domenica 25 gennaio 2026

La grazia

"La grazia" di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Milvia Marigliano, Orlado Cinque, Massimo Venturiello, Giuseppe Gaiani, Giovanna Guida, Simone Colombari, Rufin Doh Zeyenouin, Guè e altri. Italia 2025 ★★★★★

Undicesimo lungometraggio di Paolo Sorrentino e settima volta di Toni Servillo come protagonista assoluto, questa volta come presidente della Repubblica a fine mandato,  affiancato da una bravissima Anna Ferzetti, finalmente valorizzata come merita, nel ruolo della figlia che funge da Prima Dama, e una meravigliosa Milvia Marigliano in quello Coco, amica e confidente dai tempi del liceo, il suo opposto caratteriale. Uomo del dubbio, cattolico praticante, Mariano De Santis, raffinato giurista nonché autore di un manuale conosciuto come una cima himalayana da scalare dagli studenti di giurisprudenza, è nel semestre bianco, momento conclusivo del suo incarico, una sorta di limbo in cui i suoi poteri sono ridotti ma in cui rimangono sospese due pratiche di grazia da concedere e una legge sull'eutanasia che esita di firmare. Pratiche a lungo studiate dalla figlia Dorotea (nome certo non scelto a caso) e sulle quali esercita quella che era la maggiore dote dei politici di razza, quelli della cosiddetta Prima Repubblica, di cui rappresenta una delle ultime espressioni: il dubbio, lontano anni luce dal decisionismo irriflessivo e spettacolarizzante che caratterizza i governi del "fare" che si sono succeduti negli ultimi quarant'anni di degrado del Paese. Il film coglie Mariano De Santis in un momento di bilanci; sia della sua carriera politica, sia della sua vita privata: ama ancora intensamente la moglie Aurora, scomparsa otto anni prima, ed è ossessionato dal non conoscere l'identità dell'uomo con cui lei l'ha tradito l'unica volta (forse un collega di partito?), i dialoghi con la figlia, che gli fa anche da prima consigliera, investono sia il lato giuridico, sia quello privato (l'altro figlio, musicista, si è trasferito di Portogallo e si occupa di musica leggera e non classica, come avrebbe desiderato il padre). L'uomo, soprannominato "il carro armato", in sostanza è solo con i suoi pensieri, quelli più profondi e intimi li condivide con l'amica Coco, una critica d'arte esuberante, personaggio splendido che ricorda da vicino Dadina de La grande bellezza, quelli etico-filosofici con lo scattante papa nero che si aggira in motorino nei giardini vaticani, quelli politici e giuridici con Dorotea, l'amico ministro della Giustizia e col presidente del Consiglio, le sigarette che fuma di nascosto (gli manca un polmone e la figlia lo tiene ostaggio di una dieta rigorosa) e altre considerazioni non meno profonde con il colonnello dei Corazzieri che di fatto è il suo attendente personale; lo si vede alternarsi nella dimensione privata nei corridoi del Quirinale (riprodotto in alcuni palazzi torinesi), in quelle pubbliche nei cortili (esilarante la scena in cui accoglie il presidente del Portogallo) o in trasferta, come nella foresteria degli Alpini in Piemonte o alla Prima della Scala a Milano: Servillo è straordinario nell'esprimerne con estrema misura ogni sfumatura dei suoi umori e dei suoi pensieri, sia con l'espressione del volto e le movenze, sia con la voce. Ogni scena suscita una riflessione, come sempre in Sorrentino nulla è lasciato al caso, anche se i suoi detrattori sottolineano un manierismo e un ricorso ad allegorie e metafore che personalmente trovo invece sempre pertinenti e stimolanti. Anche ne Il Divo e in Loro Sorrentino aveva affrontato uomini di potere sostanzialmente soli come Andreotti e Berlusconi, il primo per il suo cinismo e il secondo per la sua egolatria: qui abbiamo un uomo sospeso nel dubbio, tra dimensione pubblica e privata, passato e futuro, sia personale, sia per quanto riguarda il Paese, che si rende conto (sintomatica l'incursione di Guè e del suo rap nel repertorio ascoltato da Se Santis) di non poter utilizzare per il futuro i metri di giudizio di un passato che non appartiene più ai giovani di oggi, a cui è necessario dare fiducia: il suo stesso non semplice rapporto con i figli è sintomatico della fatica nel cedere loro il passo, ma alla fine lo farà, così come firmerà la legge sull'eutanasia e, ricorrendo a un raffinato escamotage giuridico firmerà la grazia che meno ci si aspettava concedesse, quella richiesta da una donna che ha ucciso il marito che la maltrattava "per troppo amore", e non quella di un uomo che ha soppresso la moglie malata di Alzheimer, convinto invece che non ne fosse innamorato. Svelo il finale perché non si tratta di un giallo in cui lo scopo è indovinare il colpevole ma di un percorso che lo spettatore è invitato a seguire per capire le riflessioni di un uomo anziano, carico di responsabilità, che al termine della sua vita pubblica, ma anche nella fase finale di quella privata, deve fare i suoi conti e cercare di venire a patti con sé stesso e le sue contraddizioni. Un altro film di Sorrentino che rasenta la perfezione: dialoghi, fotografia, interpreti, colonna sonora funzionano a meraviglia, da tempo non abbiamo autori più completi e significativi di lui. 

martedì 20 gennaio 2026

La mia famiglia a Taipei

"La mia famiglia a Taipei" (Left Handed Girl) di Shin-Ching Tsou. Con Shi-Yuan Ma, Janel TSAI, Nina Ye, Brando Huang, Akio Chen, Teng-Hui Huang, Xin-Hian Chao e altri. Taiwan, Francia, USA, GB 2025 ★★★1/2

Incoraggiante esordio alla regia per la sceneggiatrice taiwanese Shin-Ching Tsou, coadiuvata alla sceneggiatura, produzione e montaggio da Sean Baker, già Palma d'Oro a Cannes e vincitore di quattro Premi Oscar per Anora, insomma una garanzia, anche se la mano femminile si sente e si vede. Dopo Father Mother Sister Brother, ecco un altro film sui sempre complicati rapporti famigliari, questa volta in salsa cinese (per quanto formosana) e declinati al femminile: le figure maschili sono marginali quando non dannose. Come nel caso del nonno della protagonista assoluta, la deliziosa Nina Ye, che interpreta I-Jing, una vispa bimba di sei anni, mancina (come da titolo originale), il quale le impedisce di usare la mano sinistra perché considerata quella "del diavolo": pregiudizio idiota diffuso non solo nell'Occidente "cristiano", come si può constatare. I-Jing è giunta a Taipei, la capitale di Taiwan, assieme alla madre I-Ann, che per tenere in piedi la famiglia ha affittato una bancarella di noodles al mercato notturno, e alla sorella maggiore Shu-Fen, che invece lavora alla cassa di un altro locale dell'animata città isolana. Tra debiti, problemi con i genitori e incomprensioni tra le due donne, principalmente relativi alla dipendenza affettiva di I-Ann dall'ex marito, morente in ospedale per un tumore ai polmoni, il tutto quasi con gli occhi della bambina, che durante le sue incursioni nella dimensione variopinta del mercato scopre un mondo del tutto diverso da quello a cui era abituata in provincia, luccicante, affascinante e tutto da scoprire. Acuta osservatrice e senza filtri come tutti i bambini, specialmente quelli svegli, capta subito gli aspetti disfunzionali delle relazioni tra i suoi parenti, come anche la renitenza da parte della madre di I-Ann ad aiutare la figlia, benché non le manchino i danari, perché coinvolta in inconfessati traffici di contrabbando con gli USA. E' con l'arto maledetto, e che quindi agisce "sua sponte", che la bambina mette in atto la sua strategia rubando oggetti con cui pensa di contribuire alla soluzione dei problemi economici di questa famigliola tutta al femminile, ma sarà la stessa mano a impedire che la nonna finisca sotto inchiesta e in galera, perché durante una perquisizione da parte della polizia una busta contenente le prove del reato è sparita venendo in possesso di I-Jing. Nel frattempo I-Ann trova un nuovo compagno affidabile in un vicino di bottega mentre Shu-Fen rimane incinta del padrone del suo posto di lavoro e abortisce: il tutto viene alla luce, insieme alla sorpresa più grossa, quando tutti i protagonisti della storia si ritrovano riuniti alla festa per i 60 anni della "contrabbandiera", la madre di I-Ann, che a sua insaputa si scoprirà bisnonna anziché nonna di I-Jing, la protagonista assoluta di questo racconto apparentemente stravagante ma che racconta molto di una cultura sì diversa dalla nostra però per altri aspetti di fondo mica tanto. Per scoprire l'arcano, vi invito a vedere questo film perché è molto gradevole e ben fatto. 

sabato 17 gennaio 2026

Father Mother Sister Brother

"Father Mother Sister Brother" di Jim Jarmusch. Con Tom Waits, Adam Driver, Mayim Byalik, Cate Blanchet, Charlotte Rampling, Cate Blanchett, Vicky Krieps, Sarah Greene, Indya Moore, Luka Sabbat. USA, Irlanda, Francia 2025 ★★★★1/2

Leone d'Oro all'ultima edizione della Biennale Cinema di Venezia, Father Mother Sister Brother non tradisce le aspettative che, nel caso di Jim Jarmusch, sono giustamente alte. In tre episodi, il regista forse più "europeo" tra gli statunitensi fa una radiografia ironicamente affettuosa di tre possibili modalità di relazioni famigliari, ambientandoli in tre città e contesti completamente diversi, ma con alcuni elementi che li collegano e fanno da paradossale filo conduttore: un Rolex di dubbia autenticità indossato da uno dei personaggi (quello più "sbananato" del gruppo); un curioso e insensato modo di dire britannico; dei brindisi con bevande non alcoliche, tè, caffè o acqua; un trio di skaters che a un certo punto sfrecciano a fianco dei personaggi; svolgersi in località che i protagonisti definiscono Desolandia. In un amena località del Nord Est degli USA Adam Driver e Mayim Byalik vanno a trovare l'eccentrico padre Tom Waits, di cui temono l'apparente deriva senile dopo la morte della moglie, per rassicurarsi sulle sue condizioni: quando occorre, il figlio gli dà una mano economicamente, la figlia non ha quasi più contatti con lui. Il vecchio sta al gioco, li accoglie creando volutamente nell'imminenza del loro arrivo un ambiente trascurato e fingendo di essere più fuori fase di quanto non sia davvero: domina l'imbarazzo, poche le parole, a esprimere i rispettivi stati d'animo e retropensieri bastano le espressioni degli interpreti e alcuni dettagli inquadrati doviziosamente dalla camera da presa; la sorpresa verrà quando, dopo una permanenza ridotta ai "minimi sindacali", i due fratelli se ne andranno, perché in realtà il genitore non vedeva l'ora di levarseli dai coglioni avendo ben di meglio da fare. Nella periferia di Dublino sono due sorelle, quanto più diverse, Cate Blanchett, quella "regolare" e goffa, Vicky Creeps quella svalvolata, irrisolta e pure lesbica che però non vuole rivelarsi tale, a rendere la visita annuale per un tè dalla madre, una rigida e formale Charlotte Rampling, una scrittrice famosa del tutto autoriferita e anaffettiva, quanto mai "british": le due sorelle, nonostante le differenze, sono tacitamente alleate e legate, accettandosi molto di più di quanto non faccia la madre nei loro confronti. A Parigi invece si ritrovano due gemelli, maschio e femmina, sui vent'anni, a rendere l'ultima visita all'appartamento dove sono cresciuti dopo averlo svuotato in seguito all'improvvisa morte dei loro genitori, scomparsi in un incidente di volo sul piccolo aeroplano che loro stessi pilotavano in giro per il mondo: a interpretarli due attori pressoché sconosciuti, a differenza dei due casi precedenti, due freaks del Ventunesimo secolo, due "irregolari" come del resto lo erano i loro genitori, adolescenti nei Settanta, i quali vengono ricordati con grande e sentito affetto e riconoscenza dai due fratelli, che ne hanno seguito in qualche modo le orme, fuori dal sistema sia per interessi sia per mentalità. Non a caso sono l'unica famiglia armoniosa del film: meglio irregolari che morti viventi, secondo la sana filosofia dell'autore. Che si conferma di una sensibilità rara, capace di parlare più con le immagini che con le parole, del resto mai casuali, e che ottiene i migliori risultati possibili dai sui interpreti lasciando loro mano libera, coerentemente col suo modo di vedere le cose: motivo in più per farmelo amare. Un film uscito nel periodo più appropriato, quello natalizio, dedicato alla (finta) armonia famigliare nella massima espressione del consumismo più becero e avvilente. 

domenica 11 gennaio 2026

Norimberga

"Norimberga" (Nuremberg) di James Vanderbilt. Con Russell Crowe, Sami Malek, Leo Woodall, John Slattery, Mark O'Brien, Richard E. Grant, Michael Shannon, Colin Hanks, Wrenn Schmidt, Lydia Peckhan, Lotte Verbeek e altri. USA 2025 ★★1/2

Seconda prova di James Vanderbilt, sceneggiatore collaudato e scaltro, dietro la macchina da presa dopo Truth, uscito dieci anni fa. Uguale il risultato: un film sconclusionato, slegato, artificioso, contraddittorio e con alcuni errori marchiani, che tutto sommato merita di essere visto per quello che dice, con tutta probabilità molto al di là delle intenzioni dell'autore (che evidentemente non se ne è reso conto, come nemmeno i produttori che, se fossero stati in grado di capirlo, non l'avrebbero nemmeno finanziato, e così la critica USA) nonché per la debordante interpretazione di Russell Crowe nei panni di Hermann Göring, più Göring dello stesso gerarca nazista. Ispirata dal saggio The Nazi and the Psychiatrist di Jack El-Hai, uscito nel 2013, la storia si incentra sul confronto tra il maggiore medico Jack Kelly, psichiatra incaricato di valutare la sanità mentale o meno degli imputati in quello che sarà il celebre Processo di Norimberga e di impedirne il suicidio, e in particolare Hermann Göring, già numero due dopo Hitler e caduto parzialmente in disgrazia per la sua brama di potere, ma comunque il più alto in grado (e autorevole) di quelli messi alla sbarra. In maniera peraltro assai pretestuosa e con scarsa convinzione anche da parte statunitense: è Robert H. Jackson stesso, giudice della Corte Suprema USA (e che ambisce a presiederla), che sarà capo dell'accusa, a dire che non ci sono precedenti, il che per un giurista anglosassone, il cui diritto si basa per l'appunto sui precedenti giudiziali, a differenza di quello europeo, che si fonda sulla legge scritta, è quantomeno paradossale e rasenta il delirio. In sostanza, il tanto celebrato processo è stato un'ignobile e inutile farsa, specie considerandone i risultati: in ottanta anni, e ne abbiamo avuto innumerevoli dimostrazioni fino ai tempi più recenti, spesso a opera o comunque con la complicità degli USA (i quali non riconoscono la giurisdizione né della Corte Internazionale di Giustizia, né della Corte Penale Internazionale), come per ultimo a Gaza, non sono serviti a fermare né i cosiddetti i crimini di guerra né quelli "contro l'umanità", e nemmeno a sanzionarli in qualche maniera quando erano opera degli Stati Uniti o dei loro sodali. Una farsa, dicevo, a uso dei tele e cinegiornali dell'epoca e della propaganda statunitense. Il film segue il doppio binario del rapporto che si instaura tra Kelly e Göring, che ha lo stesso esito di quello tra i loro due interpreti, col secondo, Crowe, che giganteggia e annichilisce il primo, lo stralunato Rami Malek, uno che sembra psichicamente disturbato quanto il suo personaggio e non si capisce a che titolo ci si ostini ad affidargli dei ruoli e farlo per forza passare per un attore di prima grandezza, e quello dell'allestimento del processo, con contorno fuori ordinanza di improbabili figure femminili (la moglie di Göring, la giornalista vamp che segue il processo ancor prima che venga allestita l'aula che lo accoglierà) e poi la sua celebrazione. Dove nemmeno il tradimento della propria etica professionale da parte di Kelly, incaricato di carpire la fiducia di Göring per scoprirne in anticipo la linea di difesa, servirà per evitare all'accusa di fare una figuraccia epocale: il procuratore Jackson (uno stordito e attonito Michael Shannon che però rende bene l'imbecillità del personaggio) sarà salvato dal provvidenziale intervento del giurista inglese David Fyfe, impersonato dall'altrettanto ottimo Richard E. Grant, e dalla  proiezione dei raccapriccianti filmati girati dalle truppe USA durante la "liberazione" dei campi di concentramento negli ultimi giorni di guerra (ovviamente non quelli forniti dai sovietici, che li avevano anticipati di mesi) e propinati a volontà anche agli spettatori in sala oggi. Tra gli errori più marchiani: i vetri al di qua delle sbarre delle celle dei detenuti in attesa di giudizio. In quella di Göring, nelle ultime sequenze del film, compaiono pure due spunzoni di metallo che all'inizio non c'erano. Dettagli, ma non da poco, in un film con grandi ambizioni di attendibilità. Alla fine il rischio di un autogol involontario è evidente, sia per i riferimenti all'attualità, non si capisce se voluti o meno, sia per l'uscita di scena dei due personaggi chiave: con grande dignità Göring, che befferà la sorveglianza e si suiciderà con una capsula di cianuro nascosta con un magheggio; lo psichiatra che secondo il film gliel'aveva insegnato, pure lui suicidandosi ma dopo essere caduto prima nel ridicolo e poi in depressione e avendo dato fuori di matto nel 1958. Rimane nella memoria il dito di Göring puntato contro l'ipocrisia degli americani, indignati per i campi di concentramento, e senza prove sostanziali contro di lui di essere al corrente di quanto vi avvenisse, e per cui si assumeva comunque la responsabilità, ma non per le bombe atomiche sganciate sulla popolazione civile a Hiroshima e Nagasaki, a guerra sostanzialmente conclusa, ritenute autodifesa e non aggressione deliberata (risuonano le recenti parole pronunciate del nostro attuale presidente del Consiglio sul bombardamento di Caracas e il sequestro del presidente del Venezuela e di sua moglie e deportazione a New York per un'accusa assai improbabile di narcotraffico). 

mercoledì 7 gennaio 2026

No Other Choice - Non c'è altra scelta

"No Other Choice - Non c'è altra scelta" di Park Chan-wook. Con Byung-Hun Lee, Je-jin Son, Sung-min Lee, Park Hui-sun, Jeong Yu-yeon, Yeom Hye-ran, Cha Seung-won e altri. Corea del Sud 2025 ★★★★1/2

Quando a proposito di Un inverno in Corea parlavo di un film di gusto giapponese nonostante il titolo, intendevo che quanto lì è detto con tocco lieve e tra le righe, in No Other Choice è espressionismo puro, esplicito, esagerata e paradossale, sia nella forma, sia nel contenuto, insomma autenticamente coreano, come lo è Park Chan-wook, uno dei maestri del rigoglioso cinema di quel Paese, l'autore di Oldboy, culmine della "Trilogia della vendetta" e del più recente Decision To Leave, per me un capolavoro, opere tra loro del tutto diverse, a conferma dell'eclettismo dell'autore. II film è la versione attualizzata (IA) di Cacciatore di teste di Costa Gavras del 2006, a sua volta tratto dal romanzo AX di Donald E. Westlake, e tra i produttori risultano anche moglie e figlia del grande regista greco: la storia è quella di un caporeparto di una cartiera specializzata in prodotti di alta qualità, un ingegnere che viene licenziato da un giorno con l'altro dopo 25 anni di lavoro dedicati all'azienda in seguito alla sua acquisizione da parte di un gruppo statunitense che con la consueta brutalità yankee procede alla riduzione delle "risorse umane": il nostro eroe aveva perfino cercato di evitare la drastica riduzione del personale e mal glie ne incolse. Una vita distrutta: la casa della sua infanzia acquistata con un mutuo ancora da estinguere, la serra dove cura amorevolmente le sue piante, l'unica altra sua passione oltre alla carta, la moglie, i due figli e due cani e il barbecue. Si ripromette di trovare nuovamente impiego nel suo ramo nel giro di tre mesi, che diventano sempre di più, tra ricerche ossessive, lavoretti squalificanti, colloqui umilianti, la happy family costretta a rivedere drasticamente il suo livello di vita, ma non molla, e la moglie è con lui. Fa domanda presso un'altra cartiera, perché è quella la sua specializzazione, ma scopre che ci sono due concorrenti che hanno più "titoli" di lui. Messo alle strette, rivede la sua strategia per trovare la maniera di superare la concorrenza: da lì in poi è un crescendo di situazioni paradossali e grottesche. Non rivelo come, ma alla fine raggiunge il suo scopo: in seguito a una serie di eventi a dir poco rocamboleschi di cui saranno protagonisti o profittatori sia lui sia la moglie e in qualche misura anche i figli, il campo verrà liberato e riuscirà a farsi assumere dalla ditta. Tornerà al lavoro ma sarà solo, a controllare, con un tablet, che l'intelligenza artificiale svolga in automatico tutto il delicato lavoro che prima svolgevano lui e i suoi colleghi di un tempo, frutto di decenni di esperienza loro e di secoli se non millenni di lavorazione della carta. Una parabola molto realistica, alla fine, di quello che è il sistema capitalistico-finanziario che domina il mondo, nonché dei suoi riflessi sulla mente delle sue vittime, che siamo tutti noi, che ne accettiamo la logica diventandone forzatamente complici, nonché un'ipotesi credibile del destino a cui stiamo andando incontro: dopo esserne diventati schiavi, lo saremo delle macchine che ne prenderanno dominio. No Other Choice: un'altra versione del mantra neoliberista TINA, There Is No Alternative

sabato 3 gennaio 2026

Un inverno in Corea

"Un inverno in Corea" (Hiver a Sokcho) di Koya Kamura. Con Bella Kim, Roschdy Zem, Mi-heon Park, Riu Tae-ho, Gong Tu-yu, Kyung Soon Jung e altri. Francia, Corea del Sud 2024 ★★★1/2

Esordio positivo e promettente nel lungometraggio dello sceneggiatore nippo-francese Koya Kamura, che deve essersi sentito a suo agio, destreggiandosi tra due culture, nel rendere sullo schermo l'omonimo romanzo di Elisa Shua Dusapin, scrittrice franco-svizzera a sua volta di origini coreane per parte di madre così come franco-coreana è Soo-ha, la protagonista interpretata dalla 29 enne Bella Kim (modella coreana che però vive a Parigi da un decennio), esordiente pure lei sullo schermo. Prima di conoscere i dettagli della biografia del regista, avrei detto che Un inverno in Corea è un film giapponese più che coreano, e ci avrei azzeccato: tipicamente nipponico è il tocco lieve, il lasciare parlare i dettagli, le situazioni, l'interazione tra i personaggi e pure i silenzi: il parlato è solo un elemento, e sempre significativo proprio perché senza fronzoli e legato alla quotidianità. Soo-ha ha studiato letteratura francese a Seoul ma è tornata a vivere nella città costiera di Sokcho, dove lavora in una piccola pensione e vive con la madre, che ha un banco del pesce nel rinomato mercato ittico locale ed è in possesso della prestigiosa licenza per il fogu, il pesce palla che ha alcuni organi altamente tossici, e necessaria in Corea e in Giappone per poterlo cucinare. Non ha mai conosciuto il padre, francese,   e l'arrivo in città di Yan Kerrand (il sempre ottimo Roschdy Zem), disegnatore di graphic novel abituato a cercare motivi di ispirazione per le sue storie capitando come per caso in un luogo apparentemente scelto a caso, isolandosi e al contempo immergendosi nella sua atmosfera, fa scattare qualcosa nell'esistenza della ragazza: una mai risolta ricerca del padre, di cui ignora tutto perché la madre evade qualsiasi domanda in proposito. Soo-ha è una ragazza complessa, una sorta di pesce fuor d'acqua nel suo ambiente: più alta della media, porta gli occhiali invece delle lenti a contatto, viene chiamata Spilungona e continuamente invitata a ricorrere alla chirurgia plastica per correggere "difetti" reputati tali solo dalla mania di parecchi asiatici di occidentalizzare le proprie fattezze (basta guardare un cartone animato giapponese, cinese o coreano per accorgersi di questa specie si ossessione) e nessuno comprende perché si ostini a lavorare in una pensioncina anziché seguire il suo ragazzo nella capitale adeguandosi ai suoi sogni di carriera come modello. L'incontro con lo scorbutico uomo francese, con cui costruisce un rapporto esclusivo essendo l'unica a parlare correntemente la sua lingua, ha ovviamente a che vedere con la necessità di capire qualcosa su come sarebbe potuta essere la relazione col suo padre ignoto e costituisce il punto di partenza di un viaggio nella propria individualità e dunque per capire e accettare sé stessa ma anche comprendere sogni e frustrazioni di sua madre. Significativi sono le sequenze d'animazione introdotte nel film, che danno vita ai disegni dell'illustratore ed esprimono gli stati d'animo della ragazza, per come lui se li immagina interagendo man mano con essa, le passeggiate dei due nella Sokcho invernale e priva di turisti, le sequenze che riguardano il cibo e la sua preparazione che sottolineano i passaggi centrali del racconto: è proprio quando sua zia torna a Sokcho per festeggiare il Capodanno e gustare il rituale fogu preparato dalla sorella che da lei viene a sapere che il padre era un ingegnere della pesca con cui la madre aveva avuto una relazione molto intensa svanita a causa del suo ritorno in patria. A parte le notevoli quanto misurate prestazioni dei due protagonosti, da sottolineare quelle degli interpreti della madre e della zia di Soo-ha nonché del padrone della pensione, tutt'e tre rodati attori coreani ben conosciuti in patria. Il racconto funziona, l'inverno "ha da passà" e tornerà la primavera, e Soo-ha in pace con sé stessa anche dopo che Karrand, terminata la sua opera, tornerà in Normandia, ché lì si è rifugiato fuggendo, non si sa perché ma si può intuire che per causa di altrettante turbe famigliari, da Parigi.