Ci hanno triturato gli zebedei per settimane raccontandoci che il risultato del voto alle regionali siciliane avrebbe anticipato le tendenze di quello nazionale. Eccoli serviti. Ma mica hanno capito, disquisiscono ancora e c'è pure il cretino che esulta per un "risultato storico". Se ne accorgeranno alla prossima occasione: è soltanto l'inizio.
martedì 30 ottobre 2012
sabato 27 ottobre 2012
Il comandante e la cicogna
"Il comandante e la cicogna" di Silvio Soldini. Con Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher, Giuseppe Battiston, Claudia Gerini, Nicola Zingaretti, Luca Dirodi, Maria Paiato, Shy Yang, Serena Pinto, Michele Maganza. Italia, 2012 ★★★★
Un film che vola alto, ma con leggerezza e ironia, come la cicogna Agostina del titolo che si libra nel cielo sopra Torino e ha un rapporto d'amicizia con l'introverso Elia, adolescente dall'animo filosofico, così come dall'alto le statue del comandante Garibaldi (con la voce tonante di Perfrancesco Favino), Verdi e Leopardi commentano le vicende che si susseguono sotto i loro occhi in un Paese che ha smarrito da tempo il senso di sé stesso come collettività e che vede i propri abitanti, che sono monadi e mai cittadini a pieno titolo, arrabattarsi nelle proprie misere ma necessarie vicende quotidiane, chi in buona fede, come Leo, idraulico coscienzioso e con socio cinese, padre amorevole di Elia e di Maddalena e vedovo inconsolabile di Teresa, una brava e sempre bella Claudia Gerini che fa la parte del fantasma in bikini; Diana, una stralunata e timida artista che non riesc e a trovare le parole per affermare i suoi diritti; lo strerpitoso Amancio interpretato da Giuseppe Battiston, "sensibilizzatore urbano" di ascendenza slave, colto e saggio provocatore dallo spirito situazionista ma al contempo esoso locatore del miniappartamento occupato da Diana, con la cui pigione paga l'affitto di una catapecchia e da 10 anni sopravvive senza doveri far schiavizzare dal lavoro. Un personaggio ambivalente, mentre nella schiera dei cialtroni e farabutti a pieno titolo entrano l'avvocato Malaffano, nomen omen, un efficacissimo luca Zingaretti dotato di toupet svolazzante, la sua segretaria e, sul fronte dei monumenti, la statua in cartongesso del Cavalier Cazzaniga, un cumenda brianzolo che fa da contrappunto a Garibaldi e che viene opportunamente decapitato dal braccio di un argano mentre sta per essere ripulito. E' una favola, surreale e delicata, che fa interagire spazi urbani inconsueti che solo un occhio attento ai particolari come quello di Soldini riesce a scovare e rendere, con un'umanità che è più reale di quel che potrebbe sembrare. Siamo dalle parti di "Pane e tulipani", a mio parere il miglior lavoro del regista milanese da quel bellissimo film. Una folata di aria fresca.
Un film che vola alto, ma con leggerezza e ironia, come la cicogna Agostina del titolo che si libra nel cielo sopra Torino e ha un rapporto d'amicizia con l'introverso Elia, adolescente dall'animo filosofico, così come dall'alto le statue del comandante Garibaldi (con la voce tonante di Perfrancesco Favino), Verdi e Leopardi commentano le vicende che si susseguono sotto i loro occhi in un Paese che ha smarrito da tempo il senso di sé stesso come collettività e che vede i propri abitanti, che sono monadi e mai cittadini a pieno titolo, arrabattarsi nelle proprie misere ma necessarie vicende quotidiane, chi in buona fede, come Leo, idraulico coscienzioso e con socio cinese, padre amorevole di Elia e di Maddalena e vedovo inconsolabile di Teresa, una brava e sempre bella Claudia Gerini che fa la parte del fantasma in bikini; Diana, una stralunata e timida artista che non riesc e a trovare le parole per affermare i suoi diritti; lo strerpitoso Amancio interpretato da Giuseppe Battiston, "sensibilizzatore urbano" di ascendenza slave, colto e saggio provocatore dallo spirito situazionista ma al contempo esoso locatore del miniappartamento occupato da Diana, con la cui pigione paga l'affitto di una catapecchia e da 10 anni sopravvive senza doveri far schiavizzare dal lavoro. Un personaggio ambivalente, mentre nella schiera dei cialtroni e farabutti a pieno titolo entrano l'avvocato Malaffano, nomen omen, un efficacissimo luca Zingaretti dotato di toupet svolazzante, la sua segretaria e, sul fronte dei monumenti, la statua in cartongesso del Cavalier Cazzaniga, un cumenda brianzolo che fa da contrappunto a Garibaldi e che viene opportunamente decapitato dal braccio di un argano mentre sta per essere ripulito. E' una favola, surreale e delicata, che fa interagire spazi urbani inconsueti che solo un occhio attento ai particolari come quello di Soldini riesce a scovare e rendere, con un'umanità che è più reale di quel che potrebbe sembrare. Siamo dalle parti di "Pane e tulipani", a mio parere il miglior lavoro del regista milanese da quel bellissimo film. Una folata di aria fresca.
venerdì 26 ottobre 2012
Far finta di esser Bersani
giovedì 25 ottobre 2012
On the Road
"On the Road" di Walter Selles. Con Sam Riley, Garrett Hedlund, Kristen Stewart, Kirsten Dunst, Viggo Mortensen. USA 2012 ★ ½
Ancora la dimostrazione, ove ve ne fosse stato bisogno, che è difficilissimo trarre un grande film da un grande libro, a meno di non essere dei grandi registi, lavorare su una sceneggiatura eccellente e disporre degli attori giusti. Tutti ingredienti che mancano a questo film che si limita a "ispirarsi" all'omonimo romanzo di Jack Kerouac, ma di cui sono riconoscibili situazioni e personaggi, a cominciare da Allen Ginsberg rivisitato in chiave macchiettistica e William Borroughs interpretato da un Viggo Mortensen più irritante che mai. La storia ruota attorno al rapporto tra Sal Paradiso, che con un cognome simile non si capisce a quale titolo interloquisca con la madre in québécois, aspirante scrittore newyorkese, il quale alla morte del padre intraprende un viaggio "sulla strada" attraverso gli States, e Dean Moriarty, un giovane sciupafemmine belloccio quanto cretino e irresponsabile, che il padre se l'è "perso" a Denver e non si è mai deciso a ritrovarlo, suo esatto contrario con cui però si completa alla perfezione. Di contorno la giovanissima moglie di Dean, Marylou, che ama le trasgressioni e i rapporti a tre, da cui Dean divorzia per la borghese Camille, una Kirsten Dunst insipida e sciatta in modo indisponente, trasferendosi a San Francisco: ma non lascia mai del tutto Marylou né rinuncia a fare il ragazzino, incapace com'è di crescere. E' tutto un muoversi e ritrovarsi, tra una sbronza e l'altra, un giro di mescalina e una fumata di erba, con contorno di concerti jazz scatenati, discorsi stralunati, situazioni inverosimili e velleitarismo a nastro. Il film si salva in parte per l'ambientazione d'epoca e le belle macchine, quelle sì, della fine degli anni Quaranta-inizio Cinquanta, quando non erano ancora fatte di plastica. La vena registica del brasiliano Walter Selles dà l'impressione di essere in calando: dal sorprendente "Central do Brasil" dell'ormai lontano 1998 ai "Diari della motocicletta" (tratti da quelli di Che Guevara) sempre di viaggio si tratta, ma scivolando verso il basso. Un film inutile, prima ancora che banale, di cui per primi non devono essere stati persuasi gli interpreti, tanto poco sono credibili e convincenti, e come se non bastasse prolisso e lento in maniera esasperante, il che per un film "On the Road" è davvero il colmo.
Ancora la dimostrazione, ove ve ne fosse stato bisogno, che è difficilissimo trarre un grande film da un grande libro, a meno di non essere dei grandi registi, lavorare su una sceneggiatura eccellente e disporre degli attori giusti. Tutti ingredienti che mancano a questo film che si limita a "ispirarsi" all'omonimo romanzo di Jack Kerouac, ma di cui sono riconoscibili situazioni e personaggi, a cominciare da Allen Ginsberg rivisitato in chiave macchiettistica e William Borroughs interpretato da un Viggo Mortensen più irritante che mai. La storia ruota attorno al rapporto tra Sal Paradiso, che con un cognome simile non si capisce a quale titolo interloquisca con la madre in québécois, aspirante scrittore newyorkese, il quale alla morte del padre intraprende un viaggio "sulla strada" attraverso gli States, e Dean Moriarty, un giovane sciupafemmine belloccio quanto cretino e irresponsabile, che il padre se l'è "perso" a Denver e non si è mai deciso a ritrovarlo, suo esatto contrario con cui però si completa alla perfezione. Di contorno la giovanissima moglie di Dean, Marylou, che ama le trasgressioni e i rapporti a tre, da cui Dean divorzia per la borghese Camille, una Kirsten Dunst insipida e sciatta in modo indisponente, trasferendosi a San Francisco: ma non lascia mai del tutto Marylou né rinuncia a fare il ragazzino, incapace com'è di crescere. E' tutto un muoversi e ritrovarsi, tra una sbronza e l'altra, un giro di mescalina e una fumata di erba, con contorno di concerti jazz scatenati, discorsi stralunati, situazioni inverosimili e velleitarismo a nastro. Il film si salva in parte per l'ambientazione d'epoca e le belle macchine, quelle sì, della fine degli anni Quaranta-inizio Cinquanta, quando non erano ancora fatte di plastica. La vena registica del brasiliano Walter Selles dà l'impressione di essere in calando: dal sorprendente "Central do Brasil" dell'ormai lontano 1998 ai "Diari della motocicletta" (tratti da quelli di Che Guevara) sempre di viaggio si tratta, ma scivolando verso il basso. Un film inutile, prima ancora che banale, di cui per primi non devono essere stati persuasi gli interpreti, tanto poco sono credibili e convincenti, e come se non bastasse prolisso e lento in maniera esasperante, il che per un film "On the Road" è davvero il colmo.
martedì 23 ottobre 2012
Cogan - Killin' Them Softly
"Cogan - Killin' Them Softly" di Andrew Dominik. Con Brad Pitt, Ray Liotta, Scoot McNairy, Ben Mendelsohn, James Gandolfini, Richard Jenkins, Vincent Curatola. USA 2012 ★★★½
Quasi in contemporanea con "Killer Joe", compare sugli schermi "Killer Jack", nei panni di un sempre convincente Brad Pitt, contornato da un cast di caratteristi di livello superiore, alcuni ben noti nei film di mafia. Aleggiano anche qui letture e suggestioni tarantiniane, e l'ambientazione spostata anche qui nel Sud degli Stati Uniti, il Texas nel film di Friedkin e la Louisiana in questo lavoro del neozelandese Dominik. Siamo alla fine dell'era Bush, in piena crisi finanziaria, e le ultime battute della campagna elettorale tra Obama e McBain fanno da sfondo alla vicenda di due malviventi di mezza tacca che vengono convinti a rapinare una bisca clandestina della mafia, sicuri che la colpa verrà addossata al gestore, per via di una sua vecchia pecca. La mafia naturalmente vuol vederci chiaro e recuperare i soldi: l'intero del resto sistema è in crisi, quello "legale" come quelli illegale, che del resto funzionano alla stessa identica maniera e con le stessa logica (essenzialmente criminale anche nel caso della Grande Finanza). Così, tramite un avvocato che tiene i contatti, uno splendido Richard Jenkins, ingaggia Jackie Cogan, uno che "risolve i problemi", come il celebre Wolf, ma lo fa rimuovendo i "problemi" con dolcezza, evitando il più possibile il coinvolgimento personale, e così ingaggia, per una delle vittime segnate, che conosce personalmente e le cui implorazioni potrebbero turbarlo, un altro killer suo amico, interpretato da un James Gandolfini anche qui, come nei "Soprano", nei panni di un criminale in crisi esistenziale, che affoga nell'alcol e nella frequentazione di prostitute. Ci sono un paio di intoppi e alla fine Cogan deve provvedere di persona a tutte e tre le eliminazioni previste, e finisce con una grottesca trattativa sul prezzo concordato. Il film è chiaramente una metafora, come confermano i discorsi, dei due candidati presidenziali, incentrati sulla necessità di salvaguardare il sistema finanziario andato per aria grazie ai "sacrifici di tutti", in nome della"Unità della Nazione", degli "Ideali Americani", di una fantasmatica "Comunità Nazionale". Tutte balle che sentiamo in continuazione con poche varianti anche nella vecchia Europa: lo sa bene Cogan, che afferma perentorio, nell'ultima scena, che negli USA non esiste alcuna comunità e che ognuno è solo, e che l'unico significato dell'America, la sua ragion d'essere, sono gli affari. E quindi anche la mafia, tramite il suo avvocato, deve stare ai patti. E pagare. Solo per questo finale il film merita ip prezzo del biglietto, ma anche per il resto non è niente male.
Quasi in contemporanea con "Killer Joe", compare sugli schermi "Killer Jack", nei panni di un sempre convincente Brad Pitt, contornato da un cast di caratteristi di livello superiore, alcuni ben noti nei film di mafia. Aleggiano anche qui letture e suggestioni tarantiniane, e l'ambientazione spostata anche qui nel Sud degli Stati Uniti, il Texas nel film di Friedkin e la Louisiana in questo lavoro del neozelandese Dominik. Siamo alla fine dell'era Bush, in piena crisi finanziaria, e le ultime battute della campagna elettorale tra Obama e McBain fanno da sfondo alla vicenda di due malviventi di mezza tacca che vengono convinti a rapinare una bisca clandestina della mafia, sicuri che la colpa verrà addossata al gestore, per via di una sua vecchia pecca. La mafia naturalmente vuol vederci chiaro e recuperare i soldi: l'intero del resto sistema è in crisi, quello "legale" come quelli illegale, che del resto funzionano alla stessa identica maniera e con le stessa logica (essenzialmente criminale anche nel caso della Grande Finanza). Così, tramite un avvocato che tiene i contatti, uno splendido Richard Jenkins, ingaggia Jackie Cogan, uno che "risolve i problemi", come il celebre Wolf, ma lo fa rimuovendo i "problemi" con dolcezza, evitando il più possibile il coinvolgimento personale, e così ingaggia, per una delle vittime segnate, che conosce personalmente e le cui implorazioni potrebbero turbarlo, un altro killer suo amico, interpretato da un James Gandolfini anche qui, come nei "Soprano", nei panni di un criminale in crisi esistenziale, che affoga nell'alcol e nella frequentazione di prostitute. Ci sono un paio di intoppi e alla fine Cogan deve provvedere di persona a tutte e tre le eliminazioni previste, e finisce con una grottesca trattativa sul prezzo concordato. Il film è chiaramente una metafora, come confermano i discorsi, dei due candidati presidenziali, incentrati sulla necessità di salvaguardare il sistema finanziario andato per aria grazie ai "sacrifici di tutti", in nome della"Unità della Nazione", degli "Ideali Americani", di una fantasmatica "Comunità Nazionale". Tutte balle che sentiamo in continuazione con poche varianti anche nella vecchia Europa: lo sa bene Cogan, che afferma perentorio, nell'ultima scena, che negli USA non esiste alcuna comunità e che ognuno è solo, e che l'unico significato dell'America, la sua ragion d'essere, sono gli affari. E quindi anche la mafia, tramite il suo avvocato, deve stare ai patti. E pagare. Solo per questo finale il film merita ip prezzo del biglietto, ma anche per il resto non è niente male.
domenica 21 ottobre 2012
La discesa di Orfeo
"La discesa di Orfeo" di Tennessee Williams. Drammaturgia e regia di Elio De Capitani. Con Cristina Crippa, Elena Russo Arman, Edoardo Ribatto, Luca Torraca, Corinna Agustoni, Sara Borsarelli, Carolina Cametti, Marco Bonadei, Cristian Giammarini, Debora Zuin Elio De Capitani e Alessandra Novaga (chitarra elettrica). Luci di Nando Frigerio, suono di Giuseppe Marzoli. Produzione Teatro dell'Elfo. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 4 novembre 2012
E' intensa, struggente e umorale come un blues la rilettura che Elio De Capitani fa di una delle ultime opere di Tennessee Williams, che era stata rappresentata per la prima volta in Italia a cura del "Teatro dell'Elfo" al Festival dei Due Mondi nel luglio passato, terzo omaggio della compagnia milanese all'autore statunitense nel centenario della nascita e a trent'anni dalla morte, alla luce della intensa esperienza fassbinderiana compiuta dagli "elfi" nel corso della loro esistenza. In uno spazio industriale si trovano a provare lo spettacolo undici attori e una chitarrista sempre in scena, che a turno entrano ed escono dai loro personaggi raccontando contesto e azioni dei personaggi, e questa "deambientazione" consente un racconto più fluido, con cadenze cinematografiche e tanto di flash back, pur riuscendo a rendere in maniera palpabile la opprimente, tesa e cupa collocazione della vicenda nel profondo Sud degli Stati Uniti. E' in una cittadina claustrofobica, dove domina mai sopito il razzismo e si agitano sullo sfondo le ombre di Ku Klux Klan che "discende" Val, novello Orfeo armato di chitarra in spalla anziché di una lira, nonché dell'inseparabile giacca di pelle di serpente, e la sua Euridice sarà Lady, figlia di un immigrato italiano arso vivo nella sua vigna ,come scoprirà, ad opera del suo stesso marito, Jabe, un luciferino Luca Torraca, un possidente vecchio, malato e incarognito che la tratta come un oggetto di sua proprietà. Entrambi provano a cambiare vita e a riscattarsi, lei insistendo nel voler aprire a tutti i costi un locale, lui che mette fine al suo vagabondare per aiutarla e anche perché si è innamorato di lei. Terzo personaggio sognatore, che desidera cambiare il suo destino, la ricca, giovane ma ribelle Carole Cutrere, che sembra scritto apposta per la validissima interpretazione di Elena Russo Arman, sempre più brava. Attorno a loro, lo sceriffo Talbott, sua moglie Vee, che cerca di sfuggire a quel mondo sordido e violento attraverso la pittura, una efficacissima Corinna Agustoni, i suoi due scagnozzi e le rispettive mogli. Cristina Crippa più intensa che mai ed Edoardo RIbatto che conferma la sua piena maturità dopo Angels in America. Luci sciabolanti, spesso manovrate dagli attori stessi e una puntuale sottolineatura musicale, in perfetto stile Elfo, rendono questa "Discesa" uno spettacolo godibile quanto emozionante e da non perdere, per chi apprezza un teatro moderno e vivo più che mai.
E' intensa, struggente e umorale come un blues la rilettura che Elio De Capitani fa di una delle ultime opere di Tennessee Williams, che era stata rappresentata per la prima volta in Italia a cura del "Teatro dell'Elfo" al Festival dei Due Mondi nel luglio passato, terzo omaggio della compagnia milanese all'autore statunitense nel centenario della nascita e a trent'anni dalla morte, alla luce della intensa esperienza fassbinderiana compiuta dagli "elfi" nel corso della loro esistenza. In uno spazio industriale si trovano a provare lo spettacolo undici attori e una chitarrista sempre in scena, che a turno entrano ed escono dai loro personaggi raccontando contesto e azioni dei personaggi, e questa "deambientazione" consente un racconto più fluido, con cadenze cinematografiche e tanto di flash back, pur riuscendo a rendere in maniera palpabile la opprimente, tesa e cupa collocazione della vicenda nel profondo Sud degli Stati Uniti. E' in una cittadina claustrofobica, dove domina mai sopito il razzismo e si agitano sullo sfondo le ombre di Ku Klux Klan che "discende" Val, novello Orfeo armato di chitarra in spalla anziché di una lira, nonché dell'inseparabile giacca di pelle di serpente, e la sua Euridice sarà Lady, figlia di un immigrato italiano arso vivo nella sua vigna ,come scoprirà, ad opera del suo stesso marito, Jabe, un luciferino Luca Torraca, un possidente vecchio, malato e incarognito che la tratta come un oggetto di sua proprietà. Entrambi provano a cambiare vita e a riscattarsi, lei insistendo nel voler aprire a tutti i costi un locale, lui che mette fine al suo vagabondare per aiutarla e anche perché si è innamorato di lei. Terzo personaggio sognatore, che desidera cambiare il suo destino, la ricca, giovane ma ribelle Carole Cutrere, che sembra scritto apposta per la validissima interpretazione di Elena Russo Arman, sempre più brava. Attorno a loro, lo sceriffo Talbott, sua moglie Vee, che cerca di sfuggire a quel mondo sordido e violento attraverso la pittura, una efficacissima Corinna Agustoni, i suoi due scagnozzi e le rispettive mogli. Cristina Crippa più intensa che mai ed Edoardo RIbatto che conferma la sua piena maturità dopo Angels in America. Luci sciabolanti, spesso manovrate dagli attori stessi e una puntuale sottolineatura musicale, in perfetto stile Elfo, rendono questa "Discesa" uno spettacolo godibile quanto emozionante e da non perdere, per chi apprezza un teatro moderno e vivo più che mai.
giovedì 18 ottobre 2012
Stupidario cafonal alla milanese
Iscriviti a:
Post (Atom)






