BOL, BRAZZA (DALMAZIA, CROAZIA) - Sotto il profilo balneare, Brazza è famosa per la spiaggia di Zlatni Rat (Punta d'oro), situata al termine della bella passeggiata a mare di Bol, sulla costa meridionale dell'isola. Si tratta di una lingua di terra formata da minuscoli ciottoli, che si potrebbero confondere con della sabbia di grana grossa, formata dal gioco delle correnti, che si protende nel mare assottigliandosi a forma di triangolo formando due spiagge ad arco, una di circa 460 metri aperta sul canale che separa Brazza da Lesina; l'altra, lievemente più corta e più protetta, a Est. Fino a un certo punto la penisola è coperta di pini, poi prosegue brulla e la sua punta cambia forma e direzione a seconda del vento. Un'altra particolarità è data dal fatto che, essendo comunque rialzata rispetto al livello del mare, capita che le condizioni del vento e dell'acqua siano completamente diverse da un versante all'altro, pur distando poche decine di metri. Bol è il principale centro turistico di Brazza e sorge a metà della sua costa meridionale, a una trentina di chilometri dal capoluogo Supetar, dove approdano i traghetti da Spalato, e a cui è collegata da un'ottima strada e frequenti bus. Si trova in posizione strategica per i collegamenti con Lesina, da cui la separa un braccio di mare e verso cui ogni giorno partono escursioni (ma senza trasporto auto) ed è tra i principali centri di windsurfdell'intera costiera dalmata, per le ideali condizioni di brezza lungo il canale tra le due isole. L'offerta di alloggi è composta prevalentemente da stanze e appartamenti in affitto, ma ci sono anche alcuni alberghi, concentrati alle spalle del lungomare che porta a Zlatni Rat, immersi nella pineta e per nulla appariscenti: un esempio di come si fa integrare delle costruzioni moderne nell'ambiente naturale, cosa che era in grado di fare la Jugoslavia di Tito ma non l'Italia democristiano-comunista del primo quarantennio postbellico, responsabile del sacco immobiliare, per non parlare di quella berlusconiana che le è subentrata e ha definitivamente sconciato il Paese.
Grazioso il resto del paese, tipicamente dalmata con le sue case in pietra; a metà, prima del porticciolo, la cooperativa vinicola fondata nel 1903: prodotto di punta il rosso Plavac, tipico dell'isola così come a Lesina, e all'altra estremità rispetto a Zlatni Rat, il convento domenicano di Glavica, fondato nel 1475, la cui chiesa, la più antica dell'isola e risalente al XII secolo, vanta una pala d'altare, una Madonna con bambino intitolata Santa Maria delle Grazie, attribuita al Tintoretto (più probabilmente di scuola); annesso anche un piccolo ma in compenso interessante museo archeologico, ricco di anfore, incunaboli, libri e documenti vari e una nutrita collezione numismatica che ripercorre le varie dominazioni subite da Brazza, compresa quella russa, del tutto inusuale nell'Adriatico, per un paio d'anni all'inizio dell'Ottocento. Il pezzo forte del convento, però, rimane il giardino terrazzato che si affaccia sul mare, curatissimo, colmo di piante e fiori, con tanto di imbarcadero (sembra di essere in qualche angolo nascosto della Laguna veneziana). Funge anche da caffè-bar, e domenica, dopo la messa i frati, nei loro eleganti e candidi sai bianchi con cappuccio, erano lì a sorseggiare un calice di vino con i visitatori, fedeli e non, croati o stranieri. Un'oasi di pace, un angolo delizioso.
LESINA (DALMAZIA, CROAZIA) - Previsioni meteorologiche sbagliate e giornata a un primo giudizio poco felice per un'escursione a Lesina (Hvar in croato) e Palmisana, ma il cielo prevalentemente nuvoloso, la temperatura mite e una brezza corroborante sono state di giovamento perché c'è stato da scarpinare. A differenza di Supetar, che è divenuta capoluogo di Brazza soltanto al termine della dominazione della Serenissima (che aveva scelto Neresi come sede del governo, all'interno dell'sola, lontana dalle incursioni dei pirati e dalla zanzara anofele), conservandone scarse tracce, a Lesina l'impronta veneziana è nettissima, il Leone è piantato ovunque, e in piccolo la città ricorda Ragusa, ossia la magnifica Dubrovnik. Se il palazzo dei Rettori non esiste più, c'è invece l'arsenale, di dimensioni adatte alla costruzione di galee, sovrastato da quello che risulta essere il più antico teatro pubblico europeo, voluto dal nobiluomo Pietro Semitecolo all'inizio del 17° secolo. Splendida l'ampia piazza chiusa da un lato dalla cattedrale di Santo Stefano (foto in alto), costruita dopo l'invasione turca del 1571, e dall'altro dal porticciolo. Sul lato opposto all'arsenale, la loggia veneziana, oggi terrazza di un albergo, e un bel palazzo gotico. Da un'altura di circa cento metri, raggiungibile con una ripida scalinata che parte dalla piazza e seguita da qualche morbido tornante in mezzo a un parco, domina la città il castello, altrimenti detto Fortezza Spagnola (ignoro per quale motivo, poiché di iberici qui non se ne sono mai visti), da cui si gode uno splendido panorama che oltre alla città e alle isole che chiudono la baia giunge fino a Lissa e Curzola (foto sotto)
Lesina, come dicevo nell'ultimo post, è l'isola della lavanda, importata dalla Provenza attorno al 1925 e che qui ha trovato il terreno e il clima ideale per riprodursi in quantità impressionati: nel secolo scorso, prima delle sciagurate guerre jugoslave, con una produzione che arrivava fino a 40/50 tonnellate di olio di lavanda (oggi stabilizzata sulle 20, il 90% destinato all'industria cosmetica, il 10 a quella medicinale) è stata letteralmente l'oro di Lesina, soprattutto per i paesi poveri dell'interno che non potevano vivere di pesca e che non avevano terreni adatti alla produzione di vino e olio. Che sono gli altri due prodotti di punta dell'isola: celebre il prošek, che non ha nulla a che vedere col prosecco nostrano di Valdobbiadene, ottenuto dal vino fatto appassire sul tetto o sul pergolo, profumato e buono quanto raro. Da 100 chili di uva se ne ottengono dai 10 ai 15 litri che in teoria dovrebbero avere fra i 30 e i 35 gradi zuccherini; quello che si trova abitualmente in commercio ne ha mediamente 20 ed è mischiato con altro vino. Sempre sull'isola di Lesina, per le precisione a Sveta Nedjelja, è attiva l'azienda vinicola privata più grande e prestigiosa della Croazia, quella di Zlatan Plenković, che ha reso famosi il Plavac, rosso, e due bianchi, lo Zlatan e lo Zavala. Da notare che vengono utilizzati soltanto vitigni autoctoni dell'isola, che hanno resistito alla filossera alla fine del XIX secolo. Lavanda ovunque, quindi, per le strade di Lesina, in qualsiasi forma: dai sacchetti di fiori secchi, ai mazzi di infiorescenze, agli oli, alle essenze, ai mieli. E' una cittadina molto vivace, mondana, modaiola, anche civettuola, direi perfino un po' da "fighetta": oltre a essere ben collegata con Spalato e le altre isole della Dalmazia e ad Ancona dall'altro lato del mare, è dotata di un porto naturale ben protetto, che la rende una delle mete da diporto predilette di tutto l'Adriatico. Sull'isola, che contende a Veglia il titolo di più grande di questo mare ma che certamente è la più lunga coi suoi 68 chilometri, è doveroso tornarci perché in grado di riservare molte gradevoli sorprese. Intanto, per completare la gita, mi sono concesso un'occhiata e un tuffo sull'isola di Palmisana (foto in basso), mezz'ora di battello da Lesina, dotata di una marina molto ben organizzata e di due porti naturali ancora più protetti di quello del capoluogo, dove a far da protagonista non è la lavanda bensì il rosmarino: un profumo inebriante, seguito dal fico d'india.
BRAZZA (DALMAZIA, CROAZIA) - Tonificata da una brezza frizzante che a tratti porta effluvi di lavanda, quasi in fase di raccolta, provenienti dalla prospiciente isola di Lesina (Hvar per gli smemorati), l'estate è finalmente giunta anche a Brazza, in Dalmazia, l'isola delle cave, del vino, del formaggio e dell'olio. Fino al 1° luglio vigono prezzi di bassa stagione, e prevalgono vacanzieri provenienti dall'Europa centro-orientale: soprattutto polacchi, cechi e slovacchi, seguiti dagli ungheresi, ma ci sono anche ucraini, russi e baltici, mentre scarseggiano tedeschi e austriaci, che si fermano più a Nord. Sono presenti alcuni italiani, spagnoli e francesi in fuga delle costose e chiassose spiagge patrie, invase appunto dai sopraccitati "lingus", come li chiama un mio parente austro-tedesco per non far capire che parla di loro quando si dedica a una feroce e impietosa vivisezione antropologica del loro comportamento all'estero. Uno spettacolo, garantisco, gustosissimo. Mare pulito, e trasparente, clima e profumi mediterranei, rimane monotona e modesta l'offerta gastronomica lungo tutta la costiera mentre la comunicativa non è il lato forte del carattere dei croati, specialmente di quelli non indigeni della Dalmazia, che sono qui solo durante la stagione estiva per occuparsi dell'affitto degli appartamenti di loro proprietà o che ruotano attorno all'offerta turistica. La quale conserva tuttavia un suo tratto famigliare e ruspante che me la fa preferire di gran lunga a quella vorace, plastificata, caotica, latrocinante, cafona, spesso malavitosa, offerta nella terra dove un tempo fiorivano i limoni. Nell'isola del marmo, invece, crescono in abbondanza viti (che producono l'ottimo plavac, il miglior rosso dalmata, che fonde in sé i gli aromi di terra e mare), olivi, rosmarino e salvia, di cui si nutrono capre e pecore dal cui latte si producono formaggi dal sapore memorabile. E', quella delle cave di pietra bianca, insieme al turisimo, l'attività principale di Brazza, oggi come duemila anni fa: non per questo l'isola è deturpata dalla loro presenza, che è discreta anche se diffusa ovunque. Candida, immacolata: con essa furono eretti il magnifico palazzo dell'imperatore Diocleziano, a Spalato, e il mirabile duomo di San Giacomo di Sebenico, ma in epoche più recenti dal porticciolo di Splitska ha viaggiato anche più lontano: è stata utilizzata nella costruzione del teatro alla Scala di Milano, del Parlamento di Vienna, del Reichstag di Berlino e della Casa Bianca di Washington. Con un marmo simile, il palazzo simbolo dell'odierno potere imperiale, è rimasto di quel colore quasi abbagliante. Il contrasto del marmo bianchissimo col mare blu zaffiro e il verde dei pini e dei lecci non potrebbe essere più attraente.

ESSAOUIRA - Ieri penultima giornata di viaggio: le piogge della nottata non hanno reso "paradisiaci" i quindici chilometri che portano fino all'area delle cascate ma riempito di fanghiglia rossa pressoché indelebile i terreni terrazzati da cui osservarle nonché estremamente sdrucciolevoli, però lo spettacolo ne è valso la pena (foto in alto). Dopodiché si ridiscende la Valle del Paradiso mentre un sole dapprima timido e via via più deciso scalda l'aria, fino a una sosta, quasi allo sbocco della gola, in zona pianeggiante(seconda foto), dove il nostro "capocomitiva", il temerario Giuseppone Bell'Animalone, dopo quelle di martedì nell'Atlantico si è esibito in un'altra immersione in una polla del torrente, a suo dire corroborante. Attorno alla mezza torniamo in vista dell'Oceano e facciamo una breve sosta a Tagazoute, località già nota a freaks e "alternativi" in anni passati e ora centro tra i più gettonati di giovani surfer di ogni nazionalità. Scrosci di pioggia a intermittenza impediscono di assistere a prestazioni che si possano definire memorabili, così si risale la costa verso Nord per un'altra cinquantina di chilometri prima di piegare leggermente all'interno verso Tamanar in direzione Essauoira. Questa è la zona di massima diffusione dell'albero dell'argan, pianta endemica del Marocco meridionale e resistente alla siccità, particolarmente preziosa perché dai noccioli dei suoi frutti si estrae un olio usato a scopo sia alimentare sia cosmetico. Qui ho avuto modo di assistere a una scena che da sola valeva il viaggio: l'assalto di un gregge di capre alle cime di questi alberi, delle cui foglie vanno ghiotte in modo parossistico, e da cui sono attratte a costo di sfidare le leggi di gravità. Peccato che così facendo i simpatici quadrupedi producano danni inenarrabili: pur essendo in grado di nutrirsi di qualsiasi cosa, quando avvistano l'argan vi si fiondano sopra e arrampicandosi sono capaci di togliergli tutta la corteccia pur di raggiungere le agognate foglioline, oltre a essere in grado di rimanere in equilibrio sui suoi rami con i loro zoccoli non certo prensili (foto in basso). Si arriva a metà pomeriggio nella vivace, ridente e sorprendente Essaouira, dal porto fortificato (si notano influenze lusitane, francesi e berbere), oggi dedito prevalentemente alla pesca, mentre quello dedicato al trasporto dei fosfati è stato costruito a 20 chilometri di distanza. La città, oggi meta famosa per il windsurf, nei primi anni Settanta lo era anche per personaggi indimenticabili come Jimi Hendrix, e ancora oggi per i viaggiatori che preferiscono viaggiare in modo autonomo: i gruppi organizzati tendono a stare alla larga e a privilegiare, per fortuna, Agadir. La spiaggia è lunga chilometri e la Medina, brulicante di attività, per una volta caratterizzata da vie ampie e piazze, è diversa da quella delle altre città marocchine anche per la sua pianta ortogonale, e vi si respira un'atmosfera più internazionale. E' una città che mette di buon umore e fa sentire a proprio agio. Oggi si ritorna a Marrakech chiudendo questo anello del Sud del Marocco, con un giudizio ampiamente positivo. Qui prima o poi ci si torna senz'altro.

IMUZZER – Da Sidi Ifni verso Nord, ieri si è risalita la costa atlantica, perennemente immersa in una leggera nebbiolina quasi trasparente: sosta d’obbligo alla magnifica spiaggia di Legzira (foto in alto) a una decina di chilometri dalla città. Qua e là agglomerati di cubicoli di cemento in costruzione, di cui non è ancora chiaro se faranno parte di villaggi vacanze o se diverranno complessi residenziali formati da villette singole, fortunatamente arretrate rispetto alla spiaggia, nella discesa verso la quale, invece, sorgono alcune costruzioni che ospitano piccoli alberghi con caffè e ristoranti dotate di un’eccezionale vista-mare che si integrano perfettamente col paesaggio e ricordano quelle lungo la Costiera Amalfitana o la Riviera Ligure, nei rari tratti in cui non è stata deturpata dalla cementificazione forsennata. La spiaggia, di sabbia compatta e sassi arrotondati, è lunga alcuni chilometri e caratterizzata da due enormi “archi” naturali nella roccia che la rendono ancora più suggestiva. Poca gente, pure d’estate l’affollamento è molto relativo, anche perché le onde lunghe e le correnti dell’Oceano non vi rendono agevole la balneazione, per non parlare della temperatura dell’acqua. Ciononostante qualche pazzo, non necessariamente teutonico o scandinavo, tra cui un puro padano componente la nostra spedizione, non ha mancato di farsi una nuotata con il pretesto che sarebbe stata la prima dell’anno e incurante del fatto che potesse essere anche l’ultima. Naturalmente per riuscirci costoro hanno provato a convincere sé stessi, prima anocra del prossimo, che la temperatura fosse gradevole, fresca il giusto, “come nel Mediterraneo a inizio giugno”. Tutte balle: l’Atlantico, da queste parti, come alle Canarie che stanno di fronte, è freddo anche in piena estate. Altra fermata alla spiaggia di Mirleft (foto in basso)prima di tornare verso l'interno a visitare la vivace e pittoresca Tizrit, con una medina circondata da mura ancora intatte, centro commerciale e importante nodo viario sulle vie di comunicazione verso l'interno. Quindi verso Nord, aggirando lungo una tangenziale la vastissima e alquanto orrenda Agadir, le cui propaggini che si estendono per chilometri dal centro ricordano le banlieus di Marsiglia anche per lo stile "architettonico", se è lecito usare questo termine per i falansteri delle nuove urbanizzazioni popolari, per addentrarci nella Valle del Paradiso per una cinquantina di chilometri alla volta delle famose cascate di Imuzzer, che la scorsa estate erano a secco, secondo quanto riferiscono due nostri compagni di viaggio che erano stati qui quattro mesi fa. Il sole è già tramontato, velocemente a queste latitudini, e ha pure cominciato a piovigginare. A quest'oggi l'ardua sentenza se di vero paradiso si tratta: le chambres d'hôtes, comunque, erano ampie e pulite e la cena di ieri sera, come la colazione di stamattina al ristorantino con vista sullo strapiombo, ottima. Al prezzo irrisorio di 20 € a testa.

SIDI IFNI - Ultima giornata sull’Antiatlante, con una variazione sul programma iniziale (in verità molto flessibile) che si è rivelata molto felice. Invece di puntare direttamente su Tifnit e da lì alla costa atlantica, abbiamo colto il suggerimento di una famiglia di camperisti torinesi, soccorsi da Giulio, il nostro valente meccanico di bordo, che ci hanno indirizzati ad Amtoudi, al termine di un’ampia vallata che si chiude nelle gole di Id Âissa. Per giungerci da Tafroute si attraversa un altipiano intensamente coltivato(foto in alto): fertile terra rossa in fase di aratura e semina, che promette di essere uno spettacolo nell’epoca della fioritura. Deviando dalla strada che collega Buizakarne a Tata, si risale per una trentina di chilometri in una valle circondata da montagne multicolori che sembrano “spatolate” da un pittore(foto in mezzo). Lì si trova il villaggio di Amtoudi e si erge su uno sperone di roccia il suo agadir, ossia granaio. Vale la salita di una mezz’ora (fattibile anche a dorso di mulo se si riesce a trovare la guida). L’agadir è costituito da cento stanze che non servivano come abitazione, bensì come cassaforte delle relativa famiglie di Amtoudi, dove conservare grano, ori e altri beni di valore per proteggerli dai predoni. Sono conservate anche numerose arnie in pietra, perché il guardiano si occupava anche di apicoltura nei “tempi morti”. Oltre il paese le gole circondate da incredibili muri verticali di pietra rossa e rese fertili da ruscelli e rivoli sotterranei, che permettono lo sviluppo di un palmeto (foto in basso). Seguono due ore e mezzo di viaggio verso l’Oceano Atlantico, che raggiungiamo al tramonto di ieri fermandoci nella vivace cittadina di Sidi Ifni, dall’aspetto molto spagnoleggiante: le basse case imbiancate di calce, gli ampi patii piastrellati, gli edifici in stile coloniale e le insegne stesse di molti negozi richiamano inevitabilmente l’Andalusia. D’altronde la città fu un’enclave spagnola fino al 1969, ed era stata avamposto del conteso Sahara Spagnolo fin dal 1859, ma il suo sviluppo avvenne soltanto attorno agli anni Trenta, di cui conserva l’impronta. Oltre all’architettura e ai colori dominanti, diversi rispetto all’interno anche il clima da primavera inoltrata e con ridotta escursione termica, così come l’atmosfera in generale a cominciare dall’abbigliamento della gente e il suo modo di comportarsi. Magnifico il lungomare, Sidi Ifni è anche frequentata da frotte di surfisti provenienti da mezza Europa oltre che da un nutrito gruppo di habitués che usano svernarvi. 



TAFROUT - Ieri, giornata di Capodanno, ce la si è presa comoda facendo colazione per una volta dopo le nove del mattino in un caffè sotto i portici di una delle due principali di Tata, quella dedita ai commerci. L’altra si affaccia su una graziosa piazza rettangolare fornita di aiuole fiorite. Ottime sia le brioche sia le baguette, come del resto in tutto il Marocco. Il paese ha una impronta più nettamente africana che araba, e svela le sue origini come caravanserraglio e snodo di traffici nonché di guarnigione militare. Ci si dirige nuovamente verso Nord-Ovest sull’Antiatlante lungo la strada verso Taraoudant, ma a un centinaio di chilometri, presso Igherm (prima foto in alto), dopo aver attraversato alcuni villaggi (seconda foto) abitati dai gentili ed orgogliosi berberi meridionali, si devia a Sud-Ovest verso Tafrout, la meta di giornata, al centro di una bellissima zona ricca di gole strettissime tra le montagne rossastre e di sorprendenti oasi e palmeti (terza immagine)e altri villaggi tipicamente berberi che abbiamo visitato, in un percorso ad anello, tra la mattinata e il pomeriggio di oggi, dedicata all’esplorazione dei dintorni. Ultima tappa, dopo essere giunti su un altipiano con una vista entusiasmante, nonché base di lancio per appassionati di parapendio giunti appositamente fin qui, un passo attorno i 1700 metri prima di tornare alla base (quarta foto). Sono sempre più rafforzato nell’impressione che raramente ho visto posto in cui i panorami sempre stupefacenti, cambino tanto repentinamente come nel Sud di questo Paese, come del resto il clima e l’atmosfera. L’impressione positiva rimane, in compenso, costante. Nei pressi di Tafrout, infine, un vero e proprio museo all'perto: quello dei "massi colorati" del pittore belga Jean Veran, che si integrano perfettamente, coi loro colori tipicamente berberi, nell'ambiente circostante (foto qui in basso).