lunedì 22 marzo 2021

Mank

"Mank" di David Fincher. Con Gary Oldman, Amanda Seyfried, Lily Collins, Arliss Howard, Charles Dance, Tom Burke, Sam Troughton, Tom Pelphrey, Tuppence Middleton e altri. USA 2020 ★★★★★

Finalmente un film (visibile su Netflix dopo un veloce passaggio nelle sale in autunno) del più alto livello, diretto da David Fincher (Seven, Fight Club, The Social Network, Gone Girl per non parlare di House of Cards, la serie), a cui va l'auspicio che faccia il pieno di riconoscimenti tra Golden Globes e Oscar. Presentato come biopic, incentrato su un passaggio cruciale della vita dello sceneggiatore Herman Mankievicz detto Mank, ossia la paternità della sceneggiatura di Quarto Potere di Orson Welles, riconosciuta solo parzialmente e per la quale aveva ricevuto l'Oscar, scritta nel 1941 mentre era isolato in una sperduta fattoria nel deserto del Mohave, in California, immobilizzato dopo un incidente automobilistico assieme alle due fide assistenti, diventa, anche attraverso un suggestivo quanto efficace bianco e nero che ci riporta direttamente a quegli anni, un ritratto del mondo del cinema nel periodo d'oro di Hollywood visto dall'interno, con tutte le sue implicazioni, a cominciare dai condizionamenti da parte di chi controlla i mezzi di informazione e dalle conseguenti implicazioni politiche. E con cognizione di causa, perché anche lo scomparso padre di David Fincher, Jack, che in Mank viene accreditato come autore della scenografia, era un brillante ex giornalista, critico e sceneggiatore proprio come il geniale protagonista di questa vicenda. Orson Welles, giovane rivelazione del teatro, che aveva ottenuto carta bianca dai produttori RKO per la realizzazione del suo film d'esordio, aveva commissionato lo script a Mank, contando sulla sua conoscenza dei meccanismi cinematografici, l'arguzia e la capacità di ideare dialoghi fulminanti (era stato l'autore de La guerra lampo dei fratelli Marx e della sceneggiatura originale de Gli uomini preferiscono le bionde, per citare due capolavori), e gli aveva dato 60 giorni per completarlo, approfittando anche della sua momentanea immobilità forzata, che lo avrebbe tenuto (credeva lui) lontano dall'alcol, a cui era dedito appassionatamente, e al gioco d'azzardo, che lo lasciava regolarmente al verde, e Mank si ispirò, anche su suggerimento della sua fida segretaria Rita, alle proprie personali esperienze di 10 anni prima quando, autore di punta della Metro Goldwin Meyer, era entrato nel cerchio del tycoon William Randolph Hearst, un Berlusconi dell'epoca, che lo apprezzava per la sua causticità e brillantezza nonostante le sue dischiarate simpatie socialiste. A quei tempi Mank, che era entrato anche in profonda amicizia con l'attrice Marion Davis, da anni amante del magnate e newyorkese di Brooklyn come lui, scoprì che Louis Meyer, patrono della MGM, in difficoltà economiche, su suggerimento di Hearst, aveva realizzato dei falsi cinegiornali per  sabotare la campagna di Upton Sinclair, candidato a governatore della California alle elezioni del 1934 per i democratici, e ne aveva raccontato nei dettagli le manovre durante una cena in maschera nel castello del magnate a cui prendeva parte tutta la crême holliwoodiana, a cui si era presentato ubriaco ma straordinariamente lucido, anticipando, di fatto la trama di Citizen Kane, pietra miliare della storia del cinema che ha svelato i meccanismi del Quarto Potere, quello della stampa, per l'appunto. A prescindere dalla fluidità del racconto, e dal suo contenuto più che mai attuale, dalla felicità della mano del regista, pur rimanendo centrale il personaggio di cui racconta la storia, interpretato dal bravissimo Gary Oldman, anche tutti gli altri non sono semplicemente di contorno e sono delineai con rara precisione nei caratteri essenziali da un cast di prim'ordine, per cui non si possono ritenere secondari, aspetto che fa evolvere Mank da "semplice" film biografico ben confezionato a un grande film con una solida trama in assoluto. Da non perdere e un grazie a David Fincher.  

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