martedì 12 marzo 2013

Pacta sunt servanda e Fiscal Compact

Gli assassini di Stato Latorre e Girone omaggiati da Giorgio Napolitano
Ovvero gli accordi vanno rispettati: è la prima e fondamentalmente unica norma che regge l'intero baraccone del cosiddetto diritto internazionale, ossia quello che regola i rapporti tra gli enti "superiorem non recognoscentes", in altre parole gli Stati sovrani, come sa chiunque abbia avuto una qualche dimestichezza con la facoltà di giurisprudenza, quindi anche il ministro degli Esteri in carica, benché limitatamente agli affari correnti, Giulio Terzi di Sant'Agata. A prescindere dalla dabbenaggine di chi conclude accordi con un Paese che ha i precedenti dell'Italia, che specialmente in campo militare non ha mai mantenuto la parola data nel corso della sua esistenza dal 1861 a oggi, è fuori di ogni ragionevole dubbio che la mancata restituzione all'India, dopo un astruso e pretestuoso mese di "permesso elettorale", per essere  processati dal tribunale locale, dei due fucilieri accusati di aver ucciso due pescatori inermi sia il risultato di un "truschino" tra il nostro governo semiabusivo e le autorità di un Paese che in quanto a cialtronaggine, corruttela, nepotismo, assuefazione alle caste e servilismo non ha nulla da invidiare al nostro (non a caso l'eminenza grigia ne è da decenni un'italiana) ma il punto è un altro. Se il rispetto di un accordo con l'India è un optional, perché il Patto di Stabilità Europeo, altrimenti conosciuto come Fiscal Compact, deve rivestire un'aura di sacralità ed essere indiscutibile?

domenica 10 marzo 2013

Il lato positivo - Silver Linings Playbook

"Il lato positivo - Silver Linings Playbook" di David. O. Russell. Con Bradley Cooper, Jennifer Lawrence, Robert De Niro, Jackie Weaver, Chris Tucker, Anupam Kehr, Shea Wigham e altri. USA 2012 ★★★
E' un film simpatico, gradevole, brioso, una commedia sentimentale inconsueta che ha per protagonisti due "svitati", affetti da turbe psichiche, ma da qui a osannarlo come un capolavoro ce ne corre. Pat, un ipercinetico e vitaminico Bradley Cooper, dopo otto mesi di ospedale psichiatrico perché affetto da disturbi bipolari (aveva pestato a sangue l'amante e collega della moglie Nikki, insegnante di letteratura al liceo, trovato assieme a lei sotto la doccia) esce e torna a vivere con i genitori, con tanto di divieto di avvicinamento alla moglie che lo aveva lasciato. Lui però vive col pensiero fisso di riconquistarla e il mezzo lo trova in Tiffany, una giovanissima vedova cognata di un suo caro amico, diventata una specie di ninfomane dopo la morte in circostanze quasi grottesche del marito poliziotto, a sua volta sotto trattamento di psicofarmaci: lei si offre di inoltrare una lettera di lui a Nikki, in cambio dell'impegno di lui ad allenarsi duramente per partecipare a un concorso di ballo (la danza lei la pratica come terapia). Il tutto si intreccia con le attività del padre, maniaco di baseball con tanto di "Daspo" (divieto di accesso allo stadio) e diventato allibratore dopo aver perso il lavoro. E' un italo-americano e manco a farlo apposta lo interpreta un De Niro gigioneggiante come nella serie "Ti presento i miei": fortunatamente Bradley Cooper è di un'altra pasta rispetto all'irritante Ben Stiller, mentre nei panni di Tiffany c'è la vera rivelazione del film, una Jennifer Lawrence potente e talentuosa, a cui è impossibile non volere bene, giustamente, per una volta, premiata con un Oscar: è giovane, appena 22 anni, e la speranza è che il suo talento non vada sprecato. Film a basso costo, il tutto si svolge in un quartiere periferico di Filadelfia e davanti allo stadio degli "Eagles", passione comune di tutti i personaggi della pellicola. La colonna sonora è un altro asso nella manica del film, che corre verso l'inevitabile happy end: Pat re-incontra Nikki, che lo solleva così dal divieto di avvicinamento e in qualche modo dà l'imprimatur all'amore che scoppia, com'era inevitabile, con Tiffany. Siamo nell'ambito di un prodotto di buona fattura, con una spruzzata liberal che accontenta anche il pubblico più intellettuale della East Coast, ma ci fermiamo lì.

venerdì 8 marzo 2013

Pianeta maschio, abbiamo un problema

"'In tutto il mondo le donne tra i quindici e i quarantaquattro anni hanno più probabilità di essere uccise o menomate dalla violenza maschile che dal cancro, la malaria, la guerra e gli incidenti automobilistici messi insieme', scrive Nicholas D. Kristof, una delle  poche firme note ad affrontare spesso l'argomento". Da "La guerra più lunga - Contro le donne" di Rebecca Solnit sul numero 990 di Internazionale in edicola questa settimana. Nel mondo animale non accade nulla di simile. Riflettiamoci su, l'8 marzo, invece di metterci a posto la coscienza regalando un mazzo di mimose. 

giovedì 7 marzo 2013

Fogli morti. Per non parlar delle TV

Al chiosco, i giornali del mattino pendono flosci e già un po' gialli, formidabile carciofo di notizie in via di marcescenza. (Luis-Ferdinand Céline, "Viaggio al termine della notte", 1932).
Anche se Grillo non si risparmia nello sparare cazzate, spesso ci prende. Come dargli torto in questo caso?

martedì 5 marzo 2013

Educazione siberiana

"Educazione siberiana" di Gabriele Salvatores. Con John Malkovich, Arnas Fadaravicius, Vilius Tumalavicius, Elaonor Tomlinson, Jonas Trukanas, Vitalji Porsnev, Peter Stormare. Italia 2013 ★★★★★
In seguito a recenti prove alterne, questa volta a mio parere Gabriele Salvatores fa pienamente centro con questa trasposizione sul grande schermo dell'omonimo romanzo di Nicolai Lilin, giovane e potente scrittore russo, "siberiano" della Transnistria per la precisione, che vive nel nostro Paese e scrive in italiano di cose che conosce in prima persona per averle vissute. Non è mai facile trarre un film da un romanzo di successo, e non so nemmeno dire se Salvatores vi sia riuscito, anche se i personaggi principali e i tratti essenziali ve li ho trovati tutti, pur avendo letto "Educazione siberiana" già alcuni anni fa, poco dopo la sua uscita nel 2009: il film mi è parso bello di per sé, coinvolgente, spesso poetico e commovente, nonostante la durezza, trattandosi pur sempre di un'educazione criminale. Tanto è vero che mi è subito venuto alla mente tutt'altro libro, letto di recente e che ho amato molto, il bellissimo Trans Europa Express di Paolo Rumiz. Nella visione del mondo di questi "criminali onesti" deportati ai tempi di Stalin dalla Siberia nella provincia della Moldovia sovietica, c'è molta più rettitudine, coerenza, moralità, spirito comunitario, solidarietà, in una parola umanità, che in tutta la plastificata, marcia, corrotta, "liquida", come la definisce Zygmunt Bauman, società globalizzata che ha come modello l'American Way Of Life. Rumiz a ragione sostiene che il vero cuore dell'Europa batte molto più a Est di quello che riteniamo comunemente, e questo film rende tangibile, o meglio visibile, questa sua asserzione. E' così forte che la fa vivere. L'infanzia e poi l'adolescenza  e l'iniziazione dei due amici Kolima e Gagarin avviene a cavallo del crollo del Muro di Berlino e durante il conseguente disfacimento dell'impero sovietico, che porta con sé anche quello del mondo della loro comunità, tenuta fino ad allora assieme da regole ferree che le hanno permesso di resistere sia collettivamente sia individualmente persino a un sistema come quello comunista: il cancro della globalizzazione e dell'esistenza basata sul denaro è arrivato anche lì, dove "lo sterco del demonio" è bandito dalle case dei "criminali onesti" e va sepolto in giardino, all'esterno, anche quando è rubato; dove i "matti" sono considerati persone che pensano e si esprimono in modo diverso e vanno protetti perché "sono voluti da dio" così come i deboli; dove l'avidità è un disvalore e l'amore è il valore supremo; dove nonno Kuzja, un John Malkovich perfetto nella parte, mai sopra le righe, insegna che "la fame viene e va, ma la dignità, una volta perduta, non torna più". Insegnamenti profondi, con forza di norma morale, che rimangono dentro perfino a chi, come Gagarin, li ha traditi e che accetta con dignitosa consapevolezza anche l'inevitabile punizione che ne deriva per mano del compagno di infanzia, Kolima, proprio la persona che più ha amato nel corso della sua esistenza "deviata" e corrotta dal "nuovo che avanza" e a cui tocca il dovere di vendicare l'inaccettabile violenza commessa da Gagarin su Xenjia, la dolce ragazza "voluta da dio" nonché figlia del medico della comunità dei siberiani sotto la sua protezione. A parte Malkovich, bravissimi tutti gli altri interpreti, sconosciuti e forse nemmeno professionisti, fotografia splendida, nessun fronzolo e nelle riprese di Salvatores si sente partecipazione autentica. "Absolute Beginners" di David Bowie, nella scena in cui il gruppo di ragazzi siberiani scopre la "musica occidentale" mentre la giostra in una piazza della città transnistriana in cui si svolge il film, è la firma del regista. Che si conferma autore vero.

sabato 2 marzo 2013

Macbeth

"Macbeth" di William Shakespeare. Traduzione di Nadia Fusini, adattamento e regia di Andrea De Rosa, spazio scenico di Nicolas Bovey e Andrea De Rosa, costumi di FAbio Sonnino, luci di Pasquale Mari, suono di Hubert Westkemper. Con Giuseppe Battiston, Frédérique Loliée, Ivan Alovisio, Marco Vergani, Riccardo Lombardo, Stefano Scandaletti, Valentina Diana, Dennaro di Colandrea. Produzione Fondazione del Teatro Stabile di Torino/Teatro Stabile del Veneto "Carlo Goldoni". Al Piccolo Teatro Strehler di MIlano fino a domani.
Per fortuna Beppe Battiston è fornito di spalle possenti per reggere da solo un allestimento che a furia di voler essere originale risulta cervellotico, velleitario, truculento, esagerato e, in una parola indigesto, altrimenti il minuto scarso di tiepidi applausi, caldi solo nei confronti del portentoso attore udinese, si sarebbero tramutati in fischi. Non ho nulla in contrario a una rappresentazione non convenzionale della tragedia più cupa e anche più breve di Shakespeare, ma una sua rilettura in base alle psicosi e alle ossessioni sanguinolente e paranoiche del regista, magari abbondantemente carburata da abbondante uso di sostanze etiliche o lisergiche, come si potrebbe evincere da un Macbeth e dalla sua Lady che elaborano il piano diabolico di uccidere re Duncan nel pieno di un delirio alcolico suggestionati dalle profezie di tre osceni e bambolotti (i loro figli mai nati) che sostituiscono le tre streghe del testo originale: mi hanno ricordato quelli inquietanti appesi qualche anno fa da Cattelan ai rami di tre alberelli in Piazza XXV Aprile, a Milano. Come se non bastassero le voci registrate e meccaniche dei tre orridi pupazzi, a contribuire all'inquinamento acustico in sala ci si è messa anche quella gracchiante di Frédérique Loliée, che passa metà dello spettacolo a prodursi in agghiaccianti risate senza senso muovendosi con la rigidità di un automa cui è stato inserito un manico di scopa nel deretano ed esprimendosi in un italiano improbabile con l'intonazione dell'ispettore Cluseau. A completare questa versione pulp ma pretenziosa di una tragedia che ha per oggetto pulsioni umane basilari come la brama di potere nonché il meccanismo diabolico delle profezie che si autoavverano, scene ginecologiche di parto di feti insanguinati nati morti e altre virate al trash e al grottesco, come i due protagonisti che ripuliscono il pavimento di un soggiorno  tipo Ikea che costituisce la scena con il "mocio" Vileda. Teatro pieno ma pubblico assai poco convinto per un Macbeth insulso, grottesco più che realmente inquietante nonostante l'impegno e la bravura di Battiston, che sarebbe bello poter dimenticare al più presto. Se penso solo a quanto ho brigato per venire a vederlo, e pure fuori abbonamento, mi incazzo due volte. 

venerdì 1 marzo 2013

Exit

"Exit". Testo e regia di Fausto Paravidino. Con Sara Bertelà. Nicola Pannelli, Angelica Leo, Davide Lorino. Scene di Laura Benzi, musiche di Giorgio Mirto, luci di Lorenzo Carlucci. Produzione Teatro Stabile di Bolzano. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 10 marzo.
Una commedia "lieve ma non leggera", come l'ha definita l'autore, formatosi allo "Stabile" di Genova così come tre dei quattro interpreti di questa pièce in tre atti che scorrono senza soluzione di continuità sulla scena; godibile, ironica, dolce e un po' malinconica sull'eterno gioco delle parti che è il rapporto di coppia, una rappresentazione teatrale di per sé, e sulla sua pressoché inevitabile tomba: la convivenza. I motivi per cui la coppia in questione, A e B, non funziona più sono "affari interni" della stessa e molteplici; i due personaggi ne parlano tra di loro e col pubblico: la politica, il sesso, i figli (sia averli, sia non averli), la noia, i malintesi. In definitiva si sentono entrambi in gabbia ed è tempo di uscire (exit) e gli inevitabili rapporti con gli altri diventano così "affari esteri". Per A, docente universitario di geopolitica, sarà C, una giovane studentessa di cui si innamora e con cui tende a instaurare come in un riflesso pavloviano gli stessi meccanismi di interdipendenza reciproca del tipico rapporto di coppia; per B, la briosa e multifaccia Sara Bertelà, che sta seguendo un manuale americano per il "recupero di sé stessa" in dieci punti, sarà l'incontro con D, un ragazzo semplice, generoso, di animo gentile, forse ingenuo che apprezza in lei l'amica più che la femmina seduttrice mettendo così in crisi questo lato stereotipato ma profondamente radicato della sua personalità. In un gioco di intrecci, sarà proprio D il trait-d'union per rimettere in contatto C, la studentessa, con A, il docente, di cui era rimasta incinta a sua insaputa (di lui). Divertimento intelligente, frizzante, senza alcuna volgarità o forzatura, ben recitato e molto apprezzabile sotto tutti gli aspetti.