sabato 27 dicembre 2025

Breve storia d'amore

"Breve storia d'amore" di Ludovica Rampoldi. Con Pilár Fogliati, Adriano Giannini, Andrea Carpenzano, Valeria Golino, Massimo de Lorenzo, Betti Pedrazzi, Monica Nappo e altri. Italia 2025 ★★★★1/2

Felice esordio alla regia per Ludovica Rampoldi, sceneggiatrice una solida carriera di sceneggiatrice con collaborazioni di prestigio, tra cui Bellocchio, Salvatores e Molaoli in film pluripremiati e serie TV di valore: Breve storia d'amore, breve e dagli sviluppi sorprendenti quanto esemplare, è una commedia ironica e a tinte gialle che riconcilia con la recente produzione italiana, mediamente deludente, e indaga sui meccanismi innescati da una apparentemente casuale tresca extraconiugale. Siamo a Roma (ma il film non è per nulla romanocentrico) e Rocco (Giannini), un sismologo cinquantenne ogni venerdì sera si "scarica" in match di scacchipugilato (disciplina che esiste per davvero) incontra per caso nel bar che frequenta abitualmente Lea (Pilár Fogliati, attorno a cui ruota, a ragione, tutto il film e artefice di una interpretazione memorabile), giornalista free lance sui trenta, che invece lo ha scelto a caso, come fa abitualmente quando annega nei gin tonic i suoi problemi di coppia. Ha una figlia piccola e il compagno (Carpenzano) è attore di serie TV di successo, mentre Rocco da vent'anni è sposato con Cecilia (Golino), una psicanalista che invece come sfogatoio utilizza il poligono di tiro. Tra Rocco e Lea comincia, per iniziativa di lei, una relazione (così viene definita dopo il terzo incontro) sempre più coinvolgente e dagli aspetti a prima vista insoliti, che vede la donna insinuarsi nel matrimonio tra Rocco e Cecilia, fino a scegliere lei come propria psicanalista per conoscerla da vicino, ma per uno scopo totalmente diverso da quello che potrebbe sembrare a prima vista. Chiudo qui con il riassunto della trama, perché altrimenti svelerei il finale, che giunge inesorabile (i ritmi del racconto sono perfetti, scadenzati da capitoli che hanno dei titoli rivelatori, così come chirurgici e mai banali sono i dialoghi: non ci si parla addosso a vanvera come troppo spesso nei film nostrani). Tempi, scrittura, sottigliezza, intelligenza mi hanno ricordato Follemente di Paolo Genovese, tra le migliori cose viste quest'anno, altro film che vedeva tra i suoi protagonisti Pilár Fogliati, il cui volto bello quanto straordinariamente espressivo è il mezzo con cui riesce a donare ai suoi personaggi tutti i registri degli stati d'animo richiesti dalla parte affidatale e dalle evoluzioni della storia; in questa occasione, che la vede perno di tutta la vicenda, ancor di più. Una donna camaleonte, sicuramente manipolatoria, come lo sono però anche gli altri personaggi, tranne tutto sommato il povero Rocco, che risulta più un mezzo per raggiungere il fine di una operazione demiurgica innescata da Lea che ne uscirà, come lei ma non per forza con lei, avendo fatto chiarezza con sé stesso.

mercoledì 24 dicembre 2025

Saudade

                                                               

                                                           Tarde em Itapuã

Sono anni ormai che su questo blog, strumento divenuto obsoleto in tempi di comunicazione istantanea quanto evanescente, non scrivo di viaggi, né di calcio, né di politica (in senso lato): esprimere il proprio pensiero pubblicamente è diventato sempre più rischioso per le conseguenze penali che può avere; d'altro canto mi rifiuto, a questo punto, di dare qualsiasi "dritta" su località possibilmente non ancora devastate dall'invasione del turismo più becero, che ha ormai reso infrequentabili luoghi che ho amato e in cui mi è sempre più penoso rimettere piede. Faccio un'eccezione per Salvador de Bahía, che ho scelto come base durante il soggiorno di circa un mese in Brasile da cui sono rientrato una decina di giorni fa, in pieno clima da isteria parossistica natalizia. Non che non si respirasse aria di festa imminente e di consumo anche a quelle latitudini, ma è l'atteggiamento a essere diverso, oltre all'incongruità di vedere ai Tropici alberelli addobbati, babbi natale, carretti con le renne e perfino neve finta in mercatini che in alcuni casi non hanno nulla da invidiare a quelli divenuti ubiqui dalle nostre bande, e non soltanto a Nord dell'Adige, il che potrebbe ancora avere un senso. Insomma è l'atmosfera che cambia, in sostanza il "fattore umano", non solo la temperatura. Lo sapevo, e per questo ci sono ritornato, dopo che mancavo da qualche tempo. A Salvador, nello specifico, da quasi 25 anni. Ci ero venuto nel 2001 in "pausa di riflessione" per prendere una decisione che avrebbe dato una svolta alla mia vita, ossia lasciare il lavoro e Milano, la  città dove sono nato, cresciuto e vissuto per due terzi della mia esistenza, perché ormai non la riconoscevo più: era durante la festa di Iemanjá, la dea delle acque, che si tiene ogni 2 febbraio sulla spiaggia di Rio Vermelho, una sorta di sposalizio del mare di rito afro-brasiliano. La Regina degli Oceani e il Senhor do Bonfim mi avevano allora felicemente ispirato in una scelta che si è rivelata quanto mai giusta. Forse per questo ho voluto tornarci dopo un quarto di secolo, dopo aver visitato in altre occasioni soprattutto la parte meridionale di un Paese che è quasi un continente. E perché mi mancava la sua gente, ospitale, amichevole, sempre disposta a darti una mano e ad accoglierti con un sorriso e a non farti mai sentire un estraneo. Soprattutto le persone più umili. Insomma, un bagno di umanità di cui avevo bisogno provenendo da un Paese e un Continente inebetiti, incarogniti, senza memoria, irretiti da un'ignobile campagna bellicista. Sperando che i brasiliani tengano duro e che il loro presidente, Lula, rimanga in salute a lungo, e Bolsonaro in galera come merita. 

mercoledì 12 novembre 2025

Un semplice incidente

"Un semplice incidente" (Yak taṣādof-e sāde) di Jafar Panahi. Con Vahid Mobasseri, Mariam Afshari, Ebrahim Azizi, Hadis Pakbaten, Majid Panahi, Mohamed Ali Elyasmer, Delmaz Najafi, Afsaneh Najmabadi e altri. Iran, Francia, Lussemburgo 2025 ★★★★1/2

Risolti, si spera definitivamente, i seri problemi giudiziari avuti nel corso degli anni col regime degli ayatollah iraniani, e nonostante i limiti posti alle sue attività, che non sono comunque riusciti a impedire a Jafar Panahi di fare sentire la sua voce escogitando sempre una maniera per esercitare la sua professione di autore e regista e dire la sua, ecco finalmente nelle sale italiane il film con cui ha ottenuto la Palma d'Oro all'ultimo Festival di Cannes. Un semplice incidente (come da titolo), un cane che di notte finisce sotto le ruote di un'auto (i mezzi di trasporto sono una costante nei lavori di Panahi) e costringe la famigliola a una sosta per una riparazione in un paesino poco lontano da Teheran, dà il via a una serie di eventi in parte grotteschi e rocamboleschi, che ammantano di toni da commedia a tratti noir un film che è da una parte di denuncia della ferocia dell'apparato repressivo e dall'altra una riflessione su quanto la violenza esercitata dal potere, qualunque esso sia, possa agire da innesco per una risposta altrettanto feroce da parte di chi la subisce, insomma sull'umanità di tutte le persone coinvolte. Nell'officina in cui viene ricoverata l'automobile danneggiata, un meccanico rimane nascosto perché riconosce nella camminata del proprietario quella dell'aguzzino che l'aveva torturato durante la sua detenzione: quella di un uomo con una gamba artificiale, arto che l'ufficiale in questione si vantava di aver perso in guerra in Siria. Decide di rapirlo, lo carica su un furgone e lo porta nel deserto dove scava una fossa per seppellirlo vivo, ma gli viene un dubbio: prima di procedere, vuole essere assolutamente certo della sua identità, e così coinvolge una serie di personaggi (una ex giornalista ora fotografa di matrimoni, la coppia che sta per sposarsi, il suo ex fidanzato), tutti a loro volta reduci da trattamenti analoghi durante la loro prigionia. Prende il via una serie di situazioni ai limiti dell'assurdo ma che sono capaci più di tanti lunghi discorsi o documentari di descrivere la realtà di un Paese dove comunque l'opprimente cappa liberticida e oscurantista imposta dagli Imam ha allentato la sua presa, perché comunque la gente comune ha sempre trovato il modo di resisterle o di sfuggirle, magari prendendosene gioco, non perdendo mai la propria dignità. Qualcosa insomma sta cambiando, da quelle parti, come testimonia il numero di donne senza velo nella pellicola, soprattutto dopo le rivolte femminili (e non solo) del 2022: Panahi lo testimonia ma, come accennavo, oltre a denunciare le persecuzioni il regista, pur con molta ironia, non manca di sottolineare quanto una realtà fatta di violenza e arbitrio riesca a turbare la capacità di giudizio e indurre anche le persone più ragionevoli a reazioni incontrollate, in un cerchio che non si chiude. La risposta non c'è e il finale non è esattamente ottimista, ché lascia intendere come gli incubi possono sempre ritornare, specialmente per chi li ha già sperimentati. Però un sorriso a tratti beffardo è sempre un ottimo antidoto. Così come questo suo ennesimo bellissimo film.

mercoledì 5 novembre 2025

La voce di Hind Rajab

"La voce di Hind Rajab" (The Voice of Hind Rajab) di Kaouther Ben Hania. Con Saja Kilani, Amer Hlel, Clara Khouri, Motaz Malhees e altri. Tunisia, Francia 2025 🌹💔

Il cinema si esprime, per definizione, per immagini. Non in questo caso, per il film che ha meritoriamente ottenuto il Gran premio della giuria nonché il Leone d'Argento all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove si limitano a illustrare la parte di finzione della pellicola, ambientata nella sede di Ramallah, in Cisgiordania, della Mezzaluna Rossa (l'equivalente della Croce Rossa che conosciamo in Europa), dove il 29 gennaio del 2024 gli operatori ricevono una chiamata da Gaza. A parlare è Layan, una ragazzina rimasta intrappolata in un'auto dopo un bombardamento israeliano. Con lei la cuginetta Hind, di 5 anni: sono le uniche sopravvissute della famiglia, attorno a loro i cadaveri degli zii e dei due cugini di Hind. Cade la linea, i centralinisti richiamano e risponde una voce diversa: è Hind, per l'appunto, ché nel frattempo è rimasta uccisa anche la cuginetta, vittima dell'ennesima sparatoria. Il film racconta i tentativi di organizzare il soccorso da remoto: la burocrazia e le procedure più deliranti si rivelano ostacoli insormontabili anche in un caso di emergenza e per di più di puro intervento umanitario e sanitario e hanno il sopravvento su ogni buon senso, come ben illustra lo scontro fra il centralinista che raccoglie le telefonata e il suo "superiore" che è obbligato a "seguire il protocollo", ossia ottenere dalle "autorità competenti", ossia l'esercito che da due anni ha invaso e bombarda la Striscia di Gaza, una sorta di lasciapassare per un'ambulanza che si trova a 8 minuti di distanza dal luogo dove è bloccata l'auto in cui, in mezzo a 5 cadaveri, è immobilizzata, terrorizzata, la piccola Hind. Operatore e operatrice cercano di confortarla, ottenere informazioni sulla situazione, rassicurarla; la psicologa del gruppo prova a  stemperare le tensioni nell'ambiente e a fare la sua parte con la bambina. Dopo ore di insistenza si riesce a fare partire un'ambulanza della Mezzaluna Rossa: dalla radio di bordo si sentono crepitii ed esplosioni, cade nuovamente la linea, definitivamente. Il glorioso esercito della Nazione degli ebrei, il Popolo Eletto, di Israele, l'Unica democrazia del Medio Oriente, ha cannoneggiato e disintegrato anche quella (fatto a pezzi tutto l'equipaggio) e la macchina in cui, cadavere, verrà rinvenuta Hind, verrà ritrovata crivellata da quasi 400 proiettili. Già, perché qualsiasi palestinese è per definizione terrorista, almeno potenziale, e Hind, 5 anni, una terrorista in erba. Filo conduttore è, per l'appunto, la voce di Hind Rajab, quella vera, perché i colloqui sono stati registrati. Non aggiungo altro, salvo fare i complimenti alla regista, tunisina, e a chi ha avuto il cuore e il coraggio di produrre il film, tra cui Brad Pitt, Joaquin Phoenix, Rooney Mara e Alfonso Cuarón.

giovedì 30 ottobre 2025

Bugonia

"Bugonia" di Yorgos Lanthimos con Jesse Plemons, Emma Stone, Aidan Delbis, J. Carmen Galindez Barrera, Marc T. Lewis, Vanessa Eng, Cedric Dumornay, Alicia Silverstone e altri. GB 2025
★★★★1/2

Presentato in concorso all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia Bugonia, più che un rifacimento in inglese di un film coreano del 2003, il fantascientifico Save the Green Planet, sembra uscito dalle costole dell'ultimo lavoro del regista ateniese, Kinds of Kindness. Dall'originale riprende la trama: il tentativo di sventare un complotto di alieni per distruggere la Terra e i suoi abitanti, ma sviluppata sul terreno della tragicommedia nera, dove i protagonisti sono due disgraziati a cui non rimane altro che rifugiarsi nelle teorie complottiste più allucinate, dopo che ogni forma di lotta è ormai stata neutralizzata per via del rimbecillimento generale ottenuto dall'élite al potere e dalla sua totale capacità di controllo e manipolazione della collettività. Ted (un esse Jesse Plemons divelto) è un apicoltore per diletto che vede il progressivo svanire di un animale che più degli altri simboleggia la vita, che abita in un qualche posto della Georgia (USA), in una tipica casetta di legno nei boschi, con tanto di bandiera a stelle e strisce d'ordinanza, e che lavora in un'industria farmaceutica come imbustatore. Assieme al cugino Don, affetto da autismo, decide di rapire la potente amministratrice delegata dell'azienda stessa, Michelle Fuller (una sempre immensa Emma Stone), convinto che sia un'andromediana, infiltratasi sulla Terra per distruggere l'umanità. Portato a termine, per quanto maldestramente e in maniera fortuita quanto grottesca il sequestro di persona, la donna viene rasata a zero nella convinzione che così non possa contattare la sua astronave-base: mancano pochi giorni all'eclisse di luna e Ted, durante un serrato interrogatorio, vuole convincere la donna a intercedere presso l'imperatore alieno per avere un incontro diretto con lui in quell'occasione unica e definitiva. Un confronto serrato, che avviene nei sotterranei della malmessa abitazione di famiglia di Ted, la cui madre, si scopre, è stata una cavia degli esperimenti dell'azienda della Fuller e mantenuta in vita artificialmente a sue spese. Il confronto tra i due è allucinato e somiglia da molto vicino a quanto avviene ogni sera nei "talk show" che hanno sostituito l'informazione a cui eravamo abituati fino a un paio di decenni fa, ossia un dialogo, si fa per dire, tra due mondi, l'alto e il basso, inconciliabili benché direttamente connessi: quanto Ted sia per Fuller uno psicopatico, tanto lei è per lui del tutto un'aliena, anzi, alla fine di una cavalcata folle e con alcuni aspetti "tarantiniana", si rivelerà a tutti gli effetti l'imperatrice degli alieni e un'andromediana consapevole, e la fine del film, sulle note di Where Have All the Flowers Gone di Peter Seeger interpretata da Marlene Dietrich, svelerà l'unico destino possibile per un'umanità ormai del tutto corrotta, una fine inevitabile per la salvezza del resto del pianeta. Bugonia è una saggia e ineccepibile favola noir, in cui è reso evidente quanto la distopia si viva già nel quotidiano, e non sia più distinguibile dalla allucinata realtà di tutti i giorni. Ovviamente non ha molto senso aggiungere dettagli della trama a un film che va visto e goduto in tutti i suo aspetti: non facile, però probabilmente meno impegnativo di altri film di Lanthimos, in ogni caso sempre rigoroso, formalmente indiscutibile e coinvolgente, in un formato, 35 mm, un po' datato ma efficacissimo. Interpretazioni di alto livello, Plemons e Stone una doppia garanzia, ineccepibile anche Aidan Delbis, autenticamente e orgogliosamente "neurodivergente" quanto Emma Stone rasata a zero, e colonna sonora che è parte integrante di uno spettacolo a tutto tondo. Avanti così!

domenica 19 ottobre 2025

Una battaglia dopo l'altra

"Una battaglia dopo l'altra" (One Battle After Another) di Paul Thomas Anderson. Con Leonardo DiCaprio, Sean Penn, Benicio Del Toro, Regina Hall, Teyana Taylor, Chase Infiniti, Wood Harris, Alana Haim e altri. USA 2025 ★★★★★

Regista, sceneggiatore, produttore, direttore della fotografia, il californiano Paul Thomas Anderson è un cinematografaro a tutto tondo come il suo collega e sodale Quentin Tarantino, e come quest'ultimo ha un orecchio musicale piuttosto sviluppato, per cui le colonne sonore dei suoi film sono sempre molto potenti e utilizzate con precisione chirurgica e, come il suo amico, non ha paura di affrontare trame complesse e apparentemente deliranti, e riempire le sue opere dei tipi umani più disparati, che vanno e vengono, a tratti sembrano messi lì per caso e invece hanno sempre un loro scopo ben preciso. I risultati sono talvolta altalenanti e non sempre i suoi lavori incontrano i gusti di tutti, ma che da almeno 25 anni sia tra i più bravi dietro alla macchina da presa non c'è alcun dubbio, e questa volta mi associo a quanti hanno decretato che Una battaglia dopo l'altra sia uno dei migliori film visti quest'anno: due ore e 40' di spettacolo allo stato puro, il tempo che vola. In una California di confine col Messico, in un tempo imprecisato, forse negli anni Ottanta, un gruppo di rivoluzionari del gruppo French 75 libera un nutrito gruppo di migranti rinchiusi come bestie in un centro di detenzione, beffando il comandante di quest'ultimo, il colonnello Lockjaw (Sean Penn: immenso), un reduce razzista e fascistoide già paranoico di suo, ma che passerà il resto della sua carriera a cacciare (e non solo) chi lo ha ridicolizzato, innanzitutto Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor), guerrigliera indomita e sfrontata che guida i ribelli all'azione anche se incinta al nono mese, e il suo compagno, Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio, bravissimo ma non eccelso come il suo collega Penn), l'esperto in esplosivi. Lockjaw riuscirà a neutralizzare il gruppo, compresa la sua guida (non accennerò al come, tranne al fatto che le sue psicosi diventeranno sempre più intense e paradossali). Sedici anni dopo, però, le strade del militare e di Bob si incrociano nuovamente, quando quest'ultimo si è ormai ritirato da tempo dalla lotta facendo vita riservata in una casa immersa nei boschi di sequoie di quello Stato, padre apprensivo, affettuoso quanto spaesato (a forza di canne e birrette) di Willa (Chase Infiniti), adolescente esperta in arti marziali, avuta da Perfidia. E qui si aprono definitivamente le danze, perché i due sono un ostacolo alle ambizioni di Lockjaw, divenuto nel frattempo generale, che ambisce entrare a far parte di una setta suprematista i cui criteri di ammissione sono molto stringenti e particolari. Così rapisce Willa per nascondere alcune... "tracce" e Bob riprende la lotta per recuperarla, ma rientrare nei ranghi della French 75 non è così facile (esilarante la richiesta della parola d'ordine, ovviamente dimenticata) e ci riuscirà solo dopo aver fatto intercedere Sergio San Carlos, un grandioso Benicio Del Toro, diventato un sensei (Maestro) che dirige una palestra di arti marziali e si esprime attraverso koan come i suoi adepti latinos. Liberamente ispirato a Vineland di Thomas Pinchon (di cui confesso di non aver mai letto una riga), Una battaglia dopo l'altra è uno hellzapoppin delirante in forma di film d'azione senza un attimo di pausa, un caleidoscoipo impazzito di traumi personali e collettivi, legami famigliari, crisi d'identità, reducismo (non estraneo a quelli della mia generazione) ma divertito e nemmeno nichilista, ossessioni, smania di potere, sopraffazione di pochi sui molti con relativa preservazione del proprio potere e dei propri privilegi che si scontra con una pur sempre viva resistenza, una voglia di reagire e di combattere che cova sempre sotto traccia pronta a riesplodere, alla fine un inno alla lotta e alla sua necessità per rimanere vivi. Un grido di ribellione: un non mollare! fatto di immagini che si susseguono a ritmo incalzante, citazioni non banali, piani sequenza allucinati, un montaggio al cardiopalma e una fotografia da urlo. Un film che è una bomba con degli interpreti da urlo.