Impagabile: più ancora del formidabile gol di Eder, che al 109', nel secondo tempo supplementare della finale degli Europei di calcio giocata ieri sera a Parigi, ha fulminato il portiere francese (si fa per dire) Lloris, lo spettacolo delle facce dei tifosi di casa, straconvinti di aver già vinto ancora prima di iniziare a giocare, a cominciare da quella del loro sempre attonito presidente (anche noi abbiamo un capo del governo che sfoggia costantemente un'espressione da idiota, ma almeno non l'abbiamo eletto...) e, di contro, la gioia di un Paese intero di gente per bene, seria, equilibrata, spesso maltrattato dai maggiorenti europei, oltre che dalla sorte, limitandomi al campo calcistico. Tutto il contrario degli organizzatori del torneo, proverbialmente boriosi e supponenti fino all'arroganza, assegnato alla Francia per volere dell'ex presidente dell'UEFA Michel Platini (ora sospeso dopo essere stato condannato a 4 anni di squalifica), a cui si deve anche la demenziale formula studiata apposta da un lato per allungare il brodo infarcendo il calendario di partite pletoriche e quindi fare cassa tramite i diritti televisivi, dall'altro creando una corsia preferenziale per i padroni di casa, che si sono trovati in finale un avversario contro cui avevano dei precedenti più che incoraggianti e da cui non venivano sconfitti dal 1975. Ma le tradizioni, specie nel calcio, sono fatte per essere infrante così come i pronostici per essere smentiti, soprattutto quelli dei nostrani qualunquisti del pallone, sempre pronti a salire sul carro del (presunto) vincitore, a cominciare dai commentatori televisivi e dai cosiddetti "esperti", che per un mese sono andati avanti a innalzare peana prima nei confronti della Croazia, poi della Spagna, quindi del Belgio, in seguito della Germania per finire con i bleues, andando in deliquio per le qualità dei suoi supposti campioni, specie di quelli che vestono o hanno vestito la maglia bianconera: come se non bastasse il fastidio fisico che mi provoca il solo ascoltare un idioma che costringe chi lo parla ad atteggiare la bocca a culo di gallina, ci mancava soltanto l'alto tasso di juventinità della nazionale transalpina per rendermela odiosa, e questo a prescindere dall'amore profondo che provo per il Portogallo e la sua gente. Anche ieri il piccolo Portogallo sembrava la vittima predestinata, specie dopo il brutto fallo di Payet (forse involontario ma non visto né punito dall'arbitro, un cialtrone inglese) che al 9' ha tolto di mezzo la stella assoluta dei lusitani, Cristiano Ronaldo, che per un quarto d'ora ha continuato a rimanere in campo col ginocchio fasciato con il pubblico francese che lo fischiava ritenendo che facesse scena a poi costretto a uscire dal campo, ma che ha continuato a incitare e "dirigere" i compagni dalla panchina, come un vero capitano (e un futuro, secondo me, ottimo allenatore) fino alla vittoria finale, e stavolta senza bisogno di ricorrerre alla "Lotteria dei Rigori". Il tutto a dimostrare due cose, oltre al fatto che esiste una divinità del calcio (Gianni Berra la identificava in Eupalla) che provvede a fare giustizia dei luoghi comuni: che il football è una metafora della vita e che una partita di pallone racconta di più di un popolo e della sua mentalità che un trattato di sociologia. I francesi, maestri della palla ovale, spesso dimenticano di essere dei parvenu di quella rotonda, disciplina in cui hanno cominciato ad acquisire una certa dignità soltanto dopo che le loro squadre, sia di club sia quella nazionale, sono state man mano infarcite vieppiù di immigrati, che altrimenti, specie quelli di colore e i maghrebini (i tre quarti della squadra schierata da Deschamps ieri sera), vengono relegati nelle banlieues e lì lasciati a sé stessi; in più, la loro indole li porta a essere delle prime donne che malvolentieri si amalgamano fino a diventare una squadra, caratteristica che invece è nelle corde dei portoghesi, che pure sfornano, in media uno ogni decennio, degli autentici fuoriclasse assoluti (da Esuebio a Rui Costa a Figo fino al mio preferito, CR7), i quali però giocano per gli altri, e il calcio è, per l'appunto, un gioco di squadra, in cui il più delle volte la coesione del gruppo ha la meglio sulla qualità e il talento dei solisti: anche il più grande di tutti, Diego Armando Maradona, non vinceva da solo, ma era il leader di un gruppo coeso, sia al Napoli, sia nella Selección argentina. Così Cristiano Ronaldo ieri sera, alla faccia della becera campagna di stampa che da sempre lo perseguita facendolo passare per indisponente, egocentrico, e ultimamente pure per poco macho, pur di spettegolare, forse perché è uno degli ormai rari giocatori non tatuati o barbuti in circolazione. Comunque, la gioia per un Paese e un popolo che amo ha la meglio perfino sulla schadenfreude nei confronti dei cugini franzosi. Portugal: deus lhe pague!
lunedì 11 luglio 2016
Palloni sgonfiati
Impagabile: più ancora del formidabile gol di Eder, che al 109', nel secondo tempo supplementare della finale degli Europei di calcio giocata ieri sera a Parigi, ha fulminato il portiere francese (si fa per dire) Lloris, lo spettacolo delle facce dei tifosi di casa, straconvinti di aver già vinto ancora prima di iniziare a giocare, a cominciare da quella del loro sempre attonito presidente (anche noi abbiamo un capo del governo che sfoggia costantemente un'espressione da idiota, ma almeno non l'abbiamo eletto...) e, di contro, la gioia di un Paese intero di gente per bene, seria, equilibrata, spesso maltrattato dai maggiorenti europei, oltre che dalla sorte, limitandomi al campo calcistico. Tutto il contrario degli organizzatori del torneo, proverbialmente boriosi e supponenti fino all'arroganza, assegnato alla Francia per volere dell'ex presidente dell'UEFA Michel Platini (ora sospeso dopo essere stato condannato a 4 anni di squalifica), a cui si deve anche la demenziale formula studiata apposta da un lato per allungare il brodo infarcendo il calendario di partite pletoriche e quindi fare cassa tramite i diritti televisivi, dall'altro creando una corsia preferenziale per i padroni di casa, che si sono trovati in finale un avversario contro cui avevano dei precedenti più che incoraggianti e da cui non venivano sconfitti dal 1975. Ma le tradizioni, specie nel calcio, sono fatte per essere infrante così come i pronostici per essere smentiti, soprattutto quelli dei nostrani qualunquisti del pallone, sempre pronti a salire sul carro del (presunto) vincitore, a cominciare dai commentatori televisivi e dai cosiddetti "esperti", che per un mese sono andati avanti a innalzare peana prima nei confronti della Croazia, poi della Spagna, quindi del Belgio, in seguito della Germania per finire con i bleues, andando in deliquio per le qualità dei suoi supposti campioni, specie di quelli che vestono o hanno vestito la maglia bianconera: come se non bastasse il fastidio fisico che mi provoca il solo ascoltare un idioma che costringe chi lo parla ad atteggiare la bocca a culo di gallina, ci mancava soltanto l'alto tasso di juventinità della nazionale transalpina per rendermela odiosa, e questo a prescindere dall'amore profondo che provo per il Portogallo e la sua gente. Anche ieri il piccolo Portogallo sembrava la vittima predestinata, specie dopo il brutto fallo di Payet (forse involontario ma non visto né punito dall'arbitro, un cialtrone inglese) che al 9' ha tolto di mezzo la stella assoluta dei lusitani, Cristiano Ronaldo, che per un quarto d'ora ha continuato a rimanere in campo col ginocchio fasciato con il pubblico francese che lo fischiava ritenendo che facesse scena a poi costretto a uscire dal campo, ma che ha continuato a incitare e "dirigere" i compagni dalla panchina, come un vero capitano (e un futuro, secondo me, ottimo allenatore) fino alla vittoria finale, e stavolta senza bisogno di ricorrerre alla "Lotteria dei Rigori". Il tutto a dimostrare due cose, oltre al fatto che esiste una divinità del calcio (Gianni Berra la identificava in Eupalla) che provvede a fare giustizia dei luoghi comuni: che il football è una metafora della vita e che una partita di pallone racconta di più di un popolo e della sua mentalità che un trattato di sociologia. I francesi, maestri della palla ovale, spesso dimenticano di essere dei parvenu di quella rotonda, disciplina in cui hanno cominciato ad acquisire una certa dignità soltanto dopo che le loro squadre, sia di club sia quella nazionale, sono state man mano infarcite vieppiù di immigrati, che altrimenti, specie quelli di colore e i maghrebini (i tre quarti della squadra schierata da Deschamps ieri sera), vengono relegati nelle banlieues e lì lasciati a sé stessi; in più, la loro indole li porta a essere delle prime donne che malvolentieri si amalgamano fino a diventare una squadra, caratteristica che invece è nelle corde dei portoghesi, che pure sfornano, in media uno ogni decennio, degli autentici fuoriclasse assoluti (da Esuebio a Rui Costa a Figo fino al mio preferito, CR7), i quali però giocano per gli altri, e il calcio è, per l'appunto, un gioco di squadra, in cui il più delle volte la coesione del gruppo ha la meglio sulla qualità e il talento dei solisti: anche il più grande di tutti, Diego Armando Maradona, non vinceva da solo, ma era il leader di un gruppo coeso, sia al Napoli, sia nella Selección argentina. Così Cristiano Ronaldo ieri sera, alla faccia della becera campagna di stampa che da sempre lo perseguita facendolo passare per indisponente, egocentrico, e ultimamente pure per poco macho, pur di spettegolare, forse perché è uno degli ormai rari giocatori non tatuati o barbuti in circolazione. Comunque, la gioia per un Paese e un popolo che amo ha la meglio perfino sulla schadenfreude nei confronti dei cugini franzosi. Portugal: deus lhe pague!
domenica 10 luglio 2016
giovedì 7 luglio 2016
In cerca di giorni migliori in... Incognito
A due anni di distanza, a rallegrare l'estate friulana, in realtà abbastanza ricca di appuntamenti musicali e no, sono tornati a trovarci gli Incognito, una vera e propria Internazionale multietnica del funky-soul-blues, in una parole del groove, iniziatori del genere che è stato definito acid jazz fin dal loro primo album, Jazz Funk, apparso nel 1981, due anni dopo che il gruppo venisse fondato da Jean-Paul "Bluey" Maunick e Paul Williams. Ora siamo al 17° lavoro in studio, pubblicato appena una dozzina di giorni fa, il 24 di giugno, a due anni di distanza da Amplified Soul, che avevano presentato in una fresca serata agostana a Tarvisio, appunto, nel 2014. Identica la formazione di 11 elementi che ha accompagnato Bluey nel terzo concerto del Festival "Blues in villa" in svolgimento nella suggestiva Villa Varda presso Brugnera, quasi in riva al Livenza, tra Pordenone e Oderzo, tenutosi due sere fa. Un gruppo di musicisti e vocalisti di altissimo livello, affiatati e coesi, che condividono il piacere di proporre un sound coinvolgente e pulsante, energetico ancor più quando proposto dal vivo, offrendo degli spettacoli che lasciano il segno e rendono protagonista anche il pubblico, e questo senza atteggiamenti da superstar o ammiccamenti furbeschi. Come quando Bluey racconta la sua storia di immigrato a Londra da Mauritius, della sua ammirazione per Stevie Wonder, che finì con il collaborare al suo progetto, come tanti altri, da Paul Weller a Chaka Khan a George Benson, per citare solo alcuni delle decine e decine di artisti che hanno partecipato nel corso degli anni a quell' autentico work in progress chiamato Incognito e che ha visto nel piccolo e corpulento immigrato da Mauritius il fulcro, l'unico immutabile nella band ma sempre pronto a fondersi con gli altri, accogliendone idee e proposte e incoraggiandone per primo le iniziative solistiche, come quella di Katie Leone con il suo album Prism of Light. Cosa che ha fatto anche l'altra sera durante lo spettacolo prima, e scendendo a firmare autografi e a chiacchierare con il pubblico dopo il concerto poi, perché Bluey è generoso e ricettivo coi suoi colleghi musicisti così come col pubblico. E i suoi partner, seguendone filosofia e modo di fare, non sono da meno, e dopo essersi prodotti in un concerto di due ore intense, corroboranti, trascinanti (anche il pubblico ha fatto la sua parte: a sentire buona musica ci va della bella gente, poche storie!), sono scesi con grande naturalezza dal palco confondendosi con la gente sul prato, chi chiedendo lumi per andare al ristorante della Villa, chi bevendosi una birra con qualcuno che lo ha riconosciuto come il sassofonista o il percussionista, o chi, come me, incocciando proprio in Katie Leone, zainetto in spalla e alla ricerca del punto di ristoro, le ha indicato la via, ribadendole a voce quanto scritto due anni fa: conratulandomi per avere ascoltato la più bella e grintosa voce femminile britannica degli ultimi vent'anni, sorretta da una presenza scenica di prim'ordine. E' finita che mi ha ringraziato lei per essere venuto al concerto. Mi è venuto in mente che in questi giorni si sono tenuti i mega raduni allo stadio per Bruce Springsteen, il Luciano Ligabue del New Jersey, uno di cui mi viene il dubbio se sia tra i più cretini tra gli americani o uno dei più americani tra i cretini oltre che sul senso del rapporto di questo populista del rock (se vogliamo chiamare tale la roba che suona) con "a' ggente". Dopo l'esplicito omaggio a Stevie Wonder, il concerto di Incognito (nomen omen) si chiudeva sfumando le proprie note in quelle di Bob Marley. Altra categoria, come volevasi dimostrare. Alla prossima!
martedì 5 luglio 2016
Avevano una banca...
lunedì 4 luglio 2016
Il piano di Maggie - A cosa servono gli uomini
"Il piano di Maggie - A cosa servono gli uomini" (Maggie's Plan) di Rebecca Miller. Con Greta Gerwig, Julianne Moore, Ethan Hawke, Bill Hader, Maya Rudolph, Travis Fimmel, Wallace Shawn, Alex Morf. USA 2015 ★★★
Avevo assegnato 4 delle mie stelline a Frances Ha, primo film in cui avevo visto all'opera Greta Gerwig, un sicuro talento di cui però comincia sorgermi il dubbio che sia in grado di interpretare (magnificamente, questo sì) un unico tipo di personaggio, quello della ragazza per bene, intelligente e un po' goffa (e vestita da cani), ingenua e furbetta al contempo, tipica provinciale di buoni studi alle prese con l'autoreferenziale ambiente intellettuale newyorkese. Per questa pellicola le stelline scendono a tre, perché la commedia della Miller è comunque gradevole e il cast molto ben assortito e affiatato, e vedendola mi sono sì divertito, ma con un sottofondo di crescente irritazione e potrei ripetere le stesse considerazioni fatte per Frances Ha a suo tempo: identica l'ambientazione, urbana e umana, di un film che potrebbe essere di Woody Allen, con ancora più marcata la tendenza alla psicanalizzazione di ogni aspetto dell'esistenza: l'unico vero pregio, al di là delle singole prestazioni attoriali, è di aver messo al centro l'attitudine manipolatoria di Maggie (Gerwig), una giovane insegnante di "arte e management" (qualsiasi cosa questo significhi) che, sentendo attivarsi l'orologio biologico all'alba dei trent'anni, decide di avere un figlio ma ricorrendo all'inseminazione artificiale, conscia di non essere in grado di reggere un rapporto per oltre sei mesi: il donatore è un ex compagno di liceo conosciuto alla lontana, che ora si dedica alla produzione di cetrioli sott'aceto artigianali, ma proprio mentre sta per procedere, fa la conoscenza casuale di un antropologo, collega di facoltà con ambizioni di scrittore, un gigionesco Ethan Hawke, alle prese con un romanzo in eterna elaborazione, padre di due figli e sposato con un'altra antropologa, femminista e pure in carriera, una donna volitiva, cioè quella "che in famiglia porta i pantaloni": una autoironica e strepitosa, lei sì, Julianne. Moore. Scocca la scintilla e Maggie ha un figlio alla maniera naturale da lui, che divorzia dalla moglie e va a vivere con lei. Senonché passano tre anni e Maggie si accorge di non essere più innamorata del partner: abituata com'è, per superare le proprie insicurezze (in più è di origine quacchera e si abbiglia in maniera improbabile di conseguenza), a pianificare nei dettagli la vita propria e altrui, ha finito per diventare lei il punto fermo della famigliola, quella che risolve i problemi ed è sempre disponibile, ma vede uno spiraglio per risolvere la situazione senza assumersi le responsabilità di una scelta, ed elabora un piano, come da titolo, per riportare il marito tra le braccia dell'ex moglie. Non aggiungo altro, perché è la parte divertente del film, salvo avvertire che, trattandosi di una pellicola di stampo talmente Indie (tendenza Sundance Festival, per intenderci), buonista e politicamente corretta che lo Happy End in salsa newyorchese, o meglio ancora broccoliniana, ché è il nuovo quartiere alla moda della intellighentsja locale, è assicurato e tutti vissero felici e contenti. Accattivante la colonna sonora un po' rétro, di rigore in una commedia di questo genere, in una New York magicamente liberata dalla presenza non solo di afroamericani, ma in questo caso perfino di asiatici e latinos come si confà a un film di Woody Allen, pardon: Rebecca Miller, che prevede solo WASP, ebrei e forse qualche cattolico di contorno. Spero per lei che Greta Gerwig si fermi a questo due senza fare il tre e di allontanarsi al più presto dalla "Grande Mela", perché rischia di diventare stucchevole e non solo una simpatica macchietta, per quanto brava.
Avevo assegnato 4 delle mie stelline a Frances Ha, primo film in cui avevo visto all'opera Greta Gerwig, un sicuro talento di cui però comincia sorgermi il dubbio che sia in grado di interpretare (magnificamente, questo sì) un unico tipo di personaggio, quello della ragazza per bene, intelligente e un po' goffa (e vestita da cani), ingenua e furbetta al contempo, tipica provinciale di buoni studi alle prese con l'autoreferenziale ambiente intellettuale newyorkese. Per questa pellicola le stelline scendono a tre, perché la commedia della Miller è comunque gradevole e il cast molto ben assortito e affiatato, e vedendola mi sono sì divertito, ma con un sottofondo di crescente irritazione e potrei ripetere le stesse considerazioni fatte per Frances Ha a suo tempo: identica l'ambientazione, urbana e umana, di un film che potrebbe essere di Woody Allen, con ancora più marcata la tendenza alla psicanalizzazione di ogni aspetto dell'esistenza: l'unico vero pregio, al di là delle singole prestazioni attoriali, è di aver messo al centro l'attitudine manipolatoria di Maggie (Gerwig), una giovane insegnante di "arte e management" (qualsiasi cosa questo significhi) che, sentendo attivarsi l'orologio biologico all'alba dei trent'anni, decide di avere un figlio ma ricorrendo all'inseminazione artificiale, conscia di non essere in grado di reggere un rapporto per oltre sei mesi: il donatore è un ex compagno di liceo conosciuto alla lontana, che ora si dedica alla produzione di cetrioli sott'aceto artigianali, ma proprio mentre sta per procedere, fa la conoscenza casuale di un antropologo, collega di facoltà con ambizioni di scrittore, un gigionesco Ethan Hawke, alle prese con un romanzo in eterna elaborazione, padre di due figli e sposato con un'altra antropologa, femminista e pure in carriera, una donna volitiva, cioè quella "che in famiglia porta i pantaloni": una autoironica e strepitosa, lei sì, Julianne. Moore. Scocca la scintilla e Maggie ha un figlio alla maniera naturale da lui, che divorzia dalla moglie e va a vivere con lei. Senonché passano tre anni e Maggie si accorge di non essere più innamorata del partner: abituata com'è, per superare le proprie insicurezze (in più è di origine quacchera e si abbiglia in maniera improbabile di conseguenza), a pianificare nei dettagli la vita propria e altrui, ha finito per diventare lei il punto fermo della famigliola, quella che risolve i problemi ed è sempre disponibile, ma vede uno spiraglio per risolvere la situazione senza assumersi le responsabilità di una scelta, ed elabora un piano, come da titolo, per riportare il marito tra le braccia dell'ex moglie. Non aggiungo altro, perché è la parte divertente del film, salvo avvertire che, trattandosi di una pellicola di stampo talmente Indie (tendenza Sundance Festival, per intenderci), buonista e politicamente corretta che lo Happy End in salsa newyorchese, o meglio ancora broccoliniana, ché è il nuovo quartiere alla moda della intellighentsja locale, è assicurato e tutti vissero felici e contenti. Accattivante la colonna sonora un po' rétro, di rigore in una commedia di questo genere, in una New York magicamente liberata dalla presenza non solo di afroamericani, ma in questo caso perfino di asiatici e latinos come si confà a un film di Woody Allen, pardon: Rebecca Miller, che prevede solo WASP, ebrei e forse qualche cattolico di contorno. Spero per lei che Greta Gerwig si fermi a questo due senza fare il tre e di allontanarsi al più presto dalla "Grande Mela", perché rischia di diventare stucchevole e non solo una simpatica macchietta, per quanto brava.
domenica 3 luglio 2016
Al di là del piagnisteo
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| Rana Plaza, l'edificio collassato a Dhaka, Bangladesh, il 24 aprile 2014. 1129 morti |
venerdì 1 luglio 2016
La pazza gioia
"La pazza gioia" di Paolo Virzì. Con Micaela Ramazzotti, Valeria Bruni Tedeschi, Valentina Cantarutti, Tommaso Ragno, Bob Messini, Sergio Abelli, Anna Galiena, Marisa Borini, Marco Messeri, Bobo Rondelli. Italia 2016 ★★★★+
Non sono un grande estimatore della commedia come genere cinematografico (l'apprezzo di più a teatro), e di quella italiana in particolare, forse perché un po' mi vergogno di come ci rappresentiamo, ma devo dare atto a Paolo Virzì di migliorare film dopo film, dopo le perplessità iniziali: le pellicole d'esordio, come Ovosodo o Baci e abbracci, le avevo trovate gradevoli ma non mi avevano entusiasmato più di tanto, e l'avevo considerato come un buon mestierante, al livello di Carlo Verdone, per intenderci. Con La prima cosa bella ho cominciato a ricredermi e dopo Il capitale umano ho avuto la conferma che abbiamo a che fare con un artigiano del racconto di valore assoluto e sono felice di dovermi smentire. Con "La pazza gioia" il regista torna in Toscana, non nella natìa ma tra Montecatini e Viareggio, dove in cima a una collina si trova Villa Biondi, una struttura di recupero privata per persone con problemi mentali, tra cui due donne che più diverse non potrebbero essere, speditevi su disposizione del tribunale: una, Beatrice, una contessa mitomane dalla loquela irrefrenabile, quasi renziana ma fortunatamente con accento nordico e senza aspirate, condannata per plurime bancarotte fraudolente, una Valeria Bruni Tedeschi sempre più convincente (in un gustoso cameo, nella parte della madre, la sua madre vera, Marisa Borini); l'altra Donatella, fragile, ragazza-madre tatuata, ex "cubista" in una discoteca, sedotta e abbandonata con un figlio avuto dal fetentissimo datore di lavoro, figlia a sua volta dell'ex pianista di Gino Paoli, un padre totalmente assente, e con una madre-megera che fa la governante a un vecchio generale nell'illusione di ereditarne le sostanze (Anna Galiena, che non guasta mai) e condannata per sequestro e tentativo di omicidio, secondo l'accusa, del figlio dato in adozione, nonché reduce da molteplici tentativi di suicidio, una Micaela Ramazzotti commovente per bravura, che conferma la prestazione de La prima cosa bella, di cui questo film segue in qualche modo le orme. Le due donne, che finiscono per fare amicizia completandosi a vicenda, approfittando di una lacuna nella sorveglianza, invecedi attendere il pullmino che dovrebbe riportarle alla "residenza" prendono al volo un autobus e da lì, non riuscendo a tornare alla base con altri mezzi, si concedono una piccola vacanza dandosi "alla pazza gioia", in una sorta di Thelma & Luoise" in chiave soft, dove vengono svelati i loro trascorsi e i retroscena dei loro cosiddetti disturbi, che altro non sono che la risposta adattativa a realtà troppo dure e volgari per due animi profondamente sensibili come quelli di Beatrice e Donatella, il cui unico vero problema e di essere "nate tristi" in un'Italia radiosamente stupida ed eternamente berlusconiana, come giustamente rileva Goffredo Fofi nella sua recensione. Che condivido in in due punti: l'invito a Virzì di sfrondare e di avere una punta di cattiveria in più magari rinunciando, aggiungo io, alla collaborazione con la cosceneggtaitrice Francesca Archibugi, il cui tocco si vede in alcune derive buoniste che si scorgono qua e là nei dettagli e in alcune scene fortunatamente secondarie, le quali si potrebbero, per l'appunto, tranquillamente tagliare. E ispirandosi a un altro grande toscano, Mario Monicelli. Comunque complimenti per la capacità di Paolo Virzì di unire dramma, farsa, osservazione attenta delle tipologie umane e di come queste si muovono nella realtà, e nella scelta degli interpreti, di cui una ce l'ha in casa ed è sua moglie, Micaela Ramazzotti. Finché si ispira a lei, non sbaglia.
Non sono un grande estimatore della commedia come genere cinematografico (l'apprezzo di più a teatro), e di quella italiana in particolare, forse perché un po' mi vergogno di come ci rappresentiamo, ma devo dare atto a Paolo Virzì di migliorare film dopo film, dopo le perplessità iniziali: le pellicole d'esordio, come Ovosodo o Baci e abbracci, le avevo trovate gradevoli ma non mi avevano entusiasmato più di tanto, e l'avevo considerato come un buon mestierante, al livello di Carlo Verdone, per intenderci. Con La prima cosa bella ho cominciato a ricredermi e dopo Il capitale umano ho avuto la conferma che abbiamo a che fare con un artigiano del racconto di valore assoluto e sono felice di dovermi smentire. Con "La pazza gioia" il regista torna in Toscana, non nella natìa ma tra Montecatini e Viareggio, dove in cima a una collina si trova Villa Biondi, una struttura di recupero privata per persone con problemi mentali, tra cui due donne che più diverse non potrebbero essere, speditevi su disposizione del tribunale: una, Beatrice, una contessa mitomane dalla loquela irrefrenabile, quasi renziana ma fortunatamente con accento nordico e senza aspirate, condannata per plurime bancarotte fraudolente, una Valeria Bruni Tedeschi sempre più convincente (in un gustoso cameo, nella parte della madre, la sua madre vera, Marisa Borini); l'altra Donatella, fragile, ragazza-madre tatuata, ex "cubista" in una discoteca, sedotta e abbandonata con un figlio avuto dal fetentissimo datore di lavoro, figlia a sua volta dell'ex pianista di Gino Paoli, un padre totalmente assente, e con una madre-megera che fa la governante a un vecchio generale nell'illusione di ereditarne le sostanze (Anna Galiena, che non guasta mai) e condannata per sequestro e tentativo di omicidio, secondo l'accusa, del figlio dato in adozione, nonché reduce da molteplici tentativi di suicidio, una Micaela Ramazzotti commovente per bravura, che conferma la prestazione de La prima cosa bella, di cui questo film segue in qualche modo le orme. Le due donne, che finiscono per fare amicizia completandosi a vicenda, approfittando di una lacuna nella sorveglianza, invecedi attendere il pullmino che dovrebbe riportarle alla "residenza" prendono al volo un autobus e da lì, non riuscendo a tornare alla base con altri mezzi, si concedono una piccola vacanza dandosi "alla pazza gioia", in una sorta di Thelma & Luoise" in chiave soft, dove vengono svelati i loro trascorsi e i retroscena dei loro cosiddetti disturbi, che altro non sono che la risposta adattativa a realtà troppo dure e volgari per due animi profondamente sensibili come quelli di Beatrice e Donatella, il cui unico vero problema e di essere "nate tristi" in un'Italia radiosamente stupida ed eternamente berlusconiana, come giustamente rileva Goffredo Fofi nella sua recensione. Che condivido in in due punti: l'invito a Virzì di sfrondare e di avere una punta di cattiveria in più magari rinunciando, aggiungo io, alla collaborazione con la cosceneggtaitrice Francesca Archibugi, il cui tocco si vede in alcune derive buoniste che si scorgono qua e là nei dettagli e in alcune scene fortunatamente secondarie, le quali si potrebbero, per l'appunto, tranquillamente tagliare. E ispirandosi a un altro grande toscano, Mario Monicelli. Comunque complimenti per la capacità di Paolo Virzì di unire dramma, farsa, osservazione attenta delle tipologie umane e di come queste si muovono nella realtà, e nella scelta degli interpreti, di cui una ce l'ha in casa ed è sua moglie, Micaela Ramazzotti. Finché si ispira a lei, non sbaglia.
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