domenica 11 gennaio 2015

Né dio, né stato



Condivido integralmente e quindi pubblico

Il vile attacco contro la redazione di  che ha lasciato a terra 12 vittime apre un nuovo capitolo della famigerata “guerra al terrore”.
Uno scontro dove, al di là della retorica dei neocon americani e dei loro tristi epigoni europei dalla, fallace Fallaci a Magdi Allam, la maggioranza delle vittime sono stati gli abitanti dei “paesi musulmani” e le  civili conquistate in secoli di lotta in occidente.
Non c’è dubbio che l’attacco commesso da islamisti, pista al momento più accreditata e probabile, alla sede del giornale satirico francese vada a favore di chi nella logica dello scontro di civiltà ci sguazza. E in questa logica ci sguazzano sia gli apparati industriali-militari occidentali, con il loro corollario di neo-burocrati della sorveglianza, che le componenti più reazionarie del mondo islamico, facciano esse parte del blocco di potere sunnita delle petromonarchie del golfo o parte di quella galassie di schegge impazzite e di soggetti più o meno autonomi, ivi compreso lo Stato Islamico o parte del blocco di potere Siro-Iraniano sciita o dei vanagloriosi sogni neottomani di Erdogan.
Questo dispositivo guerrafondaio potrà essere decostruito e ridotto all’impotenza, perchè è questo il compito storico che ci dobbiamo prefiggere, solo dalla costante mobilitazione in senso rivoluzionario degli sfruttati tutti, atta a superare nel più breve tempo possibile sia il dominio burocratico-militare degli stati occidentali che quello delle teocrazie musulmane. Solo l’internazionalismo di classe può opporsi in modo efficace alla marea montante delle guerre e dei presunti scontri di civiltà, che altro non sono che dispositivi atti a disciplinare il proletariato catturandolo in una spirale di guerra tra poveri a discapito dell’attacco alla rendita e alle classi dominanti.
I bastardi che hanno attaccato Charlie Hebdo, ammazzando anche dei compagni storicamente vicini al movimento anarchico, hanno attaccato direttamente una delle più importanti conquiste dei movimenti sociali dai tempi della presa della Bastiglia: la libertà di espressione, la libertà di camminare sulla testa dei re e degli dei.
E quindi tacciano gli osceni Le Pen, gli orridi Salvini, i deliranti Gasparri, gli ipocriti Renzi: voi con la libertà non avete nulla a che fare. Voi siete nemici della libertà al pari delle milizie daesh.
Il clericofascistume, francese o italiano che sia, avrebbe volentieri sparato su Charlie Hebdo, giornale svariate volte censurato dalle bigotte procure francesi e cresciuto nel clima libertario della fine degli anni sessanta. Quindi tacciano, gli ipocriti autoritari ed esercitino l’unica libertà che gli compete: quella di scomparire.
Taccia Hollande con la sua retorica sull’unità nazionale: voi che santificate il dio denaro delle borse, e tenete i “clandestini” fuori dalla fortezza Europa, dopo aver depredato i loro paesi d’origine non avete il diritto di parlare di libertà.
I molto materiali conflitti che si svolgono da oramai quindici anni nel medioriente si alimentano della macchina di propaganda dello scontro di civiltà. La classe dirigente europea e dei paesi del golfo, così come i capobastone delle bande islamiste, ha sulle spalle il peso di centinaia di migliaia di cadaveri. Quelli delle popolazioni strette tra il martello delle politiche imperiali atlantiste e l’incudine dell’islamismo radicale o delle politiche imperiali sino-russe e iraniane o siriane. I morti di Parigi sono come i centinaia di migliaia di morti di Damasco, Falluja, Cairo, Kabul, Grozny, Gaza, Kobane.
Il  dei bombardamenti NATO o Israeliani e il  delle piogge di missili scatenate da Hezbollah o dei GRAD tirati dall’IS su Kobane o delle autobombe di Al Quaeda sono speculari. Rientrano nella stessa logica di politica di potenza sulla pelle degli sfruttati.
E tacciano che gli imbecilli afflitti da demenza gauchiste senile che davanti a 12 morti, tra cui, lo ripetiamo, dei compagni, riescono solo a balbettare che Charlie Hebdo sarebbe un giornale antislamico. E quindi, coglioni? Siete forse ancora convinti che la religione sia la lacrima sulla faccia del mondo? Vi siete persi un secolo e mezzo di storia: la religione non è l’oppio dei popoli, è l’amfetamina delle masse. La dialettica di cui vi riempite la bocca non sapete manco dove stia di casa, persi come siete nei vostri giochini tatticisti ed egemonici da gruppettari.
Siete per caso convinti che il nemico del nostro nemico sia nostro amico? Siete davvero convinti che nell’Europa e negli States la discriminante sia essere musulmani o cristiani e non la collocazione di classe? Vi siete per caso persi le riflessioni sul ruolo dell’associazionismo religioso tra la popolazione immigrata nel tenere buone il proletariato delle suburbie parigine? Siete semplicemente stupidi o siete in malafede convinti di potervi accreditare presso le ipotetiche masse islamiche?
Ecco il risultato di decenni di terzomondismo riciclato che parla di popoli oppressi e non di classi sociali. Imbastarditevi pure con la borghesia sunnita o sciita. Fate finta di non ricordare il massacro della sinistra laica persiana messo in atto dai controrivoluzionari islamici. Scrivetela pure la vostra neostoria. Ma non pretendete che tutti caschino nelle vostre menzogne.
In questo momento i rivoluzionari anarchici turchi e curdi insieme alle comunità e alle milizie del KCK ci stanno mostrando quale è l’unico modo per dialogare con gli islamisti militanti: combattere senza tregua alcuna.
In questo momento non possiamo che stringerci a coloro che sono morti in questo vile attentato oscurantista e non possiamo che rilanciare il nostro impegno.
Il nostro impegno a sostenere tutti coloro che combattono contro le guerre del capitale.
Il nostro impegno a sostenere tutti coloro che combattono contro i reazionari islamici o cristiani che siano.
Il nostro impegno a sostenere tutti coloro che combattono contro gli sfruttatori, bianchi, rossi, neri o a pallini.
Il nostro impegno nel costruite un società libera, anarchica, laica e secolarista.
Perchè solo gli sfruttati potranno emancipare loro stessi, non le ipotetiche avanguardie.
Il capitale, le religioni, lo stato, i re saranno sepelliti, e sarà la nostra gioia, saranno le nostre risate a farlo.


La Redazione Collegiale di Umanità Nova

sabato 10 gennaio 2015

Parbleu!

François Hollande

Alla faccia dell'intelligence! In confronto, l'Ispettore Clouseau era un genio. Sono sempre più convinto che sia giunta l'ora di rivalutare il pensiero di Cesare Lombroso.

giovedì 8 gennaio 2015

Charlie It's Me!

Charlie Watts, another Old Rolling Rock

Siamo alle tragicomiche. Mentre il cretinismo "social" impazza, traducendosi in una logorrea collettiva e globalizzata oltre che nella desertificazione della ragione, pochi si pongono alcune elementari domande. Com'è possibile che nel pieno centro della capitale di un Paese ad alto rischio abbia totale libertà di azione un commando (di due persone) che agisce con tutta calma (come si è potuto apprezzare dai filmati ritrasmessi migliaia di volte nella giornata di ieri) colpendo un obiettivo ultrasensibile come la sede di "Charlie Hebdo", già oggetto di un assalto quattro anni fa, "difeso", si è visto con quale efficacia, da due poveri cristi in divisa che ci hanno lasciato la ghirba? Dopo aver eseguito una vera e propria fucilazione collettiva all'interno della redazione (va ricordato: una delle più scomode in assoluto al mondo, oltre che irriverenti e critiche col sistema e con ogni ideologia), i due individui, inneggianti Allah, in tuta da combattimento e armati fino ai denti con tutto comodo hanno ingaggiato una seconda sparatoria per strada, mentre l'automobile con cui sono fuggiti attendeva in mezzo alla carreggiata con le portiere aperte: uno degli assassini ha perfino avuto il tempo di raccogliere una scarpa che aveva perso. Il tutto sotto gli occhi di centinaia di videocamere che ormai monitorano costantemente ogni metro delle nostre città. Mezz'ora dopo il fatto arriva sul luogo, tutto impettito, il miserabile cretino che i francesi hanno eletto presidente della Repubblica ad affermare piccato che nei giorni precedenti erano stati sventati altri attentati e nessuno dei solerti cronisti, che pure dovrebbero sentire qualche moto di solidarietà nei confronti dei loro colleghi massacrati, che chieda a questo pagliaccio imbellettato di fornire le prove di quel che sta blaterando e come mai la sede del giornale fosse così scarsamente protetta. Mi limito a questo. Qualche "social-cretino" nei suoi deliri è arrivato ad affermare che è colpa del Mossad, altri a gridare al complotto. Non sono tra questi ultimi però, memore di quanto accaduto col cosiddetto terrorismo rosso e nero in Italia, sono incline a pensare a delle connivenze se non complicità o, in altri termini, all'uso strumentale dell'utile idiota di turno. Fa troppo comodo a tutti, ai fan dell'Isis come ai paladini del nostro occidentale "way of life": seminare la paura, distrarre l'attenzione e indurre a posizioni manichee è funzionale a creare un clima di guerra, di eterna emergenza e farla diventare un'abitudine, giustificando così misure estreme, di sicurezza ed anche di altro genere, economico ad esempio, o relative alla libertà d'espressione (ricordo anche di recente l'uso a sproposito del termine "eversivo" riguardo ogni manifestazione di dissenso, perfino riferito a un voto parlamentare). Con questi chiari di luna, non mi stupirei che passasse inosservata la firma, a titolo di esempio, del famigerato trattato TTIP, di cui nessuno parla. Sono un malpensante? Può darsi, ma ditemi un motivo per cui dovrei bermi tutte le stronzate che ci vengono propinate quotidianamente a dosi da cavallo. I redattori di Charlie Hebdo che oggi vengono ipocritamente pianti come eroi non ci sarebbero cascati e non si sarebbero uniti al coro. Di questo sono certo.

mercoledì 7 gennaio 2015

Il ragazzo invisibile

"Il ragazzo invisibile" (The Invisible Boy") di Gabriele Salvatores. Con Ludovico Girardello, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Noa Zatta, Christo Jivkov, Xenia Rappaport e altri. Italia, Francia 2014 ★★★★
Ho sempre ammirato molto la capacità di Gabriele Salvatores, fin dai suoi esordi teatrali (fu lui, assieme a Ferdinando Bruni, a fondare nei primi anni Settanta il mai abbastanza lodato Teatro dell'Elfo di Milano), di raccontare una storia in maniera lineare, in modo comprensibile a chiunque, senza abbandonarsi a masturbazioni mentali e diventare indigesto, metterla in scena con grande semplicità, affrontando senza timore generi diversi, possibilmente mischiandoli: ha vinto la scommessa anche questa volta, confezionando un film che si ispira ai supereroi dei Comics USA adattandoli a misura di adolescenti nostrani. Non solo del giorno d'oggi, ma si potrebbe dire di ogni tempo, perché ciascuno di noi può ritrovarsi in qualche modo nei panni dei vari personaggi e nelle situazioni in cui si vengono a trovare. Il protagonista è Michele, un ragazzino di una dozzina d'anni, figlio di una poliziotta rimasta vedova, la sempre brava Valeria Golino, in piena crisi di crescita: non particolarmente bravo a scuola né versato negli sport, in più segretamente innamorato della compagna di classe Stella, che non sembra accorgersi di lui; per questi motivi è vessato dai bulli della scuola, in particolare due, Brando e Ivan, su cui si abbatterà la sua sottile vendetta quando, dopo una festa di Halloween conclusa con la sua fuga, scoprirà di essere in possesso del super-potere di diventare invisibile. La prima volta se ne accorge per caso, man mano poi si impadronisce della tecnica per diventarlo a comando, anche dopo aver incontrato alcune persone che gli faranno capire i motivi di questo prodigio: l'appartenere a una categoria di uomini speciali, discendenti da persone sopravvissute a radiazioni che hanno origine negli esperimenti condotti durante la Guerra Fredda a Est della Cortina di Ferro e che hanno sviluppato delle mutazioni. La vicenda si svolge sull'inconsueto sfondo, per il nostro cinema, di una bellissima e luminosa Trieste autunnale e si sviluppa, di fatto, come una storia di formazione, in cui vengono affrontati tutti i dubbi tipici della adolescenza, fase di trasformazione come nessun'altra: sulla propria identità (e quindi visibilità agli occhi degli altri) e dimensione, su ciò che vero pure falso, giusto  o no. Non occorrono mirabolanti effetti speciali all'americana per suscitare la sorpresa, né un'accelerata spasmodica sulla velocità dell'azione per renderla comunque tesa, e il tutto contribuisce a rendere verosimile anche una sorta di fiaba moderna come questa. Sempre gradito vedere Bentivoglio che si divide in due, nei panni di uno stralunato psicologo della polizia che fa al contempo il doppio gioco, ed efficaci anche gli altri giovani interpreti, ma la riuscita del film si deve a mio parere proprio allo sguardo di Salvatores che ha sempre conservato qualcosa di infantile, giocoso, candido anche a sessanta e passa anni, e che riesce sempre a comunicare queste caratteristiche proiettandole sugli spettatori. Una certezza. 

lunedì 5 gennaio 2015

Pride

"Pride" di Matthew Warchus. Con Bill Nighy, Imelda Staunton, Dominic West, Paddy Considine, George MacKay, Joseph Gilgun, Faye Marsay, Andrew Scott, Ben Schnetzer, Chris Overton, Freddie Fox, Jessica Gunning. GB 2014 ★★★
A trent'anni di distanza, un film che rievoca in maniera briosa, scanzonata, ironica, un pizzico di moralismo e con una buona dose di luoghi comuni tipici della commedia popolare inglese, il tutto politically correct, uno dei rari aspetti positivi della lunga lotta dei minatori inglesi contro il governo di Margaret Thatcher e sfociata nella loro sconfitta: la solidarietà attiva portata alla loro causa dal movimento gay, che li vedeva alleati contro un nemico comune, ossia un sistema che era in guerra contro di loro. Sappiamo come è finita: l'inizio della fine dell'epoca de diritti dei lavoratori, non solo in Gran Bretagna ma su scala continentale, con la loro sostituzione, a mo' di specchietto delle allodole, e più formalmente che sostanzialmente, con il miraggio di quelli civili e individuali. La, sceneggiatura, agile, professionale ed efficace, prende spunto dall'iniziativa del gruppo LGSM, (Lesbians and Gays Support The Miners), nato in una libreria alternativa di Londra, di raccogliere fondi per sostenere la comunità di un villaggio della zona mineraria dei Brecon Beacons, nel Galles meridionale, che inizialmente crea imbarazzo e perplessità tra sindacalisti e lavoratori e le loro famiglie ma si risolve poi, complici balli sfrenati (una comune passione) e la conoscenza personale che abbatte i pregiudizi, dopo una serie di visite nelle rispettive realtà, in una sorta di adozione reciproca, tanto che saranno i minatori gallesi ad aprire, nel giugno del 1985, il Gay Pride di Londra, tre mesi dopo un referendum che decretò, per una manciata di voti, la fine della loro lotta (e del movimento operaio inglese). Il film è grazioso, gli interpreti azzeccati per rendere simpatici i diversi personaggi, realmente esistiti e adeguatamente romanzati, che animano la vicenda: in qualche modo consolatoria, ma d'altra parte è oggi inutile piangersi addosso. Inevitabile, per chi quei tempi li ha vissuti e se li ricorda bene, un attacco di nostalgia (e su questo terreno chi ha prodotto la pellicola vince facile); più utile, per i più giovani, rammentare che una lotta di lunga durata (51 settimane) c'è stata e la solidarietà umana un valore fondamentale, anche e soprattutto nella sconfitta, e che per arrivare alla comprensione dell'altro, che è tutt'altra cosa dell'accettazione o, peggio la tanto declamata tolleranza, occorre mettersi nei suoi panni. 

giovedì 1 gennaio 2015