martedì 1 aprile 2025

Le assaggiatrici

"Le assaggiatrici" di Silvio Soldini. Con Elisa Schlott, Max Riemelt, Alma Hasun, Emma Falck, Thea Rasche, Nicolo Pasetti, Marco Boriero, Boris Aljinović, Nikolai Selikovsky, Peter Schorn e altri. Italia, Belgio, Svizzera 2025 

Uscito di sala di malumore dopo la visione di quest'ultimo lavoro di Silvio Soldini, per la stima che ho sempre nutrito nei suoi confronti avevo deciso di lasciar sedimentare le mie impressioni, decisamente negative, e sospendere il giudizio, che però è diventato definitivo dopo aver assistito, ieri, alla proiezione di Berlino, estate 1942 (ne parlerò nei prossimi giorni). Entrambi i film sono ambientati in Germania nello stesso periodo, quando le sorti della guerra cominciavano a volgere a sfavore del regime nazista (e del suo alleato principale, ossia quello fascista italiano: lo preciso perché si tende a dimenticarlo, dalle nostre parti). Tra i due c'è un abisso, il paragone è impietoso. La pellicola è ispirata a una storia vera, raccontata da Margot Wölk nel 2007 in un'intervista concessa il giorno del suo 90° compleanno, unica sopravvissuta di 15 "assaggiatrici" reclutate in una cittadina situata presso la Wolfsschanze, la cosiddetta Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler che fino alla fine del 1944 diresse da lì le operazioni sul fronte orientale, prima del crollo di quest'ultimo: il loro compito era assicurare cuoco e guardie che il cibo del dittatore non fosse avvelenato. Adattando l'omonimo romanzo (per l'appunto di fantasia) di Rosella Pastorino, già vincitore del Premio Campiello 2018, Soldini si è avvalso della collaborazione di ben altri cinque sceneggiatori (tra cui Cristina Comencini e la figlia Giulia Calenda, fior fiore del cucuzzaro cinematografico romanocentrico) per partorire un film dall'ossatura rachitica, scialbo, irritante, intriso dei più vieti luoghi comuni sul tedesco nazista, che ha il passo di una delle più piatte serie TV di Mamma RAI. La protagonista diventa tale Rosa Sauer, 26 enne moglie di un soldato disperso in Russia, una segretaria berlinese di cui si accennano vaghi sentimenti antinazisti, che dopo i primi pesanti bombardamenti della capitale si rifugia nella casa dei suoceri nella campagna della Prussia Orientale, nei pressi, dunque della Tana del Lupo dove viene ingaggiata a forza dalle SS. Intanto dopo la cura degli sceneggiatori le sue compagne di sventura si sono dimezzate; nasce un'inspiegabile liaison amoureuse clandestina tra lei e il nuovo comandante delle Guardie Alimentari di Hitler (l'interprete, Max Riemelt, è un vero e proprio cane, e nemmeno così attraente da giustificare l'invaghimento della biondina protagonista, Elisa Schott), altra cosa inventata di sana pianta; viene rappresentata fino alla noia la contrapposizione tra le "cittadine" (Rosa, per l'appunto, ed Elfriede, impersonata da Alma Hasun, l'unica che spicca in un cast raffazzonato) e le indigene; l'unico caso di avvelenamento di due ragazze si registra a causa di un dolce contenente miele, colpa quindi di api che hanno scelto fiori tossici; infine Elfriede si scoprirà essere ebrea, cosa ancora più difficile da credere considerato che ai tempi i comuni cittadini tedeschi erano costretti a esibire certificati di "arianesimo" fino alla sesta generazione, e dunque obbligati a  produrre documenti anagrafici da reperire negli archivi delle parrocchie quando non bastavano quelli municipali: figurarsi i controlli nel caso delle "guardie del corpo alimentari", e nemmeno volontarie, del Capo Supremo assunte dalle occhiute SS. Il finale vuole essere a effetto, con Rosa che convince l'amante, il tenente delle SS con cui però aveva appena rotto, a farla salire sull'ultimo treno utile per rientrare a Berlino mentre stanno arrivando i sovietici, e si porta dietro Elfriede ma vengono scoperte: l'ebrea verrà abbattuta durante la fuga, Rosa non si sa, rimane lì impalata a bocca aperta sullo schermo a nostra imperitura memoria prima che scorrano gli "spiegoni" che precedono i titoli di coda sulla incolpevole ispiratrice di questo boccone indigesto (altro che assaggiatrici). Il risultato di questa operazione velleitaria è penoso oltre ogni dire e non salvano dal disastro le musiche curate da Mauro Pagani. Un'involuzione, quella di Soldini, inspiegabile, e si spera soltanto occasionale e frutto di congiunzioni astrali particolarmente avverse. A dare il colpo finale, un doppiaggio indecoroso: gente che pronuncia fiùrer invece di führer così come un romano pronuncerebbe viùrstel al posto di würstel: non si può sentire, e che non se ne sia accorto Soldini, che è milanese e per di più di origine ticinese, e non abbia preteso dei doppiatori in grado di pronunciare correttamente la u con l'umlaut così tipicamente lombarda, è la dimostrazione che stavolta aveva la testa da un'altra parte e che la regìa sia stata opera di un omonimo o di un alter ego sfasato. Unico aspetto positivo del film, se ce n'è uno, far riflettere, forse, e sempre che si abbia ancora il cervello in modalità attiva, sulla trovata della Commissione UE, presieduta da una tedesca ex ministro della Difesa, di finanziare con 800 miliardi di crediti il riarmo dell'unico Paese che può permettersi, a spese degli altri, di indebitarsi: la Germania, che dopo la riunificazione è diventato di gran lunga quello più popoloso del Continente, esclusa la Russia. Auguri.

domenica 30 marzo 2025

Il Nibbio

"Il Nibbio" di Alessandro Tonda. Con Claudio Santamaria, Sonia Bergamasco, Anna Ferzetti, Lorenzo Pozzan, Davy Eduard King, Youssef Tounzi, Abbas Abdulghani, Anas Ladhaira, Fethi Nouri, Beatrice De Mei, Massimiliano Rossi, Andrea Giannini, Maurizio Tesei, Sergio Romano, Biagio Forestieri, Antonio Zavatteri e altri. Italia, Belgio 2025 ★★★★

Un ottimo film, girato alla maniera anglosassone, con le cadenze di un classico thriller di spionaggio, e un omaggio alla figura di Nicola Calipari, alto dirigente del SISMI, ucciso dai militari americani a Baghdad il 4 marzo del 2005 a un posto di blocco ad appena un chilometro dall'aeroporto dopo aver mediato la liberazione della giornalista del manifesto Giuliana Sgrena, sequestrata da un gruppo sunnita, vicenda che ha creato non pochi attriti tra l'Italia e gli USA e rivelatrice, ancora una volta, del nostro perenne stato di sudditanza nei confronti dell'arrogante "alleato". Santamaria, attore quanto mai versatile, riesce a impersonare Calipari con una credibilità indiscutibile, rendendone le caratteristiche di un funzionario di Stato affidabile e puntiglioso, un uomo capace, coscienzioso e non influenzabile, che era già stato incaricato di risolvere, personalmente sul campo e con successo, il rilascio di altri ostaggi nel pantano mediorientale in cui siamo andati a infilarci per la soggezione di cui sopra verso il tracotante occupante d'oltreoceano, come nel caso delle Due Simone, operatrici umanitarie, e di altri tre addetti alla sicurezza italiani, ma non riuscì a riportare a casa il contractor Quattrocchi e il giornalista Baldoni, soltanto un anno prima. Insuccessi che non riusciva a perdonarsi, ragione per cui volle occuparsi personalmente e senza ingerenze né da parte degli americani, né da parte della Croce Rossa, delle trattative per il rilascio della Sgrena, avvalendosi dei canali fidati che aveva attivato in zona in precedenza. Tutto comincia quando viene convocato d'urgenza da Nicola Pollari, il suo superiore, nel momento in cui sta partendo per una vacanza in montagna con la famiglia (ancora una interpretazione notevole di Anna Ferzetti nei panni della moglie di Calipari) e vengono raccontate le vicende dei 28 giorni dal sequestro della giornalista al suo rilascio, alternando la sua reclusione, senza contatti con l'esterno e coscienza di cosa si muovesse sul suo caso, con l'avanti-e-indietro di Calipari tra Roma, dove aveva allacciato rapporti col direttore del giornale e il compagno della Sgrena, e Baghdad, dove aveva messo all'opera i sui fidati interlocutori locali e conduceva personalmente le trattative, cercando di evitare le interferenze non richieste tanto in Italia quanto in Iraq. Pur avendo la tensione e il ritmo di un film d'azione (vengono in mente, anche per l'ambientazione, The Hurt Locker e Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow) Il Nibbio (soprannome datogli dai colleghi) ha il merito di ritrarre Calipari non solo per le sue capacità operative e il suo equilibrio ma per le sue qualità umane, apprezzate da chiunque ci avesse avuto a che fare, a cominciare dai compagni e amici della Sgrena che avevano tutti i motivi, a cominciare da quelli politici, per diffidare di un uomo di punta dei Servizi, con la fama che questi ultimi hanno nel nostro Paese (e non solo): l'idea di mostrarlo anche nella dimensione famigliare, specie nei rapporti con la moglie e soprattutto la figlia, adolescente e attivista nel movimento per la pace, ne rende il carattere a tutto tondo. Da sottolineare la bravura di Sonia Bergamasco nel ruolo di Giulana Sgrena, un personaggio che, anche ai tempi, non suscitava certo afflati di empatia, un ruolo non facile e non gradevole ma affrontato con la bravura di un'attrice di razza. Insomma un film valido, ben girato, su una vicenda, umana e politica, che merita di essere ricordata.

mercoledì 26 marzo 2025

Follemente

"Follemente" di Paolo Genovese. Con Edoardo Leo, Pilar Fogliati, Emanuela Fanelli, Maria Chiara Giannetta, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Marco Giallini, Maurizio Lastrico, Rocco Papaleo, Claudio Santamaria. Italia 2025 ★★★★+

Evviva! Vedere due film italiani divertenti e del tutto riusciti nell'arco di una settimana e uscire dalla sala soddisfatti e col sorriso sulle labbra è un evento così raro da far pensare che il nostro cinema tutto sommato sia in salute e la capacità di girare una commedia come Follemente, che da un lato riflette alcuni tratti comuni indigeni e dall'altro è in grado di parlare alle donne come agli uomini (e ridere di sé stessi) al di là delle frontiere (come e forse più a suo tempo di Perfetti sconosciuti) non sia andata persa. Il che è confortante. La storia, raccontata in unità temporale, insomma "tutto in una sera", è quella del primo appuntamento tra Lara (Pilar Fogliati) e Piero (Edoardo Leo), lei sui trenta e lui verso i cinquanta, entrambi già scottati sentimentalmente, che vogliono darsi una seconda possibilità: l'occasione per verificare la validità e le eventuali prospettive di un'attrazione reciproca è una cena a casa di lei, in ansia fino all'ultimo su cosa indossare e sull'illuminazione del suo caotico appartamento e lui, con mazzo di fiori e vassoio di gelato d'ordinanza, indeciso sulla scelta del preservativo (non si sa mai...) davanti al distributore automatico di una farmacia, sobillato da una voce interiore, quella di Marco Giallini, che ne elenca i diversi tipi disponibili. Già, perché oltre ai due protagonisti "reali" della vicenda ci sono gli spiritelli, una via di mezzo tra l'angelo custode e il demone, quattro donne e quattro uomini, che rappresentano le pulsioni contraddittorie di entrambi, i quali dirigono le operazioni da due location diverse, la caotica tana dell'universo mentale di Leo e il salotto perfettino della mente di Lara. Tutti bravissimi, ma spiccano Emanuela Fanelli (Trilli) e Claudio Santamaria (Eros), le due côté "carnali" delle rispettive personalità, che puntano "al sodo" e quelle più razionali, e dogmatiche, affidate rispettivamente a Claudia Pandolfi e Marco Giallini: per contrasto, lo spasso è assicurato, tra battute brillanti e azzeccate, buon senso comune, ironia sugli imbarazzi dei due "protetti". Niente di rivoluzionario e di trascendentale, gli ingredienti della "commedia all'italiana" ci sono tutti, ma assemblati in maniera intelligente e originale come da sempre sa fare Paolo Genovese, navigando tra finzione e verosimiglianza come nei suoi film precedenti, in particolare di Perfetti sconosciuti, finora quello di suo maggiore successo, di cui segue le tracce ma, a mio parere, con ancora maggiore successo, quello che gli auguro vivamente di doppiare. Oltre alla bravura di Genovese come sceneggiatore, avvalendosi della collaborazione di colleghi rodati e fidati, da lodare la grande attenzione all'ambientazione, senza mai sbavature e il grandissimo merito di non non fare mai film romanocentroci pur essendo ambientati sempre nella capitale e avvalendosi prevalentemente di attori romani e la capacità di farli lavorare assieme: i suoi sono sempre film corali in cui, più ancora della scrittura (sempre brillante e mai volgare), conta l'affiatamento tra gli interpreti, che danno sempre l'impressione di divertirsi e di essere a loro volta creatori e coautori del lavoro, complici e non solo un tramite per le idee del regista. Un'ora e mezzo di intrattenimento sano, rilassante e intelligente, probabilmente uno dei migliori incassi dell'a stagione: Genovese e la sua tribù se lo meritano.

domenica 23 marzo 2025

Hokage - Ombra di fuoco

"Hokage - Ombra di fuoco" di Shin'ya Tsukamoto. Con Shuri, Ouga Tsukao, Hiroki Kôno, Mirai Moriyama, Gô Rijû, Tatsuri Ohmori e altri. Giappone 2023 ★★★★1/2

Film che chiude una trilogia che Tsukamoto ha dedicato alle devastanti conseguenze della guerra, preceduto da Nobi (2014) e Zan (2018), non ha bisogno di immagini cruente o di lunghe e tormentate spiegazioni e analisi psicologiche dei personaggi, ma si affida unicamente alle immagini, ai suoi riflessi ex post, appunto come "ombre di fuoco", negli sguardi degli interpreti e nei dettagli, specie in interni, in cui si svolge la vicenda. Che sono quelli di un piccolo ristorante di famiglia, situato vicino a un affollato mercato nero, gestito da una giovane vedova costretta, per necessità, a concedere a pagamento anche il suo corpo ai clienti, oltre al saké e ai poveri piatti che riesce a cucinare col poco che rimedia. Un giorno compare nel suo locale un piccolo orfano, il fenomenale Shuri (grande merito al regista saperlo guidare in un'interpretazione memorabile, di assoluta naturalezza) con l'intento di rubacchiare qualcosa, e tra i due si instaura per qualche tempo un legame compensatorio: nel conflitto appena concluso sono morti sia il figlio della donna, sia i genitori del bambino; a loro si aggrega, per qualche giorno, un altro personaggio, un reduce, già insegnante di scuola media,  affetto da crisi da sindrome post traumatica così pesanti che, nonostante le buone intenzioni, la precaria convivenza del terzetto risulta impossibile. Proprio nel momento in cui la donna sta affezionandosi al piccolo, quest'ultimo viene "reclutato" da un altro reduce, attivo al mercato nero, più a posto con la testa del primo ma deciso a vendicarsi di un alto ufficiale (uno che subito dopo il conflitto è tornato senza problemi a un'esistenza agiata e senza problemi) a cui vuol fare pagare le colpa di averlo disumanizzato e costretto a compiere azioni che non avrebbe mai fatto e reso in definitiva complice di atrocità che gli rimaranno sulla coscienza per tutta la vita: quest'altro giovane, per sicurezza, aveva affidato proprio al bambino il compito di custodire la pistola con cui voleva realizzare il suo proposito. Ambientato nella locanda la prima parte del film, all'esterno, tra mercato e campagna, la seconda, in cui il soldato e l'orfano vanno a stanare l'ufficiale: in mezzo l'unica immagine, definitiva e più devastante, della guerra appena conclusa, quella di Horishima vista dall'alto, sorvolata e filmata dopo il criminale e vigliacco sganciamento della prima bomba atomica, quella che ha cambiato definitivamente il mondo facendolo diventare vieppiù il carnaio demenziale e fuori controllo gestito dagli eterni guerrafondai sopravvissuti a tutto. A dispetto della gente, di ogni etnia, credo o parte del mondo che le guerre è costretta a combatterle, subirle e pagarle. Pellicola stilisticamente impeccabile, fotografia eccezionale, interpretazioni eccellenti, quella del piccolo Shuri sopra tutte. E da sbattere in faccia ai sostenitori di qualsiasi riarmo.

giovedì 20 marzo 2025

La città proibita

"La città proibita" di Gabriele Mainetti. Con Enrico Borello, Yaxi Liu, Marco Giallini, Sabrina Ferilli, Chunyu Shanshan, Luca Zingaretti, Sheena Hao e altri. Italia, 2025 ★★★★

Abilissimo nel contaminare i generi e come nessuno in Italia nel rendere spettacolari le scene d'azione senza cadere nel ridicolo, Gabriele Mainetti non è un regista prolifico: La città proibita è il suo terzo lungometraggio e, dopo Lo chiamavamo Jeeg Robot, che lo ha rivelato al grande pubblico, e la conferma di Freaks Out, mantiene la linea di navigazione su ottimi livelli con un film ancora una volta sorprendente, una sorta di Kung Fu Movie in versione capitolina d'ispirazione tarantiniana (in particolare Kill Bill) e non solo, adrenalinico, romantico ma capace pure di una non banale capacità di osservazione sociologica. La vicenda prende le mossa da un villaggio rurale nella Cina del 1979, quando vigeva ancora la politica del figlio unico, e Mei, la secondogenita di un padre maestro di arti marziali, è costretta a vivere nascosta per evitare i controlli delle autorità, all'ombra della sorella Yun, ma la supererà nella attitudine al combattimento, che esplode quando la vedremo per la prima volta in azione allorché, reclutata da trafficanti di donne da piazzare all'estero per i loro affari, indotta a spogliarsi per essere "valutata" e avviata alla prostituzione, sgomina i presenti, fugge lungo misteriosi sotterranei e sbuca in Piazza Vittorio, a Roma, cuore dell'Esquilino, il rione più multietnico della capitale e da lì va alla ricerca della sorella, che le risulta lavorare al servizio di Wang, un capo della Triade proprietario, per copertura, del ristorante La città proibita. E' fuggendo da lì che incontra (e scontra) per caso con Marcello (Borello, convincente), che lavora nella cucina del ristorante di famiglia, Da Alfredo, una tipica tradizionale osteria romana, vicino e concorrente di quello cinese e nelle mire di Wang. Le loro storie si intrecciano da quel momento sempre più fittamente perché Alfredo, il padre, si scoprirà essere sparito proprio con Yun, e a tirare la carretta sono rimasti il figlio e la moglie Lorena (Ferilli, brava) oltre all'amico di sempre Annibale, un altro trafficone e sfruttatore di poveri cristi come Wang, però autoctono e angosciato dal vedere stravolto il tessuto sociale del "suo" quartiere e di tutta la città. Se la coté mélo è abbastanza prevedibile, con l'incontro/scontro tra i due giovani che devono affidarsi al traduttore dello smartphone per tentare capirsi, è invece pieno di sorprese lo sviluppo di tutta la vicenda, con la scoperta della natura contraddittoria delle manovre di Annibale per conservare la "romanità" del ristorante, i tentativi di sedurne la proprietaria, manipolare il figlioccio e tutelare i propri interessi, e la verità sulla sparizione di Yun e di Alfredo, per cui non entro nei particolari per non svelare nulla. Detto delle grandi qualità di Manetti nel rendere spettacolare un film già movimentato di suo, sottolineata l'ottima fotografia e l'accuratezza dell'ambientazione, la parte "atletica" si regge sulle spalle della sorprendente Yaxi Liu, davvero cresciuta in una famiglia cultrice di arti marziali e diventata non a caso stunt woman e qui reinventata, con successo, come attrice; se nel suo ruolo di criminale del mileiu romano Giallini è imbattibile, altrettanto lo è la Ferilli in quello di moglie abbandonata e di madre, così come molto bene si difende Chunyu Shanshan come boss cinese in via di romanizzazione, con inaspettate punte di ironia e bontà d'animo, pur essendo un delinquente scafato, però a suo modo "umano". Insomma: come nel caso dei precedenti film di Gabriele Manetti, mi sono divertito molto e rimango in attesa di venire piacevolmente colpito la prossima volta.

domenica 9 marzo 2025

Il seme del fico sacro

"Il seme del fico sacro" (Dāne-ye anjīr-e ma'ābed) di Mohammad Rasoulof. Con Soheila Golastani, Missagh Zareh, Mahsa Rostami, Satareh Maleh, Niousha Akshi, Reza Akhlaghirad, Shiva Ordooie, Amineh Mazrouie Arani e altri. Iran, Germania, Francia 2024 ★★★★+

Presentato al 77° Festival di Cannes l'anno scorso, Il seme del fico sacro era stato candidato all'Oscar come miglior film straniero dalla Germania, dove il regista Rasoulov si era nel frattempo rifugiato dopo una serie di condanne subite in Iran, mentre Soheila Golastani, la bravissima protagonista, risulta tuttora agli arresti domiciliari a Teheran, è sicuramente un film politico, ma sarebbe riduttivo definirlo semplicemente come un coraggioso esempio di cinema militante: parla anche di rapporti famigliari, tra i sessi e generazionali che hanno valore universale e delle gabbie mentali che si creano, rendendo arduo capire la vera natura e le motivazioni perfino dei parenti più vicini in relazioni basate sul silenzio e sulla finzione, al di là di una vita in sostanziale reclusione come quella che vivono i personaggi della vicenda. Proprio nel periodo delle ultime manifestazioni di piazza e di massa, con il loro strascico di repressione durissima specie nei confronti dei giovani, il capofamiglia, Imam, dopo anni di lavoro in tribunale è finalmente riuscito a ottenere la promozione a giudice istruttore, il che per la sua ambiziosa moglie (Golastani: superba), figlia di un personaggio controverso, significa anche una casa più grande, vantaggi, insomma una promozione sociale: quello che Imam tace, è che il suo incarico consiste di fatto nel controfirmare le richieste di condanna degli oppositori del regime, comprese quelle, numerose, a morte e fare, in sostanza, il passacarte della pubblica accusa. Per la sua sicurezza, gli viene consegnata una pistola col suo carico pallottole, che però a un certo punto sparisce, e il magistrato entra in paranoia, perché se non la ritrova le conseguenze per lui sarebbero gravissime. A completare il quadro famigliare, le due figlie Rezvan e Sana, studentesse, che simpatizzano per i manifestanti seguendo le proteste sui loro cellulari o, quando possono, anche dal vivo e, peggio ancora, convincono la madre a ospitare una loro amica che ha avuto il volto sfregiato durante un pestaggio da parte dei "Guardiani della Rivoluzione", cosa di cui Imam è tenuto all'oscuro. I segreti si accumulano, e la loro gestione diventa vieppiù complicata. Il racconto procede come un thriller, in uno stato di crescente tensione, e la vicenda, che assume toni sempre più drammatici, si trasferisce dall'appartamento di Teheran (il film è stato girato quasi totalmente in interni, con le attrici a capo scoperto, e gli esterni consistono in materiale documentaristico d'archivio) alla casa di famiglia di Imam in un villaggio rurale disabitato fuori dalla capitate immerso in un paesaggio brullo e desolato, dove si svolge la parte finale, il "chiarimento" definitivo ossia il redde rationem che, ovviamente, non sto a svelare e che mette a nudo tutte le dinamiche accennate sotto traccia precedentemente: i nodi vengono al pettine, con un bel pugno nello stomaco. Regista con le idee chiare, sceneggiatura solida, interpretazioni all'altezza, Golastani su tutti: del resto il cinema iraniano è da sempre garanzia di grande qualità e, pur trattando della drammatica situazione del Paese, e delle sue contraddizioni, è sempre in grado di parlare a tutti perché alcuni temi di fondo, a cominciare dai complicati rapporti tra le persone, sono universali. 

mercoledì 5 marzo 2025

Becoming Led Zeppelin

"Becoming Led Zeppelin" di Bernard MacMahon. Con Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John "Bonzo" Bonham. GB 2025 ★★★★★

Imperdibile per chi ha vissuto la gloriosa era dei primi Settanta (con i suoi prodromi), Becoming Led Zeppelin è qualcosa di totalmente diverso da un documentario con tanto di interviste a sedicenti esperti, colleghi, critici, manager, all'occorrenza groupies, di stelle del rock dell'epoca, e non è nemmeno un film-concerto: Bernard MacMahon l'ha concepito esattamente come gli Zeppelin, a cominciare dalla loro "mente" Jimmy Page, hanno concepito sé stessi, fondendo nel gruppo esperienze e influssi totalmente diversi e presentando il "prodotto finito", senza farsi condizionare e manipolare da discografici, intermediari convenienze. Parlano solo i quattro componenti della band, compreso John "Bonzo" Bonham, il loro poderoso batterista, in una delle rarissime interviste concesse in vita (deceduto nel 1982, il gruppo, solidissimo e solidale e che si concepiva come un intero, si era immediatamente sciolto appena dopo la sua scomparsa. Per dire, i Rolling Stones erano perfettamente concepibili, e infatti sono andati avanti, perfino migliorando, dopo la defezione di Brian Jones, Mick Taylor, Bill Wyman: gli Zeppelin no, senza uno dei loro membri non avrebbero avuto senso e a saperlo erano loro per primi) e l'argomento sono la musica, comprese questioni tecniche di non poco conto, che spiegano la straordinaria alchimia che si è creata tra quattro artisti di formazione e influenze diverse, ma tutti musicisti che si erano fatti le ossa come turnisti (John Paul Jones soprattuto come arrangiatore) già da giovanissimi nella Londra degli anni Sessanta (Page fece l'assolo nel tema di 007 Goldfinger cantato da Shirley Bassey ad appena 17 anni...) oppure erano già conosciuti nel circuito come Bonzo e Plant, nati e cresciuti entrambi nelle Midlands. Il film racconta la formazione di questo primo, straordinario  "Supergruppo" (che non era nato come tale, a differenza di Cream, Toto e altri) e la sua esplosione, nell'arco di un solo anno, con un percorso inverso rispetto agli altri gruppi britannici di quegli anni. Mentre Beatles, Stones e decine di altre band ebbero successo dapprima in Gran Bretagna, nutrendosi di musica americana, gli Zeppelin incisero il primo disco, nell'arco di un mese, negli USA, con la Atlantic, gloriosa etichetta newyorkese, presentando il lavoro finito (una "fissa", come accennavo sopra, di Jimmy Page, che lo aveva prodotto da solo, grazie alla sua già immensa esperienza da studio), seguito da un tour, organizzato dal lungimirante manager americano, da Ovest a Est: tra il  concerto al Fillmore East di San Francisco del 9 gennaio 1969, peraltro data di nascita di Page (classe 1944, per inciso), e quello del 9 gennaio del 1970 alla Royal Albert Hall di Londra, ritorno a casa dei "figliol prodigi" e relativa consacrazione, corrono solo 12 mesi e un altro album, Led Zeppelin II, il più dirompente, quello di Whole Lotta Love, un pezzo definitivo, che ha segnato la storia della musica. Giustamente Page e soci non vogliono sentir parlare di generi: il loro mix, che dipendeva dalla sensibilità e storia di ognuno dei componenti, era unico, e gli stili e preferenze dei singoli hanno sempre trovato spazio sia nei loro lavori in studio sia nei loro concerti, inarrivabili come potenza e complessità ma che riservavano sempre largo spazio per la creatività di ognuno. Un piacere sentirli parlare, con la grande modestia e riservatezza che hanno sempre avuto (non si sono mai autopromossi, hanno sempre impedito che qualcun altro mettesse le mani sia sui loro lavori sia che manipolasse la loro vita privata), che mostra da un lato professionalità e rispetto per sé stessi ma dall'altro sincerità e autenticità, di cui hanno sempre dato prova. Il pubblico, già 50 anni fa, lo percepiva fisicamente. Io compreso. Ero al Vigorelli di Milano, 16 anni, appena rimandato in greco e latino al ginnasio, il 5 luglio 1971, unica loro esibizione italiana: 15' di concerto, interrotto per una battaglia campale tra "autoriduttori" (il biglietto era a 1500 lire, l'equivalente, inflazione compresa, di non più di 10 € attuali) e polizia, che lanciavano irresponsabilmente lacrimogeni da un lato e bottiglie incendiarie dall'altro (in un velodromo costruito in legno...): impianto di amplificazione staccato, la voce di Robert Plant, a 50 metri di distanza, in mezzo ai botti e alle sirene, si udiva ancora. Energia pura. Questo erano i Led Zeppelin. E la loro musica stratificata e raffinata molto oltre le apparenze e le solite classificazioni di comodo e luogocomuniste, tipo i "fondatori dello Heavy Metal" o "emblemi dello Hard Rock" da parte di chi non ha mai preso in mano uno strumento e che al posto dell'orecchio ha sì e no un imbuto. In moplen...