformaʑione di massa sono peggio dei macachi: basta che cominci uno con un neologismo, un aggettivo o un nomignolo, una nuova inflessione (per esempio pronunciare ts la z di ʑucchero, come si usa in romanesco) e tutti gli altri gli vanno dietro, manco si trattasse di una parola d'ordine (o forse è proprio un ordine di serviʑio): luogocomunismo e banalità sono imperanti nel giornalismo moderno, e in questo campo quello italiota fa scuola. E così, in piena inflaʑione renʑiana, è trascorso l'intero weekend sentendo nominare la "Leopolda", il workshop del suddetto, la tre giorni del suo think tank, e stamattina non ho potuto esimermi dal leggere quanto ne scriveva una penna affidabile come quella di Stefano Feltri del "Fatto Quotidiano", uno che di economica ne capisce, il quale ha opportunamente intitolato il suo peʑʑo "Il programma con il buco intorno". Tutto un programma, per l'appunto: il nulla farsi verbo, ma non ho potuto trattenere uno sghignaʑʑo quando ho scoperto che consigliere del Renʑi, come già lo fu Miguel Gotor per Bersani, nonché ispiratore del suo programma economico (il sindaco di Firenze in materia è uno ʑero assoluto) è un tale che di nome fa Itʑhak Yoram Gutgeld, il cui cognome in tedesco, cui è affine lo yiddish, suona come "soldi buoni" o anche "bene - in senso economico - denaro". Israeliano di nascita, naturaliʑʑato italiano, già direttore della McKinsey, paracadutato in parlamento dal PD (deputato per la 17ª circoscriʑione, quella dell'Abruʑʑo: la coaliʑione si chiamava, evocativamente, Bene Comune), conferma la tendenʑa all'esotismo degli ʑombie, le cui scuole di partito, in tempi non troppo lontani, erano note per sfornare intere legioni di economisti di vaglia (benché nessuno in grado di prevedere neppure lontanamente a quali disastri avrebbe portato il sistema demenʑiale e criminale che studiavano e sostenevano sotto mentite spoglie, seppure con gli opportuni "adattamenti" a una visione marxisteggiante). Oggi si preferisce far scrivere il programma economico per il futuro capo di un governo di svolta direttamente all'ex dirigente di una multinaʑionale di consulenʑa strategica, formatosi in due Paesi, Israele e gli USA, le cui finanʑe pubbliche sono al collasso da decenni. Effetto combinato di lungimiranʑa e globaliʑʑaʑione i cui risultati li stiamo scontando fin da ora. 

domenica 27 ottobre 2013

Frost/Nixon

"Frost/Nixon" di Peter Morgan. Regia di Ferdinando Bruni, Elio De Capitani; traduzione di Lucio De Capitani. Con Ferdinando Bruni, Elio De Capitani, Luca Torraca, Alejandro Bruni Ocaña, Claudia Coli, Matteo De Mojana, Andrea Germani, Nicola Stravalici. Scene e costumi di Ferdinando Bruni, Luci di Nando Frigerio, suono di Giuseppe Marzoli. Co-produzione Teatro dell'Elfo e Teatro Stabile dell'Umbria. Fino al 10 novembre al Teatro Elfo/Puccini di Milano
Mantiene pienamente le aspettative l'adattamento da parte del duo Bruni/De Capitani della pièce di Peter Morgan del 2006 (e da cui Ron Howard trasse il film successo omonimo) sul primo vero caso di politica-spettacolo: la serie di interviste che il conduttore TV (e non giornalista) David Frost fece a Richard Nixon nel 1977, tre anni dopo le sue dimissioni, inchiodandolo e facendogli ammettere le proprie responsabilità nel Caso Watergate e diventa al contempo occasione per un duello in scena tra i due dioscuri dell'Elfo, che lavorano assieme da quarant'anni alle fortune del teatro milanese. Del resto lo spettacolo, che per tre quarti si concentra sulle fasi preparatorie e sui retroscena di quella vicenda, e solo per un quarto, quella finale, sulle 4 sessioni di  registrazione delle interviste vere e proprie, si adatta perfettamente alle caratteristiche quasi cinematografiche delle messe in scena dell'Elfo: il paradosso è che in questo caso si parla di TV e della sua potenza, perché solo le riprese televisive, i primi piani impietosi e la conoscenza del mezzo da parte di David Frost (assistito sì da una équipe di agguerriti giornalisti esperti nello "scavare nel fango" che lavorava nell'ombra, ma l'idea delle interviste e la loro conduzione erano esclusiva farina del suo sacco) ottennero il risultato voluto, la "resa" dell'ex presidente, e che i due registi-attori rendono in maniera strabiliante e insieme sobria, senza bisogno di effetti speciali, in uno scambio dialettico fatto di parole, sguardi, espressioni, posture, su una scena che utilizza soltanto due poltrone da ufficio che si trasformano, di volta in volta, in uno studio televisivo d'epoca, in una camera d'albergo, in un'automobile, in complementi d'arredo della villa di Nixon in California. Fu nella realtà (e così viene percepita di chi assiste a teatro) una "sfida all'OK Corral" tra due personaggi che vedevano in queste interviste un'opportunità per riabilitarsi: Frost per imporsi nuovamente sulla scena americana, quella newyorkese in particolare, in cui in tempi passati aveva goduto di una certa notorietà che rimpiange, dopo essere stato "esiliato" nella natìa Inghilterra e in Australia; Nixon, che dopo il coinvolgimento nel Watergate e le forzate dimissioni, aveva perso ogni credibilità politica pur essendo riuscito a evitare un processo, consapevoli entrambi che solo uno ne sarebbe uscito vincitore: per lungo tempo in vantaggio sembra essere l'ex presidente, abile nell'aggirare le domande divagando, portando l'altro sul suo terreno, ossia quello dei suoi meriti, tra cui i successi in politica internazionale, facendo battute di gusto molto "americano" e infarcendo le risposte di aneddoti; Frost abbozza, sembra adattarsi al suo interlocutore e assecondarlo, anche troppo secondo i suoi assistenti ma, conscio dei meccanismi televisivi, rimane fiducioso e sicuro di essere in grado di sferrare il colpo del KO al momento opportuno, che si presenta nell'ultima sessione di interviste quando uno dei suoi collaboratori gli fornisce alcune prove inconfutabili del coinvolgimento diretto di Nixon nello scandalo Watergate trovate peraltro in un archivio pubblico a Washington. De Capitani, che già aveva interpretato magistralmente Berlusconi ne "Il caimano" di Moretti in una delle sue rare escursioni sul grande schermo, è  perfetto nei panni di un Nixon furbo, bugiardo, vanitoso, avido e mai domo ma consapevole; altrettanto Bruni in quelli di Frost, uomo di spettacolo ambizioso, modaiolo, un po' frivolo, sornione, e sono degnamente assecondati dal resto della compagnia, con una nota di merito speciale per Andrea Germani (uno dei reporter che collaborano con Frost) e  Nicola Stravalaici (un militare assistente di Nixon). Uno spettacolo da non perdere, che svela gli intrecci tra potere mediatico e politico, le menzogne e i trucchi che lo accompagnano, e in cui chiunque può vedere riflessi gli accadimenti di casa nostra di questi tempi grami. 

giovedì 24 ottobre 2013

La prima neve

"La prima neve" di Andrea Segre. Con Jean Christophe Fully, Matteo Marchel, Anita Caprioli, Peter Mitterrutzner, Giuseppe Battiston, Paolo Pierobon, Sadia Afzai. Italia 2013 ★★★★
Si conferma in questo suo secondo lavoro di fiction, dopo Io sono Li, il bravo documentarista veneziano Andrea Segre, affrontando con la consueta sensibilità e attenzione i temi dell'immigrazione e della perdita, collocandoli, con molta precisione e armoniosamente, in un ambiente umano e naturale particolare e suggestivo. Nel film precedente si trattava della comunità di pescatori di Chioggia e l'habitat circostante era la Laguna veneta, qui la Valle dei Mocheni con i suoi boschi dai colori struggenti, che si imbocca da Pergine Valsugana in Trentino, abitata fin dal Medioevo da una popolazione proveniente dalla Baviera e che ha conservato il proprio patrimonio linguistico. E' qui che finisce Dani, proveniente dall'inquieto e malsicuro Togo, da cui è fuggito per lavorare in Libia, che ha a sua volta abbandonato su un barcone in seguito al caos seguito alla caduta di Gheddafi: vi è giunto assieme alla figlia ancora in fasce, con la quale ha un rapporto estremamente perturbato perché gli ricorda troppo l'amatissima moglie Layla, morta di parto in seguito alle vicissitudini del viaggio per mare, e della cui scomparsa in fondo attribuisce la colpa alla bimba. Vittima di sensi di colpa e solitudine, riesce tuttavia a integrarsi nella comunità locale, lavorando presso un anziano e saggio falegname e apicultore (lui stesso era un intagliatore di legno) ed entrando in confidenza con il nipote di lui, Michele, un ragazzino di circa dieci anni, segnato anche lui dalla perdita improvvisa del padre, vittima di un incidente di montagna, di cui non riesce a darsi pace dandone la responsabilità alla giovane madre, la brava Anita Caprioli. Chiusi entrambi nel loro dolore che non riescono ad esprimere con gli altri, entrano man mano in confidenza durante lunghe escursioni nei magnifici boschi della zona, e si crea un rapporto di totale fiducia tra loro: Dani, che attendeva soltanto che gli rilasciassero il permesso di soggiorno che gli permettesse di raggiungere la meta che si era prefisso, Parigi, da solo, lasciando che la figlioletta fosse adottata da una famiglia italiana, perché consapevole di avere con lei un rapporto turbato dal ricordo e nella speranza che possa avere un futuro migliore, finisce per rivedere i suoi propositi, rendendosi conto, come gli diceva il vecchio apicoltore, che "le cose che hanno lo stesso odore si appartengono", nonostante tutto. Non è il classico e melenso happy-end ma lo sbocco di un percorso sofferto che ha luogo dopo il confronto con Michele e l'accoglienza da parte di una comunità che lo accetta senza le sfumature razziste che avevano accompagnato le vicende della cinese Li nel film precedente di Segre. Che non si ripete, nonostante le analogie tra i due film, perché racconta le due vicende, che sono sì d'immigrazione ma anche e soprattutto di persone, sotto un'angolatura diversa. Fa il bis, però, in quanto a credibilità e bravura: un film poetico, profondamente umano, calibrato al punto giusto e mai melenso; d'attualità, per i valori che esprime raccontando una storia e facendo parlare i personaggi (tutti bravissimi gli interpreti) a prescindere dalle tristi vicende dei naufragi di disperati di questi tempi.

sabato 19 ottobre 2013

Gloria

"Gloria" di Sebastián Lelio. Con Paulina García, Sergio Hernández, Marcial Tagle, Fabiola Zamora, Diego Fontecilla, Antonia Santa Maria. Cile, Spagna 2013 ★★★
Un buon film, ben girato e interpretato splendidamente da Paulina García, peraltro ottimamente coadiuvata da Sergio Hernández: una cinquantottenne separata da tempo, con due figli ormai grandi e indipendenti che, ancora piena di energie, frequentando feste e discoteche per single, è alla ricerca di un nuovo amore. E lo trova in Rodrigo, un coetaneo, come lei separato ma da poco, di fatto ancora intrappolato in un rapporto di dipendenza dalla moglie e dalle due figlie che ancora vivono con lei: nonostante la forte attrazione anche sessuale tra Gloria e Rodolfo, sarà la sua meschinità e dipendenza biunivoca a far saltare il loro rapporto proprio in un'età in cui potrebbero, e dovrebbero, sentirsi finalmente liberi da qualsiasi "dovere" sociale. E' anche un film molto cileno: descrive con rara efficacia una borghesia che non ha mai voluto mostrarsi molto, né al cinema né altrove, avendo parecchi scheletri nell'armadio da nascondere per essere vissuta e prosperata all'ombra del regime di Pinochet: Rodrigo stesso è un ex militare (della Marina, però, tiene a precisare, come se fosse una scusante), e nonostante la sua timidezza e i suoi modi da gentleman impacciato ha finito per occuparsi di un parco di divertimento per adulti dove si gioca alla guerra simulata. Mai si parla apertamente di politica e meno che mai del proprio coinvolgimento e dei propri silenzi in una dicta-dura che non sembra mai veramente trascorsa, in questo ambiente: e nel film viene magistralmente rappresentata, non so quanto consapevolmente, proprio questa fascia di società imbalsamata, perbenista, ipocrita, autocensurata che ha da sempre, e sempre di più, in mano le ricchezze e le leve di un Paese dai contrasti sociali fortissimi: laboratorio negli anni Settanta e Ottanta per le teorie monetariste dei "Chicago Boys", il Cile è da tempo all'avanguardia nel liberismo più sfrenato. La Santiago che si vede nei film è quella benestante dei quartieri alti (anche in senso non figurato) e settentrionali; non vi è un accenno a quelli sud-occidentali, non si vedono quasi facce meticce e meno che mai indigene (così come nei film di newyorkesi di Woody Allen non c'è verso di vedere un nero): è un mondo ibernato, dove la comunicazione interpersonale è improntata al formalismo più rigido e alla frigidità, e dove un personaggio come Gloria, pur borghese fino al midollo, diviene un elemento di vitalità. Merito del film, oltre a farci conoscere una grande attrice, è però soprattutto quello di affrontare con grazia ma senza ipocrisie un tema come l'amore e il sesso  a sessant'anni, ricordando che non è con l'avanzare dell'età che per forza devono diminuire i sogni e la voglia di vivere, e offrire un ritratto a tutto tondo, nelle sue mille sfaccettature, di una "giovane" donna di mezza età, grazie a una recitazione calibrata alla perfezione e attenta a ogni sfumatura di una attrice davvero speciale.

giovedì 17 ottobre 2013

Priebke: antinazifascismo strabico e inutile

Ora: io posso anche capire l'incazzatura dei cittadini albanesi (sic) per i funerali di Erich Priebke che avrebbero dovuto tenersi martedì nella loro città, ma non giustifico e anzi mi procura un senso di disagio e fastidio il comportamento del manipolo di pasionari che, come colti da raptus, si sono accaniti contro il carro funebre che trasportava il feretro assalendolo a calci e pugni, invece di sfogare la loro rabbia contro il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, che prima aveva autorizzato la cerimonia funebre nel monastero di San Pio X, presidio dei seguaci di Lefebvre, per poi revocare il permesso (è lo stesso alto funzionario responsabile delle manganellate al corteo degli studenti del 14 dicembre 2010 a Roma e dei successivi incidenti nonché del recente affaire Shalabayeva; era stato lui a firmare il decreto d'espulsione per la moglie e la figlia del dissidente kazako; e a un personaggio simile è affidato l'ordine pubblico nella capitale in vista delle manifestazioni di domani e, soprattutto, sabato: quindi non ci si stupisca di quanto potrà accadere). Insomma, se la sono presa con un un morto invece che con un vivo, colui che ha creato l'imbarazzante situazione. Un gesto non propriamente eroico e una protesta sterile, oltre che grottesca e francamente ripugnante. Sarebbe stato più comprensibile cercare di malmenare l'immancabile gruppo di neonazi e nostalgici di varia ispirazione che considerano Priebke un eroe, prontamente radunatisi in occasione delle esequie e immancabilmente protetti con solerzia dalle cosiddette forze dell'ordine, e perfino se qualche sempiterno resistente, magari parente di una delle 335 vittime delle Fosse Ardeatine (10 per ogni tedesco ucciso nell'attentato di via Rasella), avesse affrontato l'ex capitano delle SS durante una delle sue passeggiate alla Balduina, dove era agli arresti domiciliari, facendosi giustizia da sé. Invece è stato mantenuto in vita, a nostre spese, dal rientro in Italia nel 1995 fino alla morte avvenuta qualche giorno fa, a cento anni suonati: avrei preferito che qualcuno gliel'avesse fatta pagare prima, tanto per chiarire quanto non abbia alcuna pena né comprensione per questo nazista mai pentito e anzi ostinato e orgoglioso di esserlo. A prescindere dal fatto che responsabile principale dell'eccidio delle Fosse Ardeatine fu Herbert Kappler, in quanto comandante della Gestapo a Roma dall'inizio del 1944 (e che se Priebke si fosse opposto ai suoi ordini sarebbe stato giustiziato dai suoi stessi camerati), ci si dimentica che si era in guerra e che, per quanto crimine contro l'umanità (e, appunto, di guerra, ma sanzionato "a posteriori"), la rappresaglia è praticata anche oggi, impunemente, pure e soprattutto da chi dei diritti dell'umanità si autoproclama paladino, persino in situazioni di belligeranza non dichiarata. Non concordo con tutto quanto scrive Fulvio Grimaldi nel suo post su "Mondocane", ma i fatti a cui si riferisce non sono inventati né le cifre indicate iperboliche: "Crimine di guerra e contro l’umanità, quello di Priebke, da valutare in rapporto al progresso della civiltà e dei diritti umani nell’era democratica post-nazista, che ha visto i presidenti della più grande democrazia del mondo, Bush e Obama, ammazzare, a occhio e croce, 1000 civili per ogni cittadino Usa polverizzato nell’operazione attribuita a nemici islamici dell’11 settembre 2001. Clamori portati al diapason dal solista del coro, Pacifici, presidente della comunità ebraica, che, con logica coerente, serba il più stretto riserbo sui 3000 e passa palestinesi, donne, bambini, anziani, fatti massacrare a Sabra e Shatila dal comandante Ariel Sharon. E poco gli interessa il rapporto tra 1.450 palestinesi uccisi a Gaza da Piombo Fuso, in parte bruciati vivi dal fosforo bianco, e i 15 israeliani colpiti dai razzi della Resistenza, occasione nella quale si è passati dall’orrenda decimazione nazista, all’equilibrata centimazione dell’ 'unica democrazia del Medio Oriente'". Ma anche su questi particolari si sorvola allegramente. Inevitabile la consueta figura di merda a livello internazionale, con uno Stato incapace perfino di gestire un cadavere se non in maniera incongrua e ridicola, mentre probabilmente sarebbe stato sufficiente cremare la salma, consentire una cerimonia privata ai famigliari più stretti e, in mancanza, consegnare le ceneri all'ambasciata tedesca e che si arrangiassero i diplomatici della cancelliera Merkel e il suo governo. Ma siccome siamo in Italia, ci si mettono anche gli orfani della Resistenza (sentire il sindaco Marino abbandonarsi alla retorica di "Roma città antinazifascista", e questo dopo un quinquennio alemanniano-rautiano al Campidoglio, è quantomeno incongruo) col risultato, paradossale, di mantenere in vita il ricordo di Priebke e di un mondo ormai morto e sepolto, senza riuscire a vederne gli eredi che sotto mentite spoglie, vivi e vegeti, sono costantemente e tenacemente all'opera in quello attuale.