venerdì 7 ottobre 2011

Il bell'autunno dell'Innviertel, la "Toscana dell'Austria"

Straßer PischelsdorfHo avuto la buona sorte di avere trascorso la prima giornata veramente autunnale di questo 2011 meteorologicamente sballato nell'Innviertel, la zona più occidentale dell'Alta Austria, appena più a Nord di Salisburgo, divisa in quattro aree o regioni: questa è quella che si affaccia sull'Inn, che segna il confine con la Baviera, Stato a cui l'Innviertel (allora chiamato Innbayern) apparteneva fino alla Pace di Teschen del 1779, quando venne annesso all'Impero Austroungarico e con cui ha ancora molto in comune: è a tutt'oggi Monaco la città di riferimento, molto più del capoluogo Linz o della capitale, Vienna. Centro principale dell'Innviertel è Braunau, una graziosa cittadina medievale tristemente nota per aver dato i natali ad Adolf Hitler: i suoi abitanti se ne vergognano alquanto, e se proprio devono parlarne preferiscono ricordare che nessuno è profeta in patria, e che l'imbarazzante concittadino ha dovuto cercare il successo all'estero, per quanto vicino, purtroppo trovandolo. Una fortuna trovarmi qui oggi, dicevo, che nell'arco di una nottata la temperatura si è abbassata di colpo di 20 gradi, dopo due settimane abbondanti è riapparsa la pioggia (qui si parlava già in termini di siccità) perché questa regione prealpina, caratterizzata da dolci paesaggi collinari e da vallate boscose che scendono verso il bacino dell'Inn e poi del Danubio, ricca di laghi e di corsi d'acqua, nota anche come la "Toscana dell'Austria", è il luogo ideale per apprezzare la stagione che sembra finalmente avere inizio. Questo per i suoi colori: ogni gradazione e tonalità di verde che viene arricchita dalla esplosione delle prime foglie rosse, gialle e brunite; per le brume che salgono dai boschi, numerosi e intatti nella zona, che rendono incantati i panorami circostanti; per i profumi di una campagna ancora in buona parte indenne dall'invasione di capannoni, centri commerciali e brutture, dove si seguono ritmi antichi, si conservano gelosamente anche nelle costruzioni tracce e tradizioni di un passato che non lo è mai del tutto, e che dunque risultano ancora vive e autentiche, così come lo è la gente, straordinariamente ospitale e amichevole a patto che, con la stessa sincerità e semplicità con cui si pone, la si tratti con autentica curiosità e rispetto, senza la tipica supponenza del cittadino globalizzato: se non le si va a genio, con la medesima autenticità si chiude nel suo dialetto ostico e in modo diretto ti fa capire che sei fuori luogo; per i suoi sapori, e qui mi riferisco ai piaceri della tavola, che nell'Innviertel vengono ampiamente soddisfatti da una ricca scelta di prodotti locali, particolarmente vari in autunno: sono queste, anche, le settimane della selvaggina, organizzate nei paraggi da ogni osteria della regione (e di quelle vicine). Ci voleva, insomma, anche questo brusco passaggio da una tarda estate che stava diventando estenuante, nel suo allungarsi a dismisura dopo essersi fatta attendere invano per un mese e mezzo, e ci voleva il dolce rimbrotto di una cara amica in risposta al mio annuncio che era cominciato "il tempo di merda", che mi ha fatto riflettere quanto a sproposito capiti di usare le parole, cadendo per superficialità nei luoghi comuni che, nel mio caso, sono il primo a detestare: chi lo dice che quella più fredda è la "brutta stagione" per definizione e bella quella calda? Ci vogliono entrambe, almeno alle nostre latitudini, così come è indispensabile l'acqua, questa sì anche all'Equatore. Perché ogni cosa è complementare e necessaria all'altra, su questa Terra e in natura in generale. Dimenticarlo, anche nel modo di esprimersi, è una prova di non esservi più in sintonia. Buon autunno a tutti, quindi.

sabato 3 settembre 2011

Ten Years After




Alcune ricorrenze sono vere e proprie pietre miliari e vanno commemorate. Sono esattamente 10 anni che ho lasciato la citta dove sono nato, cresciuto, in cui ho studiato, lavorato e vissuto per 45 annni della mai vita, dai famigerati anni Ottanta in poi sempre più come "clandestino", fino a quando non l'ho sentita più mia. Il 3 settembre del 2001, due grossi furgoni al seguito, sono sbarcato armi e bagagli sul medio corso del Tagliamento e mi sono insediato qui. Non so dire quanto m'abbia espulso Milano, come fossi un calcolo, o quanto la rinnegassi io, sentendomi ormai un corpo estraneo. 10 anni nel cuore del Friuli e mi sembra di averne guadagnati 30 in termini di qualità della vita: nonostante le perplessità di quasi tutti i parenti, miei amici e conoscenti, non ho mai avuto dubbi sulla mia decisione, né ripensamenti. Ho avuto meno difficoltà di ambientamento qui, dove pure il "foresto" viene valutato con una certa circospezione, che di sopportazione per il mantenimento dello status quo ante a Milano, e probabilmente una terra di confine, dove il frastuono del chiacchiericcio ossessivo e inconcludente giunge da lontano, così attutito da diventare soltanto un brusio di sottofondo, meno insopportabile che nel centro economico-finanziario-editoriale del Paese, è più confacente alla mia natura mulatta e transfrontaliera, semmai orientata verso il centro dell'Europa. Di cui il Friuli ha sempre fatto parte. Terra di frontiera (letteralmente, nel senso di fronte, durante le due ultime guerre) e di con-fini. I due termini non si contraddicono: specie il secondo che racchiude sia quello di limite (fine) sia l'elemento di unione (con). Si tratta di limiti comuni, ossia in comune. La coscienza dei quali è ciò che manca agli italiani per renderli cittadini a pieno titolo (e non sudditi) di uno Stato degno di tal nome, di cui infatti dopo 150 anni non c'è traccia, inteso come sovrastruttura necessaria per la convivenza civile tra soggetti liberi aventi un minimo comune denominatore, ossia dei limiti in comune (riecco i con-fini) da rispettare, e che gestisce, a nome e nell'interesse di tutti, dei beni in comune, oltre che fornire dei servizi per cui si paga, in iIlatia, uno sproposito rispetto a quanto si riceve in cambio. Forse, per sentirsi italiani (senza esagerare, però), bisogna vivere ai confini. Lontani dai centri di potere, Roma e Milano soprattutto. Sperando di non essere ridotti a sentirsi italiani quando si è all'estero, magari costretti. Come è successo a intere schiere di connazionali di oggi (giovani in fuga, specie i "cervelli", che in un Paese gerontocratico non trovano spazio), di ieri (gli esuli antifascisti, per essempio, e milioni di emigrati per sfuggire alla miseria indotta da uno sviluppo sociale distorto) e dell'altroieri, quando si era divisi in staterelli. Milano, coi suoi tic, i suoi ritmi compulsivi e insensati, è ormai lontana. Non mi manca per quello che è, semmai per quello che è stata e non potrà più essere. Ma questo fa parte dei miei ricordi. Di una memoria che la Milano di oggi sembra rifiutare, non sapendo cosa farsene. Infatti è diventata un non luogo, senza identità, come un centro commerciale. Come molte altre cose in Italia, anche il berlusconismo, ultimo stadio del degrado di questo Paese, ha avuto inizio a Milano. Meglio vederla da qui, a distanza di sicurezza, senza invidiarle nulla. E assaggiarla a piccole dosi da turista. Ormai da dieci anni home è 400 chilometri più a Est. E sono passati in un attimo.

venerdì 2 settembre 2011

Poetici elementi di socialismo nell'edilizia popolare di Vienna

Karl Marx-HofTre giorni a Vienna sono stati una boccata d’ossigeno in mezzo ai fumi tossici che hanno pervaso quest’estate in cui, causa crisi, i nostri politicanti, a cominciare da quelli al governo di questo sciagurato Paese, non hanno dato tregua con trovate estemporanee e contraddittorie per rabberciare in qualche maniera una manovra finanziaria senza capo né coda nel vano tentativo di salvare un tracollo ormai inevitabile. Non sufficienti per disintossicarsi, ma utili per vivere una realtà diversa, fare dei raffronti e... incazzarsi ancora di più. Premesso che non impazzisco per Vienna, chenon rientra tra le città che mi emozionano e mi entrano nel cuore, così come non amo particolarmente l’Austria e gli austriaci, proprio perché li conosco molto da vicino, ciò che salta subito all’evidenza è la sua vivibilità. Intesa come qualità della vita in generale: dal traffico, al funzionamento dei mezzi pubblici (per niente cari se si usano biglietti con validità per 24, 48, 72 ore o, meglio ancora una settimana), alla pulizia, al livello dei prezzi: mediamente più bassi che in Italia, e dei servizi: imcomparabilmente maggiore, con stipendi medi però molto più alti. Ma una cosa in particolare mi è saltata all’occhio: l’impegno del Comune nell’edilizia popolare. Il concetto di sovvenzionamento dell’edilizia residenziale sociale a Vienna, città “rossa” da sempre, risale all’inizio negli anni Venti del secolo scorso, ed è la ragione per cui quasi il 60% della sua popolazione abita in appartamenti sovvenzionati (lo strumento attaulmente in vigore consiste nei “Wohnfonds Wien”, Fondi Abitativi Viennesi, istituiti dal Comune nel 1984). In particolare, 220.000 dei quasi 1.7000.000 cittadini abitano in case popolari di proprietà pubblica. Un esempio famosissimo è quello del Karl Marx-Hof, (foto in alto) caso di scuola, che risale agli Anni 30, ma lo è anche la splendida Hundertwasserhaus, creazione del geniale pittore-architetto ecologista di cui porta il nome, che è della metà degli anni Ottanta (qui sotto).Hundertwasserhaus AInfine, le case costruite o ristrutturate dal Comune sono innumerevoli, lo testimoniano  le iscrizioni sulla facciate. Ne ho visti esempi a decine in distretti centralissimi come quelli tra il 3° e il 7°, che sono quelli che ho bazzicato di più, ma ne ho notati perfino nel 1°, il cuore della città all’interno del”Ring” (è tutt'altro che improbabile che il "cratere" della foto pubblicata ieri, scattata nella"Marxerstraße" proprio nel 3° distretto, venga "riempito" da un immobile del Comune o da esso sovvenzionato). Non si tratterà di capolavori dell’architettura, ma sono case dignitose, quelle moderne prevedono anche box, hanno canoni abbordabili. Quella della foto (in basso), ad esempio, è sulla Margaretenstraße, una delle arterie principali della città, cuore di uno dei quartieri più vivi ed eccentrici. Vienna all’inizio degli anni Settanta aveva gli stessi abitanti di Milano, 1.700.000. Nonostante il calo demografico (compensato dall’arrivo di immigrati, turchi e slavi in particolare, che la rendono una città multietnica senza particolari tensioni sociali) i residenti in 40 anni sono rimasti gli stessi, nel Comune di Milano sono diminuiti di un terzo (ora è sotto la soglia del 1.300.000). Dove pure una tradizione socialista esisteva, come a Vienna, e anche un Istituto delle case popolari che funzionava, fino agli anni Sessanta. Ora si buttano milioni di euro per un Expo inutile e votato al fallimento e di edilizia popolare, per non parlare di quella sovvenzionata, non ne è rimasta nemmeno l’ombra. E sto parlando di Milano, non del Sud. Col risultato di svuotare il centro della città, regalandolo alle attività commerciali o finanziarie, e facendolo morire, deportando i suoi vecchi abitanti nelle estreme periferie o nei Comuni della cintura, e obbligando le famiglie a diventare proprietarie, indebitandosi e rendendosi tassabili, di orripilanti case da “geometri” in centri squallidi e senz’anima. A Vienna le case popolari le hanno fatte costruire a un poeta: ecco la differenza. 

Wohnhaus Gemeinde Wien

giovedì 1 settembre 2011

sabato 23 luglio 2011

Il figlio khmer


Don DetQuando uno è tal punto disgustato da rifiutarsi di fare un commento sulle ultime esibizioni di un ceto politico che chiamare “casta” sembra ormai perfino un complimento, e di cui Berlusconi, Bossi e D’Alema sono i tre esponenti più ripugnanti, infestando la vita dell’Italia negli ultimi vent’anni (l’ultimo perfino 40), e in più dopo aver scostato le imposte guardando fuori in una mattina di mezza estate vede brume da autunno avanzato, e adeguato è anche il clima, basta che si sposti lontano col pensiero e può farlo con la fantasia o coi ricordi, di quelli che rimangono nel cuore, perché questo significa viaggiare. E come prima cosa mi è tornato alla mente di avere un “figlio” khmer. Sothy è il suo nome, e questo è il racconto di come mi è giunto. Inizio del 2006: mi trovavo a Don Det, una delle “4000 isole” (Si Phan Don in lingua indigena), in un punto, quasi a ridosso del confine tra Laos e Cambogia, in cui il Mekong raggiunge la sua massima larghezza: circa 15 chilometri, e lì in mezzo si trova questo groviglio di isole, di cui solo alcune, le più grosse e stabilmente emerse, sono abitate: le altre vanno e vengono a seconda della portata del fiume, e quindi della stagione. L’inverno è quella secca, ed è il miglior momento per fare quella discesa del fiume che avevo immaginato da anni. L’avevo iniziata a Chiang Kong, un paio di settimane prima, al confine tra Thailandia, e Laos, nel cuore del “Triangolo d’oro” della produzione di oppio, la frontiera birmana a pochi chilometri e non molto più lontano quella cinese. Ancora non molto tempo fa  la navigazione era il mezzo più rapido di spostamento possibile, ora i tratti effettivamente percorsi da barche che trasportano persone sono rimasti pochi, e in alcuni casi avevo contrattato dei passaggi verso Sud a bordo di piccole lance di pescatori, unico passeggero.Chiang KongAvevo comunque lasciato alle spalle la mistica Louangphrabang, Vientiane, la capitale (dove mi ero procurato il visto per la Cambogia), Pakxé, Champasak e il vicino tempio di Vat Phu (primo assaggio di cultura khmer, un anticipo di Angkor). Si Phan Don era ilrelax, per qualche giorno, in un’atmosfera idilliaca, con persone che vivono di agricoltura e pesca, dove si alloggia (a parte qualche soluzione più strutturata) in spartani bungalow lungo il fiume, la corrente (scarsa) era data dai generatori e veniva staccata alle 22 (in compenso la connessione internet avveniva via satellite ed era veloce quanto la nostra ADSL attuale) e tiravo le conclusioni sul Laos: il Paese non solo dell’area, ma in assoluto tra quelli che ho visitato finora, che più mi è piaciuto, proprio per la sua gente. Povera ma dignitosa, gentile nell’animo e non per convenienza, con cui è pressoché impossibile entrare in contatto parlando una qualche lingua ma estremamente facile con un sorriso e un lieve inchino a mani giunte: il namasté, il saluto buddista. Poi si procede a gesti e la cosa riesce sempre bene. In Laos mi sono sempre sentito a mio agio e veramente ospite. Quasi sempre un viandante, raramente un turista. La Cambogia era a pochi chilometri e proprio dove passa il confine c’era un punto in cui ero riuscito a scorgere il delfino d’acqua dolce, detto dell’Irrawaddy (il grande fiume della Birmania): in questa zona è davvero diventato un mammifero d’acqua dolce, mentre sul fiume che gli dà il nome staziona occasionalmente, diciamo che ci va in vacanza, dall’habitat naturale dell’Oceano Indiano. Mi chiedevo cosa avrei trovato nella terra dei khmer, sottoposta per 3 anni, 8 mesi e 20 giorni, dal 1975 al 1978, al regime più paranoico, osceno e genocida apparso sulla Terra: i “Khmer Rossi” di Pol Pot che hanno sterminato tra il 20 e il 30% di cambogiani, dal milione e mezzo ai due milioni e mezzo di morti, che avevano già subìto una guerra civile dopo quella, non dichiarata, dagli USA, che bombardavano e avvelenavano il loro territorio lungo la linea del “Sentiero di Ho Chi Minh”, da cui passavano i rifornimenti dal Vietnam del Nord a quello del Sud in cui agivano i viet-kong, passando, per l’appunto, da Laos e Cambogia. Il progetto criminale di Pol Pot e della sua ghenga era però lucido e conseguenza estrema ma coerente di una ideologia intrinsecamente malata come quella comunista: come del resto Hitler, egli voleva forgiare l'uomo nuovo, senza più alcun legame col passato; ma a differenza del tedesco, gli ideologi gauchiste formatisi nelle migliori università francesi cominciarono dal proprio popolo. Ma i khmer erano anche gli eredi dell’omonimo impero che, dall’800 al 1400, fu il più grande e di gran lunga più evoluto che ebbe tutto il Sud Est Asiatico continentale. Angkor ne fu la splendida capitale, in pratica una città-tempio, che raggiunse un milione di abitanti nel momento del suo massimo fulgore, e fu “scoperta” (letteralmente) a metà del 19° secolo dai francesi dopo essere stata inghiottita per secoli dalla foresta.Verso Stung TrênL’avrei visto, cos’era diventata la Cambogia, a poche decine di minuti da quel paradiso, dopo essere tornato sulla terraferma a bordo di una chiatta che trasportava di tutto, e un breve percorso in minivan, altrettanto stracarico, guidato da Mr. Mo in persona, con cui avevo concordato un passaggio a Siem Reap, la base per i templi di Angkor, con uno stop-over a Kâmpong Cham, sia perché volevo dare un’occhiata a una città il cui nome mi era diventato familiare negli anni della Guerra del Vietnam (coi suoi bollettini quotidiani sia in radio sia in TV), sia perché non ritenevo credibile poterci arrivare in una tirata per mezzanotte (e avevo avuto perfettamente ragione, come mi confermarono la stragrande maggioranza dei compagni di viaggio che avrei ritrovato a destinazione: affranti, s’erano dovuti accampare in una qualche guesthouse a Phnom Penh, la capitale). Il primo impatto è stato il posto di frontiera di Dom Kralor: una baracca in mezzo a una foresta desolata con un paio di stanchi, accaldati ma gentili funzionari, che registravano il visto con una procedura alquanto elaborata (nulla in confronto a quello che avrei sperimentato alla frontiera vietnamita qualche settimana dopo: lì la demenza burocratica si sarebbe elevata a rito, nell’usare sei timbri diversi su un singolo visto). Nell’attesa che la procedura si completasse, due ore per 17 persone (tante eravamo stivate in un pullmino da 14 posti, autista compreso e bagaglio pure. In genere si aggiunge qualche non meglio specificato “aiutante” di famiglia o della merce da scaricare lungo il tragitto, e in un modo o nell’altro ci si sta sempre lo stesso. La ciccia si comprime, no?), avevo fatto conoscenza con Euro, un italo-croato del Quarnaro che sarebbe diventato mio compagno di viaggio per un breve tratto ma anche un amico con cui sono tuttora in contatto. Girava con un cappellino rossocrociato e l’avevo preso per svizzero: non c’ero andato lontano dato che vive vicino a Varese, a ridosso del confine. Con lui e Julie, una studentessa ebrea del New Jersey con cui ci divertivamo a intrattenerci lei parlando in yiddish e io nel dialetto austro-tedesco più estremo: praticamente identici, dopo una sosta fisiologica e alimentare a Stung Trên e un’altra nella più piacevole e coloniale Kratje, abbiamo abbandonato al loro destino gli altri 14 compagni di viaggio a Kâmpong Chang trascorrendo una gradevolissima serata assieme, cena compresa.Bassorilievi 1E il primo impatto era stato non di povertà, ma di miseria, di infrastrutture in rovina (la strada, un inferno), una campagna squallida e ridotta allo stremo in un Paese che per per clima e condizioni idrogeologiche possiede terre tra le più fertili al mondo. Insomma, si sentiva ancora aleggiare l’ombra macabra di Pol Pot e non sembrava esserci, almeno in quella zona, ancora un vero segno di ripresa. Rispetto al Laos la mitezza innata della gente era uguale, veniva meno la serenità. Anche nei tratti delle persone, rispetto ai vicini, poco si notava in comune coi laotiani, e nulla con vietnamiti, thailandesi e cinesi. Più scuri di pelle (le donne fino a vergognarsene ossessivamente), nelle fattezze qualcosa di indeciso e dei tratti che ricordano da un lato i malesi e dall’altro gli indiani: e sicuramente nella Grande Madre India affondano le radici della cultura khmer, come si capisce subito dalla scrittura. Trascorsa la notte in stanze di raro squallore, dotate di sfiatatoi al posto delle finestre ma in compenso fornite di TV, a 4 U$D, ed erano abbastanza in alto nella scala dell’offerta) avevamo anche finalmente in mano un documento cartaceo di viaggio: saremmo partiti alle 7.30 dalla locale stazione dei bus, raggiunta a bordo di “motò”, il mezzo più rapido ed efficiente in tutta quella parte di mondo. Viaggio che ricordo piacevole (almeno rispetto a quello del giorno precedente), con due stop. L’arrivo a Siem Reap è stato memorabile, con la polizia che teneva a bada orde di postulanti che parevano in preda al delirio con lunghe canne di bambù e sembravano in preda a raptus anche gli agenti: un casino infernale, in mezzo al quale adocchiammo subito l’emissario della Guesthouse Smiley: proprio quella che cercavo, perché me l’aveva segnalata un giovane fotoreporter inglese, Tim Draper, che avevo conosciuto a Si Phan Don, ed era incazzato nero con "National Geographic" che lo aveva mandato lì nella stagione sbagliata per fotografare le famose risaie verde smeraldo: erano per la maggior parte riarse. Quell’emissario della “Smiley”, a cui mi aveva indirizzato il consiglio del fotografo londinese giramondo, che pareva lì apposta ad attendere Euro e me a bordo del suo moto-riksciò, con aria timida e al contempo amichevole, nel giro di tre giorni sarebbe diventato mio figlio e di nome fa Sothy.AngkorCominciò con l'essere il driver (così lo chiamavo) del nostro primo giro ai templi di Angkor il giorno successivo. Che avremmo fatto in due scarrozzati sul comodo moto-riksciò, con tanto di tettuccio, attaccato alla moto (esistono tre possibilità di biglietto: 1 giorno, 3, oppure une settimana: Euro scelse di vedere solo le cose imperdibili e proseguire alla volta di Kampot-Sihanoukville). Non sto a raccontare dei singoli siti, ma Sothy decise di attaccare da quello più lontano in programma, il “Banteay Srei” (Cittadella delle donne), tra i più vecchi, a 35 chilometri da Siem Reap, famoso per i bassorilievi su pietre rosate, tra quelli tenuti quasi perfettamente: da subito il legame con l’India (avevo visitato il Rajastan a tappeto giusto l’inverno precedente) si manifestava in tutta la possibile evidenza: si tratta della raffigurazione di episodi del Ramayana, eseguiti con tale precisione e maestria da renderli intelligibili a chiunque: i fumetti del tempo, mi venne subito da osservare. Questo l’esordio, per poi convergere verso il “centro”, quello che ha per cuore il celeberrimo Angkor Wat. Con Sothy ci si intendeva in un inglese estremamente elementare oltre che, come di consueto, a gesti, e il ragazzo (24 anni ma 18 d’aspetto) era desideroso di migliorare e imparare, sicuramente intelligente, e lo confermò come congegnò le cose in modo di portarci nei luoghi nel momento di “minima” (si fa per dire, ad Angkor, in quella stagione) affluenza. In più, pur non essendo una guida, faceva in modo di passare per tale in modo da tenere lontani quelle vere, spaventosamente petulanti. Oltre che, con discrezione, gli importuni. E non mancava di darci anche delucidazioni e spiegazioni: poche, semplici e precise. Naturalmente beveva con noi durante le soste nelle aree di ristoro e a pranzo fu nostro ospite mangiando con noi al tavolo, e mi spiace dire che sono assai pochi gli occidentali che ho vostro comportarsi così: per Euro e per me era dovuto oltre che del tutto naturale, e ho notato che molto ci guardavano storto.On The RoadIl meglio però lo ebbi io, visitatore solitario, nei due giorni successivi: la mattina presto del giorno dopo si presento con la “motò” desnuda, e via in due, lui un fuscello, io che sono un peso massimo, sul sellino posteriore. Ma andò alla grande. Per arrivare al Beng Mealea, uno dei siti più diroccati e letteralmente inglobati dalla foresta, che in compenso ne ha conservato perfettamente molti particolari, bisogna fare 80 chilometri verso Nord su una statale asfaltata, dove circola qualsiasi mezzo di locomozione immaginabile, oltre naturalmente ai pedoni (studenti in grande quantità: tutti rigorosamente in divisa), e già questo è uno spettacolo impagabile. Attorno una campagna finalmente fertile. Al tempio, poi, un’avventura da Indiana Jones, non priva di pericolosità (bisogna sapere dove mettere i piedi perché qualcosa potrebbe crollare, oppure incappare in un serpente), che feci in totale solitudine, con Sothy, finché non si aggiunse una coppia di francesi. Emozionante. In seguito un altro centinaio di chilometri per arrivare ai siti di Roluos, con tappe qui e là, prima del Bakong, sede di un monastero buddista, quello che ricordo meglio, formato da una piramide centrale su cinque livelli, circondato da una triplice cinta muraria concentrica e infine da un fossato: circa dell’850, è considerato il modello generale del tempio-montagna, in questo caso la rappresentazione del monte Meru.BakongIl giorno successivo via verso il celebre villaggio galleggiante di Chong Kneas, sul lago Tonle Sap (da dove partono anche i battelli per Phnom Penh: ne avrei preso uno l’indomani), e anche lì Sothy fu abile nel sottrarmi alle trappole per turisti: pagando appena il doppio, invece che partecipare a un tour classico di un’ora intruppato tra dieci persone, me ne arrangiò uno con barcaiolo personale per tutta la mattinata. Ne ho un ricordo splendido. Pranzo, altri templi nella zona “centrale” nel pomeriggio, quando fu sull’imbrunire, e prima di riportarmi definitivamente alla “Smiley Guesthouse” per l’ultima notte prima di lasciare Siem Reap, Sothy mi chiese “l’onore” di una visita alla sua “umile dimora”. Cosa che mi riempì di gioia. Una sorta di palafitta, come usa lì, in legno su due piani, con tetto di lamiera. Acqua in bidoni e legno al posto del gas, troppo caro. Ma una pulizia impeccabile. Lì conobbi la moglie, 17 anni, molto graziosa, intimidita e che non si tolse mai una specie di passamontagna, e il bimbo, di appena un mese (quando me ne parlò avevo capito che doveva ancora nascere) che dormiva beatamente (lì mi ricordai ancora una volta della regola di non toccare mai, nemmeno per una carezza, un buddista “vero” sulla testa). Presente anche la sorella di Sothy, decisamente bella e al 7° mese di gravidanza (come indovinai, suscitando una certa sorpresa). A dimostrazione della sua accortezza, mi raccontò che preferiva stare defilato rispetto alla città, avere per ora una casa spartana ma grande, con lo spazio per ricoverare anche il rimorchio del “motò”, pagando 20 U$D al mese, quando in centro gli avrebbero chiesto come minimo il doppio per una sola stanza, e lui riusciva a guadagnarne circa cento al mese. Infine, era più vicino ai suoi, che vivevano in campagna. Fu raccontandomi come aveva organizzato l’esistenza sua e della sua piccola famiglia che mi disse che da allora in poi in Cambogia avrei avuto un figlio, e che questo non sarebbe mai cambiato. Da loro si usa così, la famiglia è la cosa più importante ed è un concetto piuttosto allargato, diverso da quello occidentale. E io divenni padre di un khmer. Non me ne sono mai dimenticato, pensando a quel viaggio, e a quel Paese. Ma quest’oggi il ricordo è stato particolarmente intenso e ha preso vita, e forma, da sé. 

Mercato boat-to-boat

giovedì 13 gennaio 2011

La chiusura del cerchio

HK Central e Admiralty dallo Star FerryHONG KONG - Ancora una volta, si ritorna da dove l'avventura era cominciata, e rieccomi qui, dopo quasi sei settimane. Ad accogliermi, ieri, dopo le temperature tropicali di Bangkok, ma inferiori alla media anche lì, e dopo una giornata, quella di martedì, nuvolosa e terminata con una pioggerellina leggera, 6 gradi alle 10 del mattino che non avrebbero superato i 10 nella'arco della giornata e la città avvolta nella nebbia: per certi versi, una visione suggestiva, e non si tratava di smog. Scarso anche il traffico e molta meno gente in giro del solito, e quella poca, imbacuccata: l'ho notato anche questa mattina sulla MTR, andando a fare il mio pellegrinaggio d'addio (o più probabilmente arrivederci) allo Star Ferry, rimettere piedi sull'isola vera e propria di Hong Kong e verificare ancora una volta la straordinaria vitalità di questa città.MTRUn mese fa il cantiere che vedete nella foto sotto era soltanto un terreno recintato dove stavano ammassando sabbia. Ne sono certo perché ci ero passato almeno tre volte prendendo il traghetto tra Kowloon e Central, e si trova nelle immediate vicinanze dello Star Ferry e il camminamento ci passa a lato, in fianco. Allora non era chiaro cosa stessero facendo, adesso che sono state già scavate le fondamenta e poste le basi di acciaio si può dire che quasi certamente si tratterà di un nuovo grattacielo che modificherà ancora una volta la Skyline della città, a riprova che Hong Kong ha un metabolismo ipertiroideo, a combustione rapida, per cui muta sempre pur non perdendo mai sé stessa. Se i lavori per la Salerno-Reggio Calabria, in corso invano da decenni, venissero affidati ai cinesi, sono certo che a fine anno l'auostrada sarebbe in opera. E che ci penserebbero loro a ridurre a più miti consigli 'ndrangheta e camorra.Cantiere a Central HKMa così non è, le mafie impazzano e i lavori proseguiranno all'infinito, e così, a poche ore dal rientro in Italia sono già rassegnato alla prima incazzatura, che mi arriverà con ogni probabilità dalla sentenza che mi attendo pilatesca o, come si suol dire, "interlocutoria", della Corte Costituzionale su quella legge vergognosa che è stata battezzata "legittimo impedimento", l'ennesima che consente allo squallido, ridicolo ma pericolosissimo personaggio che ci governa di sottarsi alla giustizia. Concludo in proposito che mai come questa volta mi sono vergognato di essere italiano: perché se perfino degli autisti cinesi o vietnamiti, non dei professori o dei giornalisti di politica estera, o degli europei, che ci conoscono bene, ti apostrofano con "Italiano? Bellucconi? Ha! ha!" vuol dire che questo ciarlatano ha fatto ormai dei danni irreparabili. Con queste aspettative, un altro espatrio a breve tempo è più che probabile e la mia mente è già all'opera per trovare nuove mete di viaggio, che non mancano mai a chi le vuol trovare.

martedì 11 gennaio 2011

Khao San Road Day & Night

Thanon Khao SanBANGKOK – E’ sempre gradito un ritorno in questa megalopoli che ho trovato sorprendentemente meno caotica di come me la ricordassi: segno che è migliorato il trasporto pubblico insieme a tutto il sistema viabilistico. Bangkok è da sempre un crocevia fondamentale per chi viaggia in Estremo Oriente e nel Sud Est Asiatico, al di là di essere tappa pressoché obbligata per chi si limita a un soggiorno balneare in Thailandia: spesso rappresenta il primo impatto con questo Continente, senza considerare che offre la possibilità di un ottimo e salutare “stop-over” per l’altrimenti interminabile volo verso l’Oceania, grazie anche all’efficienza del suo aeroporto, all’affabilità e all’ottima nonché meritata fama della sua compagnia di bandiera (la Thai, non a caso associata alla Lufthansa), agli ottimi prezzi che si riescono a spuntare sia per arrivare qui sia per i collegamenti nella regione e non ultimo per la possibilità di ottenere rapidamente i visti per i Paesi vicini per cui necessitano.Khao San DayKhao San Road, in quello che si può definire il centro storico cittadino, alquanto defilato rispetto a quello rutilante e modernissimo dominato da grattacieli della Bangkok moderna e plastificata, è una specie di Mecca per il viaggiatore, soprattutto per quello appartenente alla specie “zaino in spalla”, dal budget limitato ma dall’inesauribile capacità di movimento. E’ uno degli “ombelichi del mondo”, dove si trova di tutto e di tutti, senza distinzione alcuna, una babele di gente che sceglie da decenni questa via e quelle adiacenti, il cui nome si tramanda ormai da generazioni di itineranti: è qui che c’è il “movimento”; qui si arriva e da qui si parte, si torna, ci si incontra, si fissano appuntamenti, si aggregano spontaneamente gruppi a composizione variabile, secondo gli itinerari e le simpatie. Il tutto tra decine, se non centinaia, di pensioni e alberghetti che bonariamente si possono definire minimalisti (poco più che cubicoli, ma sempre più spaziosi di quelli dello stesso livello che si trovano a Singapore o Hong Kong, che spesso sono privi pure di finestre), bar (ma quelli delle puttane sono da un’altra parte, a Patpong, zona di alberghi di altro genere, base dei turisti sessuali, che da Khao San girano abbastanza al largo), agenzie di viaggio, centri di massaggi (veri), ristoranti: spesso tutte le attività citate riunite in un unico edificio. Ultimamente va di moda il massaggio ai piedi: per strada, strategicamente, sono piazzate delle comode chaise-longue con morbidi cuscini, seggiolini, tavolini con l’attrezzatura necessaria (asciugamani, oli, essenze), magari un altoparlante da cui esce una colonna sonoraNew Age, preferibilmente costituita suoni naturali uccellini che cantano nel bosci, lo scorrere di un ruscello), e un punteruolo di legno che per uno come me che non sopporta che gli si tocchino i piedi equivale a uno strumento di tortura, ma che premuto nei punti giusti pare provocare una sorta di estasi a chi si sottopone al trattamento, almeno a giudicare dalle espressioni facciali prossime al deliquio.Khao San NightHo notato che sono aumentati i carretti gastronomici semoventi, soprattutto di pad thai, il piatto nazionale di noodles saltati con verdure, riso fritto, spiedini, pancake, frutta, che soprattutto la sera invadono le sedi stradali di tutto il quartiere, e poi un’infinità di negozi e bancarelle di vestiario, dalle magliette divertenti al tarocco d’autore: sembra di essere a Napoli. E poi CD e DVD contraffatti, e taroccate anche le tessere studentesche, le patenti dei Paesi più strani (ho visto anche una patente internazionale dell’UE, di cui ignoravo l’esistenza: devo informarmi se esiste oppure se se la sono inventata di sana pianta), quelle stampa: 250 Bath (poco più di 6 euro), una foto, generalità e firma e il gioco è fatto. Pare sia una specialità degli indiani. Inoltre ninnoli, sete (false), parrucche, cuscini, souvenir e oggetti di ogni genere: una festa per gli “shopaholics” e i collezionisti di puttanate e del kitsch più sfrenato. Vicino, le vie degli argentieri e degli orafi, dove invece la merce è autentica e la produzione anche di valore oltre che di ottima fattura.FurgomatIeri per la prima volta in vita mia ho pure visto il bancomat mobile, attrezzato su un furgone: giusto per non correre il rischio di rimanere a secco di contanti all’improvviso. Insomma il FurgoMat: sono cose che si vedono solo a Khao San Road. Al tramonto compaiono immancabilmente i carretti che vendono insetti fritti: cavallette, larve, coleotteri, scorpioni, per l’orrore dei neofiti, che però ne sono attratti come calamite, e la delizia dei buongustai, tra cui io, che li trovano perfetti, croccanti e salati al punto giusto, per accompagnare l’aperitivo che introduce alla serata e poi alla lunga notte di Khao San Road.