mercoledì 11 dicembre 2013

Le bugie hanno le gambe di Pippi Calzelunghe


Semplicemente democratica. E voltagabbana. Così Debora Serracchiani, presidente della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, soltanto un anno fa. Da lunedì è stata cooptata tra le 7 donne (5 gli uomini) della squadra del neosegreterio del PD Renzie, responsabile per le infrastrutture. "Adesso del Nord mi occuperò io", afferma, con sommo sprezzo del ridicolo. Stiamo a posto. E' giunta l'ora di facce (di bronzo) nuove, e qui a NordEst siamo all'avanguardia. 

lunedì 9 dicembre 2013

Sono morti democristiani


Come volevasi dimostrare (in tempi non sospetti). Peccato che i gonzi siano stati più del previsto (e dell'auspicato). Comunque è il turno della generazione degli Jovanotti. Boh!

domenica 8 dicembre 2013

TetrAgonia

Si celebra oggi, con grande squillo di trombe mediatiche, il rito delle "primarie aperte" del PD, per sceglierne il segretario. Domina il disinteresse generale e l'unica incognita sembra essere l'affluenza ai 9000 gazebi sparsi sul territorio nazionale. La soglia minima per non parlare di flop è fissata sui 2 milioni di votanti (così riporta Repubblica, l'organo ufficiale del PD, e conferma il CoreSera, che è invece la gazzetta governativa per eccellenza): si tratterebbe di un vero miracolo per gli zombie e la certificazione dell'esistenza di un tale numero di illusi e smemorati convinti di rappresentare la sinistra in questo Paese. Per quanto mi riguarda, sotto il milione e mezzo brinderei con uno spumante e se fossero soltanto un milione o giù di lì stapperei lo champagne: significherebbe che tanta brava gente si è risvegliata dal letargo e abbia guardato in faccia la realtà. Sempre che alla fine non vinca Civati, perché sarebbe l'unico a poter tenere in vita quanto rimane di vagamente di sinistra nel PD, ma sono ottimista e mi auguro un trionfo di Renzie con una miserrima partecipazione al voto: garanzia per la dissoluzione finale degli zombie entro un brevissimo arco di tempo e giusta punizione per i veterocomunisti, quella di morire democristiani. Sì, perché è con il partito che fu di Togliatti, il politicante italiano più abietto, arrogante, cinico, falso e opportunista del secolo scorso che ho dei conti in sospeso. In un Paese di smemorati, dove da duemila anni imperversa una chiesa che si identifica col potere, e da cui derivano i vizi storici degli italiani e la loro incapacità di farsi comunità prima ancora che Stato, un secolo fa, all'ultima incarnazione dell'eterno spirito nazionale, quello clerico-fascista e poi democristiano, si è aggiunto l'equivoco comunista. E la prima cosa che si rimuove è il passato. Dogmatici e integralisti, DC e PCI furono entrambi partiti a vocazione totalitaria (di massa, si blaterava un tempo): da qui l'irriducibile vocazione all'inciucio, altro che "bipolarismo". Ma mentre dai democristiani, espressione diretta del Vaticano, già si sapeva cosa ci si potesse aspettare, i comunisti, ambigui, manipolatori e ipocriti come nella loro natura, per anni erano riusciti a ingannare gli ingenui (e i gonzi) e sembrarne l'alternativa, incarnando la speranza di cambiamento di milioni di italiani: quando è stato il momento buono per scoprire le carte e provare ad abbattere il sistema democristiano, integrato dall'iniezione socialista di stampo craxiano, altra versione del ladrocinio di Stato, si sono rivelati uguali quando non peggiori di loro, e in più supponenti. E si sono alleati con loro, in modo più o meno mascherato, fino al momento in cui vi si sono fusi assieme: ecco da dove nasce il PD, il Partito Comunistiano, e la sua natura cancerogena. Sopravvive il riflesso pavloviano, presente soprattutto nella componente ex comunista (e anche in Civati, illuso di poter cambiare il PD dall'interno, tentativo fallito perfino da Gorbaciov con le conseguenze che sappiamo sull'ex URSS), per cui votare è un "dovere": stasera dalle 20 in poi sapremo quanti ne sono ancora affetti.

venerdì 6 dicembre 2013

La mafia uccide solo d'estate

"La mafia uccide solo d'estate" di Pierfrancesco Diliberto (Pif). Con Pif, Cristiana Capotondi, Alex Bisconti, Ginevra Antona, Ninni Bruschetta, Barbara Tabita, Rosario Lisma e altri. Italia 2013 ★★★★★
Allegro, scanzonato, irriverente, demistificante, a tratti crudo e alla fine commovente, l'esordio alla regia di Pif (ma era già stato l'aiuto di Marco Tullio Giordana ne "I cento passi") è senza dubbio il film di maggiore impegno civile prodotto in Italia negli ultimi cinque anni, un vero miracolo, che andrebbe quanto prima diffuso in tutte le scuole di ogni ordine e grado. A idearlo e girarlo un palermitano DOC che racconta, con parecchi riferimenti autobiografici, la "formazione" di Arturo nel capoluogo siciliano tra gli anni Settanta e Novanta, le cui tappe fondamentali, a cominciare dal concepimento nel dell'estate 1969, sono invariabilmente contrassegnate da una qualche mattanza di stampo mafioso. Innamorato fin dai banchi delle elementari della compagna di classe Flora, trova nel giudice Rocco Chinnici il suo mentore discreto, in Boris Giuliano il commissario gentile che gli fa conoscere la mitica iris alla ricotta, nel generale Alberto Dalla Chiesa il primo personaggio di rango intervistato quale vincitore di un concorso per giornalisti in erba, tutti personaggi conosciuti di persona e che verranno via via eliminati dalla mafia, mentre mai incontrerà dal vivo, nemmeno ai funerali del Prefetto Dalla Chiesa, quello che è stato il suo idolo d'infanzia, Giulio Andreotti (che quel giorno dichiarò di preferire i battesimi), di cui raccoglieva maniacalmente immagini e dichiarazioni, tappezzando la sua stanzetta di poster che lo ritraevano e ispirandosi a lui per dichiararsi a Flora: dandole appuntamento in un cimitero, così come il "Divo Giulio" fece con sua moglie Livia. Flora però seguirà per un decennio il padre, direttore di una banca siciliana in odore di collusione con Cosa Nostra, durante il periodo più rovente vissuto da Palermo, costellato da omicidi eccellenti. Nel frattempo Arturo seguirà il suo percorso formativo in una scalcagnata TV locale fino a quando incontrerà di nuovo Flora rientrata a Palermo come capo ufficio stampa di Salvo Lima in campagna elettorale, e lo farà assumere, anche se per breve tempo, perché è da quell'omicidio, fino alla escalation che portò all'uccisione di Falcone e Borsellino, che Arturo diventa consapevole che per combattere la mafia si deve per prima cosa guardarla in faccia e non rimuoverla, come hanno fatto per anni la sua famiglia, anche e soprattutto con l'intento di proteggerlo, e l'ambiente siciliano in generale. Medesimo percorso che compirà anche Flora e i due finalmente coroneranno il loro sogno. Lieto fine, certo, ma la commozione arriva non per il risvolto sentimentale ma per le ultime scene, che vedono Arturo, Flora e il loro bambino percorrere la via crucis delle lapidi che Palermo ha dedicato ai suoi coraggiosi martiri, che ancora tanto hanno da insegnare. Non è stata necessaria alcuna retorica, alcuna forzatura per trasmettere questo messaggio, ma un racconto ben congegnato in forma di parabola, ambientato in una Palermo dolente, tragica ma anche viva e solare, vera, in cui l'inserimento di filmati e immagini d'epoca, spesso di una crudezza che non ricordavamo, fanno da contrappunto al sogno d'amore realizzato di Arturo e Flora, che coincide con la loro presa di coscienza. Grazie, Pif.

mercoledì 4 dicembre 2013

Incostituzionali


La Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sul "Porcellum", ha dichiarato illegittimo sia il premio di maggioranza senza soglia sia le liste bloccate. Lo rende noto la Corte. (ANSA). In sostanza, l'attuale Parlamento, come i due che lo hanno preceduto, è abusivo (e così i governi che hanno espresso nonché l'attuale presidente della Repubblica). Ossia, i rappresentati del popolo sovrano sono stati eletti in maniera anticostituzionale, oltre a essere per la maggior parte dei cialtroni. Perché questa è la Terra dei Cachi, la Terra dei Cachi...

martedì 3 dicembre 2013

Venere in pelliccia

"Venere in pelliccia" (Venus in Fur) di Roman Polanski. Con Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric. Francia, Polonia 2013 ★★★★★
Un altro colpo di genio da parte di un maestro, un film imperdibile per chiunque ami il cinema, il teatro, i grandi interpreti e, soprattutto, coltivi l'esercizio dell'intelligenza, con in più la garanzia di divertirsi. "Venere in pelliccia" è l'adattamento cinematografico della pièce teatrale di David Ives a sua volta tratta dall'omonimo romanzo di Leopold von Sacher-Masoch del 1870, ed è ambientato in un piccolo e un po' decrepito teatro parigino in cui un regista, Thomas, sta concludendo, sconsolato, le audizioni per assegnare la parte della protagonista, Vanda, del proprio adattamento dell'opera. E' quasi rassegnato, data la pochezza e inadeguatezza delle candidate, quando fa irruzione, nella teatro vuoto, un'aspirante in ritardo su un appuntamento che nemmeno aveva, scarmigliata, vociante, volgare, ignorante, dall'aspetto decisamente puttanesco, così determinata ad ottenere la parte da imporre la propria audizione, quasi "violentando" Thomas. "Per pura coincidenza" si chiama proprio Vanda e dalla prima parola del testo che pronuncia, peraltro non inquadrata, si capisce che non più che essere lei, la prescelta, perché da quel momento nasce la magia, tutta teatrale, della finzione che si confonde con la realtà, dell'intreccio dialettico sempre più calzante e sempre puntuale, dell'inversione delle parti e Vanda non può che essere lei e non solo, diventa perfino la Venere del testo di Sacher-Masoch e comincia a interagire col sempre più disorientato e affascinato Thomas, fino ad invertire in sostanza le parti e diventare lei la regista dell'adattamento fino a manipolarne il testo e lui il protagonista che, nella scena finale, riassume in sé tutto: l'uomo e la donna, il sadico e il masochista, il regista e l'attore, il reale e l'immaginario, legato e come immolato a un cactus di cartapesta, resto di una rappresentazione precedente. E' tutto questo oggetto del film, il masochismo e le fantasie sessuali solo una parte e comunque il pretesto, per quanto la Seigner, magnifica interprete e altrettanto magnifica cinquantenne, distilli una carica erotica quantomai potente che sembra uscire dallo schermo, per consentire ancora una volta a Polanski di esplorare i lati ambigui e nascosti dell'animo umano e di una realtà che è soltanto apparente, perché la verità, in quanto tale, non esiste. L'interpretazione di Amalric è altrettanto all'altezza, il risultato un film perfetto, esemplare: non perdetelo. Grazie ancora una volta, maestro!

domenica 1 dicembre 2013

Il passato

"Il passato" (Le passé) di Asghar Farhadi. Con Bérénice Bejo, Ali Mosaffa, Tahar Rahim, Pauline Brulet, Elyes Aguis, Jeanne Jestin, Sabrina Ouzani, Babak Karimi,  Valeria Cavalli. Francia, Italia 2013 ★★★★+
Era stata sollevata da più parte l'obiezione che l'aver ambientato e girato il film in una Parigi periferica anziché nella realtà iraniana abbia in qualche modo "distratto" il regista e tolto mordente alla sua grande capacità narrativa. Semmai ha sgombrato il campo da qualche elemento considerato, all'occhio occidentale, esotico, peraltro del tutto assente anche negli ottimi lavori precedenti, confermando che Fahradi è un acutissimo, attento, raffinato osservatore di dinamiche relazionali, sia di coppia, sia in generale, che hanno una valenza universale anche fuori di un contesto particolare come quello dell'Iran post-khomeinista, oltre a possedere una rara capacità di racconto e una padronanza invidiabile non solo della macchina da presa ma della sceneggiatura, nonché della capacità di fare esprimere al meglio qualsiasi attore con si trovi a lavorare. Qui la parte del leone la fanno Ali Mosaffa, che interpreta Ahmad, e Bérénice Bejo nella parte dell'ex moglie Lucie, non a caso premiata quest'anno a Cannes come miglior interprete femminile e già candidata come migliore attrice non protagonista agli Oscar. Il primo torna a Parigi da Teheran dopo quattro per firmare le carte del divorzio da Lucie, la quale anziché prenotargli un albergo preferisce ospitarlo nella casa che condivide con le due figlie, nate dal primo matrimonio, e di Fouad, figlio del suo attuale compagno, Shamir, la cui moglie (e madre) si trova in coma per un tentato suicidio. In questo modo Ahmad viene suo malgrado coinvolto nelle dinamiche malsane che si sono innescate in questa sorta di famiglia allargata tutto fuorché equilibrata e trasparente, e il regista le svela con i meccanismi di un vero e proprio thriller psicologico aperto a ogni sviluppo che lo spettatore possa immaginare. Come suggerito dal titolo, tutto ruota attorno alla impossibilità di tagliare con il proprio passato: quello che ci va più vicino è Ahmad, che infatti si ritrova a fare da mediatore nei conflitti che si creano tra le parti in causa, specialmente quello tra Marie e la figlia maggiore Lucie, che mal sopporta il suo nuovo compagno Shamir, che considera, con più di una ragione, un idiota, ma meno ancora le ambiguità della madre; mentre non ci riescono né Marie, né Lucie, che si sente responsabile del tentato suicidio di Corinne, la moglie di Shamir e meno ancora quest'ultimo, benché Marie porti in grembo un figlio suo (cosa che non rivelerà direttamente all'ex marito, come non gli aveva detto della convivenza con lui). Ma non è il "passato che non passa" l'unico tema della pellicola; almeno altrettanto lo è quello di quel particolare tipo di persone che traggono linfa vitale dal succhiare letteralmente l'energia da chi li circonda e la cui unica ragion d'essere, nel loro immenso quanto spesso inconsapevole egocentrismo, sembra essere procurare l'infelicità altrui, creando prima caos, poi disagio e infine malessere attorno a sé, e questo con atti ma soprattutto omissioni, cose non dette, inganni, sotterfugi: così è la Lucie de Il passato, magnificamente interpretata dalla Bejo, ambigua e manipolatrice quanto bella, con l'ingannatore sguardo dolce degli occhi da cerbiatta, che al suo passaggio diffonde confusione (anche nella gestione della casa), malessere, incomprensioni, zizzania, alla fine un deserto: non a caso il primo marito è diventato cardiopatico, Ahmad era caduto in una forte depressione da cui è guarito facendo ritorno in Iran e Shamir è un succube, irresoluto e ambiguo quanto lei. Una donna in questo caso, ma potrebbe benissimo essere un uomo, da cui prendere le distanze il più presto possibile per non cadere nella sua micidiale trappola. Un film notevole, assolutamente all'altezza de "La separazione" e "About Elly" che l'hanno preceduto.