"Le assaggiatrici" di Silvio Soldini. Con Elisa Schlott, Max Riemelt, Alma Hasun, Emma Falck, Thea Rasche, Nicolo Pasetti, Marco Boriero, Boris Aljinović, Nikolai Selikovsky, Peter Schorn e altri. Italia, Belgio, Svizzera 2025 ★
Uscito di sala di malumore dopo la visione di quest'ultimo lavoro di Silvio Soldini, per la stima che ho sempre nutrito nei suoi confronti avevo deciso di lasciar sedimentare le mie impressioni, decisamente negative, e sospendere il giudizio, che però è diventato definitivo dopo aver assistito, ieri, alla proiezione di Berlino, estate 1942 (ne parlerò nei prossimi giorni). Entrambi i film sono ambientati in Germania nello stesso periodo, quando le sorti della guerra cominciavano a volgere a sfavore del regime nazista (e del suo alleato principale, ossia quello fascista italiano: lo preciso perché si tende a dimenticarlo, dalle nostre parti). Tra i due c'è un abisso, il paragone è impietoso. La pellicola è ispirata a una storia vera, raccontata da Margot Wölk nel 2007 in un'intervista concessa il giorno del suo 90° compleanno, unica sopravvissuta di 15 "assaggiatrici" reclutate in una cittadina situata presso la Wolfsschanze, la cosiddetta Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler che fino alla fine del 1944 diresse da lì le operazioni sul fronte orientale, prima del crollo di quest'ultimo: il loro compito era assicurare cuoco e guardie che il cibo del dittatore non fosse avvelenato. Adattando l'omonimo romanzo (per l'appunto di fantasia) di Rosella Pastorino, già vincitore del Premio Campiello 2018, Soldini si è avvalso della collaborazione di ben altri cinque sceneggiatori (tra cui Cristina Comencini e la figlia Giulia Calenda, fior fiore del cucuzzaro cinematografico romanocentrico) per partorire un film dall'ossatura rachitica, scialbo, irritante, intriso dei più vieti luoghi comuni sul tedesco nazista, che ha il passo di una delle più piatte serie TV di Mamma RAI. La protagonista diventa tale Rosa Sauer, 26 enne moglie di un soldato disperso in Russia, una segretaria berlinese di cui si accennano vaghi sentimenti antinazisti, che dopo i primi pesanti bombardamenti della capitale si rifugia nella casa dei suoceri nella campagna della Prussia Orientale, nei pressi, dunque della Tana del Lupo dove viene ingaggiata a forza dalle SS. Intanto dopo la cura degli sceneggiatori le sue compagne di sventura si sono dimezzate; nasce un'inspiegabile liaison amoureuse clandestina tra lei e il nuovo comandante delle Guardie Alimentari di Hitler (l'interprete, Max Riemelt, è un vero e proprio cane, e nemmeno così attraente da giustificare l'invaghimento della biondina protagonista, Elisa Schott), altra cosa inventata di sana pianta; viene rappresentata fino alla noia la contrapposizione tra le "cittadine" (Rosa, per l'appunto, ed Elfriede, impersonata da Alma Hasun, l'unica che spicca in un cast raffazzonato) e le indigene; l'unico caso di avvelenamento di due ragazze si registra a causa di un dolce contenente miele, colpa quindi di api che hanno scelto fiori tossici; infine Elfriede si scoprirà essere ebrea, cosa ancora più difficile da credere considerato che ai tempi i comuni cittadini tedeschi erano costretti a esibire certificati di "arianesimo" fino alla sesta generazione, e dunque obbligati a produrre documenti anagrafici da reperire negli archivi delle parrocchie quando non bastavano quelli municipali: figurarsi i controlli nel caso delle "guardie del corpo alimentari", e nemmeno volontarie, del Capo Supremo assunte dalle occhiute SS. Il finale vuole essere a effetto, con Rosa che convince l'amante, il tenente delle SS con cui però aveva appena rotto, a farla salire sull'ultimo treno utile per rientrare a Berlino mentre stanno arrivando i sovietici, e si porta dietro Elfriede ma vengono scoperte: l'ebrea verrà abbattuta durante la fuga, Rosa non si sa, rimane lì impalata a bocca aperta sullo schermo a nostra imperitura memoria prima che scorrano gli "spiegoni" che precedono i titoli di coda sulla incolpevole ispiratrice di questo boccone indigesto (altro che assaggiatrici). Il risultato di questa operazione velleitaria è penoso oltre ogni dire e non salvano dal disastro le musiche curate da Mauro Pagani. Un'involuzione, quella di Soldini, inspiegabile, e si spera soltanto occasionale e frutto di congiunzioni astrali particolarmente avverse. A dare il colpo finale, un doppiaggio indecoroso: gente che pronuncia fiùrer invece di führer così come un romano pronuncerebbe viùrstel al posto di würstel: non si può sentire, e che non se ne sia accorto Soldini, che è milanese e per di più di origine ticinese, e non abbia preteso dei doppiatori in grado di pronunciare correttamente la u con l'umlaut così tipicamente lombarda, è la dimostrazione che stavolta aveva la testa da un'altra parte e che la regìa sia stata opera di un omonimo o di un alter ego sfasato. Unico aspetto positivo del film, se ce n'è uno, far riflettere, forse, e sempre che si abbia ancora il cervello in modalità attiva, sulla trovata della Commissione UE, presieduta da una tedesca ex ministro della Difesa, di finanziare con 800 miliardi di crediti il riarmo dell'unico Paese che può permettersi, a spese degli altri, di indebitarsi: la Germania, che dopo la riunificazione è diventato di gran lunga quello più popoloso del Continente, esclusa la Russia. Auguri.