Sì: solidarietà a Berlinguer. E' quella che mi sento di esprimere a un protagonista di spicco della vita politica italiana quando questo termine aveva ancora un significato e pure a coloro che lo avevano sinceramente a cuore e lo ricordano con affetto e rimpianto. Un uomo della cui visione condividevo ai tempi e vado avanti a condividere poco o nulla, che ho sempre reputato come un avversario, degno però della massima considerazione e stima, che si era meritato da chiunque per il solo modo di essere e di porsi, a differenza dei suoi epigoni odierni che ora lo santificano dopo averlo incessantemente tradito, con parole e opere, millantando una rispettabilità fondata sul mito di una supposta diversità dell'allora PCI, che già stava andando in frantumi quando l'ultimo suo segretario all'altezza del suo compito era tra i rari dirigenti a incarnarla. Mi riferisco alla pletora di personaggi appartenenti al milieu politico-editorial-cultural-imprenditoriale romanocentrico che sabato scorso hanno sciamato a bordo di decine di auto blu di servizio o di rappresentanza nei pressi dell'Auditorium Parco della Musica della capitale in occasione della presentazione della pellicola-documentario "Quando c'era Berlinguer" girata da Walter Veltroni, a cui è stato dato il più ampio risalto possibile su tutti mezzi di comunicazione disponibili. Bastava vederli, o leggere l'elenco dei loro nomi, per farsi assalire dalla nausea: un autentico insulto alla memoria di un uomo serio, ammodo, onesto. Non "il primo" e l'unico ad avere sollevato l'esistenza di una "questione morale" in questo Paese molto in anticipo su "Tangentopoli", ché anche questa è un'esagerazione: ma sicuramente fra i pochissimi degli appartenenti al ceto politico, e il più autorevole. Per questo fu violentemente attaccato da parte di assai meno autorevoli membri del suo stesso partito, a cominciare da Giorgio Napolitano, monarca della repubblica dalla lacrima facile, ai tempi capo della corrente filocraxiana del PCI. Del resto sono sufficienti le immagini dell'altra sera per rendere plasticamente l'abisso che separa questa accozzaglia di inetti, traditori, profittatori, vanagloriosi, miracolati, impostori, autentici miserabili epperò in gran tiro e magari in abito da cerimonia come l'immondo Scalfari, dal "santino" che loro stessi si sono costruiti per esibirsi nella celebrazione postuma del trapassato che, a trent'anni dalla scomparsa, era venuto il momento di beatificare, probabilmente per galvanizzare ciò che resta del corpo elettorale del PD in vista delle europee, oltre che nel disperato intento del suo stato maggiore, del governo attualmente in carica e dei loro nettaculi di complemento di ridarsi una patina di credibilità, cercando di risplendere di luce riflessa. Eppure questo aborto di partito è il risultato, per quanto obbrobrioso, della più celebre pensata di Enrico Berlinguer, perché fu lui a teorizzare, negli anni Settanta, la necessità del Compromesso Storico, ossia della collaborazione tra le forze marxiste e cattoliche: un consociativismo sostanziale e una divisione tacita dei ruoli già praticata in realtà dal primo dopoguerra, a cui Berlinguer diede dignità ideologica e che fu la giustificazione teorica di tutti gli inciuci che sarebbero seguiti, compreso l'attuale. Come qualcuno ricorderà, una delle motivazioni ricorrenti era stata la supposta impossibilità, dopo il rovesciamento del legittimo governo del socialista Salvador Allende avvenuto l'11 settembre 1973 in Cile ad opera dei militari guidati da Pinochet e la supervisione e il finanziamento del golpe da parte degli USA, di governare un Paese sotto la sfera d'influenza statunitense con la sola maggioranza parlamentare (eppure la chiamano "democrazia" e si peritano di esportarla...). Dopo aver passato sotto silenzio il golpe argentino del 24 marzo 1976 (il 38° anniversario cade proprio oggi), forse perché l'URSS era uno dei più importanti partner commerciali del Paese sudamericano, in procinto di diventarne in seguito il principale, pochi giorni prima delle elezioni politiche che diedero il massimo storico di voti al PCI (il 34,37% il 20 giugno del 1976), in un'intervista a Gianpaolo Pansa sul Corriere della Sera Berlinguer dichiarò di ritenere che l'Italia non dovesse uscire dalla NATO perché si sentiva più tranquillo sotto il suo ombrello protettivo: fu un duro richiamo alla realtà per me che pure in precedenza avevo apprezzato l'uomo per essere stato tra i rari esponenti comunisti fuori dal Patto di Varsavia a esprimere un "atteggiamento critico" nei confronti del regime sovietico, prima timidamente dopo la repressione della Primavera di Praga nel 1968, in seguito con più decisione, ma la "svolta" sulla NATO mi sarebbe rimasta sul gozzo fino a oggi (per la cronaca, ricordo che votai DP, come sempre "con riserva mentale" e non PCI: erano le prime "politiche" della mia vita). Non furono solo queste le prese di posizione di Berlinguer che ancora oggi mi fanno dubitare sul suo acume politico: cito a titolo di esempio l'aver promosso la carriera di un tale Massimo D'Alema, mandandolo prima a dirigere la FGCI dal 1975 al 1980 senza neppure esservi iscritto, e poi a fare prove generali delle sue capacità manovriere in Puglia, dove avrebbe creato il suo feudo elettorale e non solo; le titubanze ad affrontare il referendum sul divorzio che si tenne nel 1974 e che fu un segno di svolta nella lotta per i diritti civili in Italia; la puerile e patetica ostilità ai radicali che ne avevano preso l'iniziativa; la totale incomprensione dei cambiamenti epocali che stavano alla base delle motivazioni del Movimento del 1977 e della cui durissima repressione il PCI fu il vergognoso paladino (erano gli anni del sostegno esterno al Governo di Solidarietà Nazionale: come si può vedere niente di nuovo sotto il sole. Ricordo che a presiederlo fu Giulio Andreotti, e ministro di Polizia un certo Francesco Cossiga, peraltro cugino di Enrico Berlinguer); incomprensione che avrebbe portato quattro anni dopo alla definitiva sconfitta del PCI e dei sindacati sul fronte del lavoro e alla "marcia dei 40 mila" a Torino, nonostante il segretario si fosse presentato in versione velleitariamente barricadera ai cancelli della FIAT; ma ciò che uccise il Berlinguer politico, prima che uno sciagurato ictus a Padova nel giugno del 1984 ne schiantasse la fibra umana, fu la gestione dell'Affaire Moro e la "linea della fermezza" tenuta durante il suo rapimento nella primavera del 1978. Ciò non toglie nulla alla figura umana, morale e all'onesta intellettuale (e di conseguenza alla buona fede all'origine dei suoi errori) di Berlinguer e perfino quella politica, che io pure metto in discussione, risulta ingigantita rispetto ai nani che ora la strumentalizzano. Non se lo meritava, uno spettacolo così indecoroso, un uomo come Enrico Belringuer. Eppure ancora una volta sembra operare inesorabilmente la legge del contrappasso. Un uomo per bene, schivo e riservato come lui rimane vittima dell'adulazione di un ceto politico autoreferenziale, osceno e impresentabile che finge di rimpiangerlo e prenderlo a modello; oggetto di un culto della personalità sfacciato e della mistificazione sistematica, che sono fra i tratti che accomunano e attraggono inesorabilmente, oltre che un credo salvifico in un al di là (o addavenì) fantomatico, ideologie o credenze totalitarie come comunismo e cristianesimo (in Italia nella forma cattolica). E anche il fascismo aleggia nei paraggi. Quanto al film, non giudico prima di averlo visto, ammesso e non concesso che me ne rimanga la voglia. Essendo abbonato a SKY ho già contribuito al suo finanziamento: tanto basta e alla mala parata lo vedrò in TV. Di sicuro Veltroni capisce più di cinema che di politica: i danni procurati alla comunità saranno comunque limitati.
"Emilia" di Claudio Tolcachir. Con Elena Boggan, Gabo Correa, Adriana Ferrer, Francisco Lumerman, Carlos Portaluppi. Regia di Claudio Tolcachir, scenografie di Gonzalo Córdoba Estevez, luci di Ricardo Sica. Timbre 4 Buenos Aires in coproduzione con Centro Cultural San Martín (Bs. As.) e Festival Santiago a Mil (Cile) Seconda tappa italiana (dal 17 al 19 marzo al Nuovo Teatro Verdi di Brindisi, ieri sera e oggi alle 21 al PalaMostre di Udine, poi la tournée proseguirà in Francia) per questa potente commedia portata in scena dalla compagnia "Timbre 4", fondata 15 anni a Buenos Aires negli anni più acuti della crisi economica argentina dove, nella sede di Boedo 640, funziona da casa-scuola-sala teatrale. Ad accompagnarla il fondatore e direttore, il trentottenne Claudio Tolcachir, anche autore e regista della pièce, che insieme agli attori si è intrattenuto col pubblico dopo lo spettacolo, recitato in castigliano "porteño" e "sovratitolato" in ilatliano, che ha riscosso un caloroso successo, e non solo tra i molti italo-argentini e ispanohablantes presenti in sala. Protagonista della storia è Emilia, la vecchia "niñera" di Walter, detto Charlito, che per puro caso reincontra, dopo anni, per strada e da cui viene invitata nella sua nuova casa (ha in corso un trasloco, e la scena è costituita da una sala colma di coperte e scatole) a rievocare gli anni dell'infanzia e a conoscere la sua famiglia, composta da una moglie, Caro, pervicacemente e astutamente assente e concentrata su sé stessa, e l'ipercinetico e insicuro figlio di lei Leo, che invece adora un padre che non è nemmeno il suo. Il tontolone e balbuziente Walter/Charlito che, trascurato dai genitori, fino all'adolescenza si è sentito amato soltanto da Emilia, si è evoluto in un professionista di un certo successo ma non è cambiato nel fondo, e questa forma di "amore a pagamento" è rimasta la base della sua struttura affettiva, trasformando la sua disperata brama di affetto perfino in violenza, come verificherà Emilia nella seconda parte dello spettacolo in cui, da narratrice dell'infanzia del suo "Charlito", e invitata a fermarsi a dormire nella nuova casa, dato lo stato di necessità in cui si trova, diventa testimone dei suoi malati rapporti famigliari basati sul bisogno e l'interesse più che sull'affetto e il dialogo. Recitazione intensa ed estremamente realistica, tipica della vitalissima scena teatrale bonaerense, già conoscevo Carlos Portaluppi (una sorta di gemello separato dalla nascita di Giuseppe Battiston, e non solo per la corpulenta fisicità), qui nei panni di Walter/Charlito,e non mi sono nuovi il giovane Francisco Lumenrman e il "navigato" Gabo Correa, qui vero padre di Leo e voce narrante, ma straordinaria risulta la non più giovane Elena Boggan, 68 enne autodidatta ed ex impiegata attiva nel teatro di Chivilcoy, cittadina della Provincia di Buenos Aires dove è nata e vive, allieva di Tolcachir in un suo corso di recitazione nella capitale presso "Timbre 4" a cui si era iscritta tre anni fa dopo essere andata in pensione, e a cui il regista non ha esitato un attimo ad affidare il ruolo di protagonista di "Emilia" mentre ancora era in corso di stesura: una scelta che non poteva essere migliore per la serie "non è mai troppo tardi".
A conferma della propria pochezza e pusillanimità, le cosiddette Istituzioni di questo Paese da operetta non trovano niente di meglio da fare, tanto per rendersi ridicole e screditarsi una volta di più, che incriminare un blogger fuori dal coro per Attentato all'onore e al prestigio del Capo dello Stato (articolo 278 del codice penale) imputandogli pure la recidiva (articolo 99).E' successo a Riccardo Venturi per aver pubblicato, in occasione della discutibile quanto inopportuna rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale il 20 aprile del 2013, questo post che, per quanto mi riguarda, condivido e sottoscrivo pienamente. Per questo delitto, un caso di vera e propria lesa maestà agli occhi di chi si è preso la briga di sporgere querela, andrà sotto processo: l'udienza preliminare è fissata per il prossimo 2 aprile al tribunale di Firenze. Per quanto sia un fedele frequentatore del suo sito, la notizia ieri mi era sfuggita e mi è stata segnalata stamattina da un'amica. Riccardo, da persona seria e generosa qual è, non chiede e non vuole solidarietà per una faccenda così grottesca preferendo che la si riservi per cause più degne e urgenti, esprimendola ad esempio a coloro che languono in galera con mirabolanti e pretestuose accuse di terrorismo perché si ostinano a combattere contro il TAV in Val di Susa; né è il tipo che esibisca questa penosa persecuzione di tipico stampo poliziesco come una medaglia (benché delle misure demenziali come i visti di ingresso negli USA negati a 11 dirigenti russi e ucraini e il congelamento dei loro beni colà - peraltro inesistenti - qualificano chi le prende e possano a ragione essere esibite come trofei da chi le subisce, come il consigliere di Putin Vladislav Surkov), pertanto la mia vuole essere semplicemente la segnalazione dell'ennesimo atto di intimidazione di un'Autorità arrogante quanto imbecille e maramalda, come sempre arrendevole con i forti e tracotante con i deboli, contro chi dice e scrive liberamente quello che pensa, e questo nel silenzio dei complici e utili idioti della sedicente libera informazione, altri zelanti custodi della onorabilità e del prestigio di un personaggio squallido come Giorgio Napolitano, al cui miserabile livello non esitano a mettersi, perfino a sua insaputa. Del resto, ognuno ha i difensori che si merita.
Barack Obama: "Gli Stati Uniti intimano alla Russia di non intromettersi negli affari di un altro Paese" (di Evans, Nuova Zelanda, da "Internazionale")
"Lei" (Her) di Spike Jonze. Con Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde, Chris Pratt, Matt Letscher, Laura Kai Chen. USA 2013 ★★★½ Commedia sentimentale ambientata in un futuro assai prossimo, in una società autistica dove l'uomo si "interfaccia" con tablet, smartphone, videogiochi e realtà virtuali e ambientato in una Los Angeles in versione sterilizzata ma al contempo ispirata alla realtà, il film utilizza temi cari alla fantascienza, come la coscienza del robot, per raccontare, attraverso una autentica e intensa storia d'amore tra un uomo e una macchina, quanto vi è di eternamente umano: il percorso della presa di coscienza di sé e la capacità di accettarsi, premessa indispensabile per qualsiasi rapporto a due, fosse anche un sistema operativo come è "Lei", Samantha, che nell'originale ha la voce di Scarlett Johansson e nella versione italiana quella, suadente e convincente, di Micaela Ramazzotti. Perfettamente nella parte è anche Joaquin Phoenix, il quale ha un che di robotico di suo, nei panni del malinconico Theodore, che di professione scrive lettere sentimentali per conto terzi particolarmente efficaci grazie alla sensibilità della sua "parte femminile" particolarmente sviluppata, che non riesce, dopo parecchio tempo, a superare il trauma della separazione dalla moglie Kathrin, con cui è cresciuto senza, tuttavia, evolversi assieme. Percorso che non è pronto a intraprendere con donne in carne e ossa e invece riesce a fare in sintonia con Samantha, che a sua volta cresce con lui imparando a conoscere reazioni ed esigenze umane, fino a farle proprie, almeno fino a un certo punto, ossia lo scoglio dell'accettazione dell'altro che passa attraverso quella di sé stessi. Sarà così che Theodore riuscirà, scrivendo poche e sentite righe alla sua ex moglie, dopo averla rivista per firmare finalmente le carte del divorzio, a superare il trauma della sua perdita e a essere forse pronto per affrontare un rapporto con l'amica del cuore e vicina di casa, Amy (la brava Adams), anche lei rimasta sola, che prenda una forma diversa. Geniali sono alcuni passaggi, tra cui un incontro erotico con una ragazza vera che Samantha coinvolge come alter ego per provare sensazioni fisiche, e che va a rotoli a causa della fedeltà che Theodor nutre per la Samantha virtuale, e la gelosia di lui quando scopre che Samantha intrattiene rapporti anche con gli altri clienti che l'hanno installata e gli presenta niente meno che Alan Watts, che ha incontrato nelle sue ricerche in rete, con cui si lanciano in una discussione filosofica. In alcuni tratti la pellicola patisce di una certa lentezza, ma a posteriori non guasta perché lascia il tempo per riflettere e gli spunti non mancano, a cominciare dall'approccio con la tecnologia che, secondo Spike Jonze, qui sceneggiatore oltre che regista, non va demonizzata di per sé: dipende dall'uso che se ne fa. Interessante e non banale.
"TIR" di Alberto Fasulo. Con Branko Završan, Lučka Počkja, Maijan Šestak. Italia, Croazia 2013 ★★★★ Entrambi vincitori delle ultime edizioni dei due importanti festival cinematografici italiani, "Sacro GRA" di quello di Venezia e "TIR" di quello di Roma, i due film, pur avendo qualcosa in comune, stanno agli antipodi: quello si spacciava per documentario ed era in realtà una fiction con una sceneggiatura curata nei minimi particolari; questo, dichiaratamente di fantasia e interpretato da un bravissimo attore professionista, Branko Završan, che pure ha conseguito una patente apposita per girarlo, affiancato da un camionista vero, è un film realista che racconta non solo le durezze di un lavoro alienante ma la crisi di un Paese e di un sistema nel suo complesso (e rivelando parecchio su ciò che sta dietro alla grande distribuzione); quello era artefatto, irritante, intellettualoide; questo autentico, sofferente, on the road; quello una sostanziale presa per il culo, ovviamente incensata dalla critica luogocomunista e pennivendola; questo sincero, sottovalutato e passato sostanzialmente sotto silenzio, e ciò gli rende ancor più merito. Branko è un ex insegnante croato che si è fatto assumere come autista di TIR da una ditta italiana del Triveneto perché guadagna tre volte tanto che non a scuola, i miseri 450 € che porta a casa sua moglie nonché collega, rimasta a lavorare in una scuola di Fiume. In viaggio perpetuo sulle strade d'Europa a volte assieme al collega Maki, l'autentico routier Maijan Šestak, altre volte da solo, i colloqui telefonici con la moglie (la voce è di un'altra attrice professionista) sono l'unico legame che Branko ha con la sua famiglia mancante, il sui sostentamento dignitoso è pur sempre la ragione per cui ha accettato un lavoro così massacrante, ed è proprio l'assenza, nello spazio claustrofobico della cabina e nel susseguirsi dei non-luoghi che si succedono, ossessivamente uguali in ogni Paese, che gli viene rinfacciata e che è causa sia di una fiammata di gelosia al racconto di una serata con amici che gli fa la moglie, sia delle rimostranze di lei per non averla consultata prima di decidere di aiutare il loro figlio e la sua famiglia (a sua volta in attesa di un erede) nell'acquisto di una nuova casa. Istruttivo ed esemplare il rapporto che si crea col collega, che alla fine non ce la fa più e molla il colpo, come anche quello con altri autisti italiani in sciopero, che gli rinfacciano di accettare stipendi troppo bassi e condizioni di lavoro troppo dure, in una guerra tra poveri innescata dalle logiche di sistema stesse che hanno condotto alla cosiddetta "crisi" attuale che ne è semplicemente la logica conseguenza. Non è e non vuole essere una pellicola gradevole e conciliante, tantomeno gioca con estetismi fuori luogo, ma ha una sua poesia. oltre che un senso. Bravo Fasulo, che si conferma dopo "Rumore bianco", un meritorio documentario, quello sì, ma non solo, su un fiume anomalo come il Tagliamento.