martedì 15 aprile 2014
domenica 13 aprile 2014
Grand Hotel Budapest
"Grand Hotel Budapest" (The Grand Hotel Budapest) di Wes Anderson. Con Ralph Fiennes, Tony Revolori, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, William Dafoe, Jeff Goldblum, Lucas Hedges, Harvey Keitel, Jude Law, Edward Norton, Saorise Ronan, Jason Schwartzman, Lea Seydoux, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, Owen Wilson. USA 2014 ★★★★½
Mantiene ampiamente le aspettative Wes Anderson con questo divertente film presentato in apertura all'ultima Berlinale dove ha vinto il gran premio della giuria e ispirato, secondo quanto ha più volte ripetuto l'originale e poco convenzionale regista statunitense, al raffinato, e anche lui originale e poco convenzionale scrittore austriaco Stefan Zweig, che raggiunse l'apice della notorietà nell'epoca tra le due guerre dello scorso secolo, erede della migliore tradizione mitteleuropea, pacifista convinto e testimone del tramonto di un'epoca e di un Impero (vero, e non plastificato come quello attuale: il che aumenta la dose di rimpianto nostalgico che avvolge chi si immerge in questa giocosa fiaba per immagini, peraltro estremamente curate così come la ricostruzione d'epoca). Lo fa rendendogli omaggio con un'opera di fantasia, con chiari riferimenti cinematografici a Lubitsch e Wilder, ambientata in un mondo favolistico e affollato di personaggi stralunati, ma non poi così improbabili, pieno di situazioni e di riferimenti alla realtà, sia dell'epoca - siamo negli anni Trenta in una fantasiosa Repubblica di Zubrowka nel cuore del Vecchio Continente - sia alla stessa natura umana. La storia prende avvio in un qualche Paese dell'Europa dell'Est del secondo dopoguerra, con l'omaggio di una ragazza alla statua di Zweig e il racconto fatto da uno scrittore di un suo incontro con Zero Mustafa, un'ex immigrato arabo divenuto proprietario di un vecchio, fatiscente ma ancora fascinoso albergo termale collocato in una qualche zona presumibilmente dei Monti Tatra che gli narra le vicissitudini attraverso le quali ne è venuto in possesso, da quando in gioventù era stato "garzoncello", allievo e successore di Monsieur Gustave H, il vero perno della vicenda, un perfetto concièrge interpretato da un Ralph Fiennes altrettanto perfetto, che di fatto dirigeva il Grand Hotel Budapest e aveva una predilezione per le più anziane ospiti. Da una di queste riceve in eredità un preziosissimo quadro d'epoca, suscitando l'ira del figlio. Quando si scopre che la donna era stata vittima di un omicidio, quest'ultimo, che ne è il responsabile, cerca di far cadere la colpa su Monsieur Gustave, e da qui prende via una serie di situazioni paradossali, colpi di scena, fughe, inseguimenti a rotta di collo, che vedono come protagonisti i due personaggi principali, attorniati da un coro di comprimari altrettanti originali interpretati, anche solo per brevi camei, da un cast di interpreti di assoluto livello che ha l'aria di divertirsi un mondo. Come fa il pubblico in sala, che gradisce quasi invariabilmente e ne esce con un generalizzato sorriso sulle labbra e di buon umore.
Mantiene ampiamente le aspettative Wes Anderson con questo divertente film presentato in apertura all'ultima Berlinale dove ha vinto il gran premio della giuria e ispirato, secondo quanto ha più volte ripetuto l'originale e poco convenzionale regista statunitense, al raffinato, e anche lui originale e poco convenzionale scrittore austriaco Stefan Zweig, che raggiunse l'apice della notorietà nell'epoca tra le due guerre dello scorso secolo, erede della migliore tradizione mitteleuropea, pacifista convinto e testimone del tramonto di un'epoca e di un Impero (vero, e non plastificato come quello attuale: il che aumenta la dose di rimpianto nostalgico che avvolge chi si immerge in questa giocosa fiaba per immagini, peraltro estremamente curate così come la ricostruzione d'epoca). Lo fa rendendogli omaggio con un'opera di fantasia, con chiari riferimenti cinematografici a Lubitsch e Wilder, ambientata in un mondo favolistico e affollato di personaggi stralunati, ma non poi così improbabili, pieno di situazioni e di riferimenti alla realtà, sia dell'epoca - siamo negli anni Trenta in una fantasiosa Repubblica di Zubrowka nel cuore del Vecchio Continente - sia alla stessa natura umana. La storia prende avvio in un qualche Paese dell'Europa dell'Est del secondo dopoguerra, con l'omaggio di una ragazza alla statua di Zweig e il racconto fatto da uno scrittore di un suo incontro con Zero Mustafa, un'ex immigrato arabo divenuto proprietario di un vecchio, fatiscente ma ancora fascinoso albergo termale collocato in una qualche zona presumibilmente dei Monti Tatra che gli narra le vicissitudini attraverso le quali ne è venuto in possesso, da quando in gioventù era stato "garzoncello", allievo e successore di Monsieur Gustave H, il vero perno della vicenda, un perfetto concièrge interpretato da un Ralph Fiennes altrettanto perfetto, che di fatto dirigeva il Grand Hotel Budapest e aveva una predilezione per le più anziane ospiti. Da una di queste riceve in eredità un preziosissimo quadro d'epoca, suscitando l'ira del figlio. Quando si scopre che la donna era stata vittima di un omicidio, quest'ultimo, che ne è il responsabile, cerca di far cadere la colpa su Monsieur Gustave, e da qui prende via una serie di situazioni paradossali, colpi di scena, fughe, inseguimenti a rotta di collo, che vedono come protagonisti i due personaggi principali, attorniati da un coro di comprimari altrettanti originali interpretati, anche solo per brevi camei, da un cast di interpreti di assoluto livello che ha l'aria di divertirsi un mondo. Come fa il pubblico in sala, che gradisce quasi invariabilmente e ne esce con un generalizzato sorriso sulle labbra e di buon umore.
venerdì 11 aprile 2014
Piccola patria
"Piccola patria" di Alessandro Rossetto. Con Maria Roveran, Roberta De Soller, Vladimir Doda, Lucia Masino, Diego Ribon, Mirko Artuso, Nicoletta Maragno, Stefano Scandaletti, Giulio Brogi, Mateo Çili, Valerio Mazzuccato. Italia, 2013 ★★★★½
Felice esordio alla regìa nel cinema di finzione, come lo definisce lui stesso, di Alessandro Rossetto, finora apprezzato documentarista, che ha presentato mercoledì sera al "Visionario" di Udine questo film notevole, cui è impossibile rimanere indifferenti, seconda tappa del tour promozionale che regista, attori e il complesso degli Stag hanno intrapreso per accompagnarne l'uscita nelle sale: a precedere la proiezione, un concerto che vede come cantante la sorprendente, bravissima Maria Roveran, una ragazza dolcissima e sensibile, tanto minuta e delicata quanto piena d'energia e talento, autrice e interprete, peraltro, dei due pezzi di colonna sonora in veneto (cori degli alpini a parte). Una storia di ordinaria disgregazione sociale e culturale che, dice il Rossetto, potrebbe essere ambientata in qualsiasi periferia del mondo (preciserei dell'Impero Globalizzato), ma che trova nel Veneto sfregiato e divelto dal malinteso e caotico sviluppo degli ultimi trent'anni, che ha nel mito del "lavoro" come nell'ingordigia degli schei il suo carburante, un luogo privilegiato ed emblematico, cui la recitazione in buona parte in dialetto conferisce un significato e un'efficacia particolari. Girata nell'estate del 2012 con location sparse in tutto il Triveneto, da Bolzano a Trieste, ché tanto nella devastazione è diventato pressoché uguale dappertutto, ma epicentro a Villafranca di Verona, in un non-luogo che potrebbe essere ovunque, lungo il Brenta come sulla Pontebbana, la pellicola narra della vicenda di due amiche, Luisa e Renata, cameriere sottopagate di un orrendo albergo che sembra un'escrescenza tumorale in un paesaggio già butterato da sconcezze inqualificabili, che escogitano un sistema per ricattare un maniaco sessuale e ottenere così del denaro per scappare dal paese in cui vivono. Luisa, solare, disinibita, estroversa è fidanzata con Bilal, un immigrato albanese, all'insaputa del padre indipendentista e razzista, e si fa guardare, tenendo all'oscuro il ragazzo, mentre fanno sesso dall'uomo con cui Renata ha una relazione a pagamento ed è quest'ultima che lo fotografa nella sua attività di guardone per ricattarlo, vendicando al contempo una violenza subita. Il tutto nel quadro di una realtà squallida, resa magistralmente dalla mano del documentarista di razza (magistrali le ripetute riprese dall'elicottero, sui luoghi della scena), con famiglie slabbrate ed esauste, comizi e feste paesane di razzisti e secessionisti ben radicati nel territorio, essendo la rabbia verso lo straniero la valvola di sfogo perfetta per l'insoddisfazione, il vuoto e la mai placata fame di quattrini. La narrazione avviene in modo ellittico, come ha confermato Rossetto, e la sensazione, voluta e riuscita, è quella di un costante lieve sfasamento che ha come effetto quello di accumulare una tensione sotterranea nello spettatore, di inquietudine strisciante che viene paradossalmente stemperata da un finale aperto a ogni soluzione ma non per questo liberatorio né consolatorio. Il film, che merita un plauso e una attenzione particolare, descrive perfettamente una terra che ha perso la sua identità che, alla disperata ricerca di un suo sostituto, si rifugia in un indipendentismo velleitario senza radici culturali né giustificazioni che non siano la brama di quattrini: nemmeno la chiesa, altro non-luogo, l'ennesimo inquietante obbrobrio architettonico, è in grado di dare risposte, meno che mai un certo tipico bigottismo e un padre afasico, reso con grande efficacia da Mirko Artuso, a una ragazza come Luisa (una perfetta e potente Maria Roveran, molto più che una promessa), che è alla ricerca di uno sbocco, di un futuro, quale che sia, anche se fosse soltanto per motivi ormonali. E' lei l'unica a crescere ed evolversi nel corso della vicenda sempre più tesa, non l'amica, introversa e incattivita, attraverso il rapporto con Bilal, di cui pure ha tradito la fiducia, e quello che alla fine riesce a instaurare con la madre, altra ottima interpretazione da parte di Luisa Mascino. Alla fine della proiezione di questo film, che per essere duro non necessita di scene di violenza, perché questa è già nelle cose e negli animi, ll regista, il produttore e i due interpreti principali, la Roveran e Vladimir Doda, attore albanese che parla un italiano esemplare, tutti estremamente disponibili, si sono intrattenuti a lungo col pubblico, in realtà piuttosto scarso nell'occasione: il mio augurio è che accorra numeroso a vedere come è ridotta miseramente la "Piccola patria", anche se è una di quelle cose che fanno male.
Felice esordio alla regìa nel cinema di finzione, come lo definisce lui stesso, di Alessandro Rossetto, finora apprezzato documentarista, che ha presentato mercoledì sera al "Visionario" di Udine questo film notevole, cui è impossibile rimanere indifferenti, seconda tappa del tour promozionale che regista, attori e il complesso degli Stag hanno intrapreso per accompagnarne l'uscita nelle sale: a precedere la proiezione, un concerto che vede come cantante la sorprendente, bravissima Maria Roveran, una ragazza dolcissima e sensibile, tanto minuta e delicata quanto piena d'energia e talento, autrice e interprete, peraltro, dei due pezzi di colonna sonora in veneto (cori degli alpini a parte). Una storia di ordinaria disgregazione sociale e culturale che, dice il Rossetto, potrebbe essere ambientata in qualsiasi periferia del mondo (preciserei dell'Impero Globalizzato), ma che trova nel Veneto sfregiato e divelto dal malinteso e caotico sviluppo degli ultimi trent'anni, che ha nel mito del "lavoro" come nell'ingordigia degli schei il suo carburante, un luogo privilegiato ed emblematico, cui la recitazione in buona parte in dialetto conferisce un significato e un'efficacia particolari. Girata nell'estate del 2012 con location sparse in tutto il Triveneto, da Bolzano a Trieste, ché tanto nella devastazione è diventato pressoché uguale dappertutto, ma epicentro a Villafranca di Verona, in un non-luogo che potrebbe essere ovunque, lungo il Brenta come sulla Pontebbana, la pellicola narra della vicenda di due amiche, Luisa e Renata, cameriere sottopagate di un orrendo albergo che sembra un'escrescenza tumorale in un paesaggio già butterato da sconcezze inqualificabili, che escogitano un sistema per ricattare un maniaco sessuale e ottenere così del denaro per scappare dal paese in cui vivono. Luisa, solare, disinibita, estroversa è fidanzata con Bilal, un immigrato albanese, all'insaputa del padre indipendentista e razzista, e si fa guardare, tenendo all'oscuro il ragazzo, mentre fanno sesso dall'uomo con cui Renata ha una relazione a pagamento ed è quest'ultima che lo fotografa nella sua attività di guardone per ricattarlo, vendicando al contempo una violenza subita. Il tutto nel quadro di una realtà squallida, resa magistralmente dalla mano del documentarista di razza (magistrali le ripetute riprese dall'elicottero, sui luoghi della scena), con famiglie slabbrate ed esauste, comizi e feste paesane di razzisti e secessionisti ben radicati nel territorio, essendo la rabbia verso lo straniero la valvola di sfogo perfetta per l'insoddisfazione, il vuoto e la mai placata fame di quattrini. La narrazione avviene in modo ellittico, come ha confermato Rossetto, e la sensazione, voluta e riuscita, è quella di un costante lieve sfasamento che ha come effetto quello di accumulare una tensione sotterranea nello spettatore, di inquietudine strisciante che viene paradossalmente stemperata da un finale aperto a ogni soluzione ma non per questo liberatorio né consolatorio. Il film, che merita un plauso e una attenzione particolare, descrive perfettamente una terra che ha perso la sua identità che, alla disperata ricerca di un suo sostituto, si rifugia in un indipendentismo velleitario senza radici culturali né giustificazioni che non siano la brama di quattrini: nemmeno la chiesa, altro non-luogo, l'ennesimo inquietante obbrobrio architettonico, è in grado di dare risposte, meno che mai un certo tipico bigottismo e un padre afasico, reso con grande efficacia da Mirko Artuso, a una ragazza come Luisa (una perfetta e potente Maria Roveran, molto più che una promessa), che è alla ricerca di uno sbocco, di un futuro, quale che sia, anche se fosse soltanto per motivi ormonali. E' lei l'unica a crescere ed evolversi nel corso della vicenda sempre più tesa, non l'amica, introversa e incattivita, attraverso il rapporto con Bilal, di cui pure ha tradito la fiducia, e quello che alla fine riesce a instaurare con la madre, altra ottima interpretazione da parte di Luisa Mascino. Alla fine della proiezione di questo film, che per essere duro non necessita di scene di violenza, perché questa è già nelle cose e negli animi, ll regista, il produttore e i due interpreti principali, la Roveran e Vladimir Doda, attore albanese che parla un italiano esemplare, tutti estremamente disponibili, si sono intrattenuti a lungo col pubblico, in realtà piuttosto scarso nell'occasione: il mio augurio è che accorra numeroso a vedere come è ridotta miseramente la "Piccola patria", anche se è una di quelle cose che fanno male.
giovedì 10 aprile 2014
OtHello, la H è muta...
"Oblivion - OtHello, la H è muta..." Con Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda e Fabio Vagnarelli. Al piano Denis Biancucci. Regia di Gioele Dix, testi di Davide Calabrese e Lorenzo Scuda, musiche di Lorenzo Scuda, consulenza registica di Giorgio Gallione. Produzione "Il Rossetti"- Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Bags Live e Malguion srl. Al Teatro Verdi di Maniago l'8 aprile, ultima rappresentazione stagionale.
Si sono concluse martedì in Friuli, con sala gremita, applausi a scena aperta, pubblico soddisfatto al "Verdi"di Maniago, le repliche, almeno per questa stagione, dell'ultimo spettacolo concepito e messo in scena dall'affiatatissimo e frizzante gruppo bolognese, che si conferma assai valido nella proposta di un divertimento intelligente, compendio di musical, tormentoni, citazioni dotte, gag irresistibili, riferimenti all'attualità, dove non manca un intento didascalico. Qui, per la celebrazione del bicentenario della nascita di Verdi e Wagner, si mettono a confronto in modo scherzoso e arguto due versioni della storia del celebre Moro veneziano, quella di Arrigo Boito, musicata dal maestro parmense, e quella di Shakespeare, attualizzandole senza stravolgerne il senso e mettendone in bocca le parole a personaggi e "interpreti" contemporanei, da Vasco Rossi a Ligabue a Little Tony a Gianna Nannini e perfino il Dario Fo desacralizzato e sbeffeggiato per l'occasione, solo per fare degli esempi, e il tutto procede con un ritmo incalzante e senza tempi morti, come in un ingranaggio perfetto. Il senso del tempo e quello del ritmo, oltre a un'ironia apparentemente bonaria ma di precisione chirurgica, all'occorrenza, il marchio di fabbrica degli Oblivion oltre alle non indifferenti doti musicali e canore. Di queste, un saggio esilarante nel bis, una "Ave Maria" di Schubert in versione remix, anni Settanta, di cui qui avete un esempio tratto da una loro visita a Radio Deejay. Ad accompagnare il quintetto il pianista Denis Biancucci, che si integra alla perfezione con il resto del gruppo, e si conferma professionale e divertita al contempo la regia di Gioele Dix. Successo meritato e un arrivederci a presto.
martedì 8 aprile 2014
Descamisado fanfarrón
Sono trascorsi meno di due mesi da quando Renzie salì al Colle per ricevere da Sua Maestà Giorgio Napolitano I° l'incarico di formare il governo e in quell'occasione, presentando la sua piattaforma, illustrò la road map per cambiare radicalmente l'Italia: una riforma al mese, ricordate? "Entro il mese di febbraio un lavoro urgente sulle riforme costituzionali ed elettorali.da portare all'attenzione del Parlamento e da subito dopo, nei mesi successivi, immediatamente nel mese di marzo la questione del lavoro, nel mese di aprile la riforma della Pubblica amministrazione e nel mese di maggio quella del fisco". Lo stato dell'arte lo riassume il fondo di Marco Travaglio sul FQ in edicola stamattina, con la rievocazione di un editoriale di Montanelli che dipingeva alla perfezione l'eterna propensione degli italiani ad affidarsi all'Uomo della provvidenza in grado di salvare la baracca e risolvere tutti i problemi del Paese se solo lo si lasciasse lavorare però libero da lacci e lacciuoli: i riferimenti al mussoliniano "non disturbate il manovratore" ed ai suoi emuli nonché discendenti in linea diretta Craxi e Berlusconi non sono assolutamente casuali. A vedere questo Fregoli della politica affetto da logorrea inarrestabile, nonché da una voce fastidiosamente chioccia e petulante, spuntare inopinatamente a qualsiasi ora della giornata dai teleschermi, dalle pagine dei giornali e dei social media, sbracciandosi instancabilmente, posseduto da un ipercinetismo immotivato che più che Marinetti richiama alla memoria Cretinetti, a me torna alla mente sempre con angoscia la triste sorte del Paese che considero la mia seconda patria, quantomeno elettiva, l'Argentina. Paese spaventosamente simile al nostro e sistematicamente ignorato dalla nostra informazione monodimensionale, a meno che non si tratti di Maradona, di puttane d'importazione trasformate in starlette televisive e regine del gossip e di tango posticcio diventato effimeramente di moda perfino nei circuiti pseudo-alternativi, benché una buona metà dei suoi abitanti sia d'origine italiana: o forse proprio in ragione di ciò. L'Argentina è seriamente a rischio di tracollo una seconda volta dopo il collasso di inizio millennio, e da dieci anni è nuovamente vittima di una forma di cancro da cui non riesce a liberarsi: il peronismo, (da noi è il fascio-cattocomunismo) questa volta nella versione K(irchner), e ancora una volta per via dinastica o, meglio di vedovanza: Cristina Fernández succeduta a Nestor Kirchner così come 40 anni fa Isabel Martínez a Juán Domingo Perón. Uguali, di qua e di là dell'Atlantico, l'inettitudine, corruzione e arrogante stupidità del ceto politico e dirigente in generale, identici le schiere di intellettuali organicamente complici, uguali i corifei dell'informazione di regime, benché nel complesso di là meno conformista nonostante la perniciosa ley de medios che la pone sotto controllo del governo con il pretesto di renderla accessibile a tutti e quindi democratizzandola a suo uso e consumo: ma l'Italia, come diceva già ai suoi tempi il mai abbastanza rimpianto Sergio Saviane, non c'è alcun bisogno di un Minculpop perché il giornalista nostrano si autucensura, salvo rare eccezioni, volontariamente. Così come non c'è bisogno di repressione e minacce per tenere calma la stragrande maggioranza della popolazione: basta la promessa dell'ennesimo miracolo, o anche solo quella di un'elemosina di 80 € in busta paga. Però dopo le elezioni europee, va da sé. Forse. O forse che no.
sabato 5 aprile 2014
Yves Saint Laurent
"Yves Saint Laurent" di Jalil Lespert. Con Pierre Niney, Guillaume Gallienne, Charlotte Lebonne, Laura Smet, Marie de Villepin, Nikolai Kinski, Anne Alvaro e altri. Francia 2014 ★★★½
Buon film biografico che racconta efficacemente e senza giudicarla la tormentata vita, tra luci e ombre, di una personalità complessa e introversa come quella di Yves Saint Laurent, artista a tutto tondo che ha rivoluzionato, agli inizi degli anni Sessanta, un mondo paludato e ingessato come quello dell'alta moda. Voce narrante è Pierre Bergé, ottimamente interpretato da Giullaume Gallienne, mentore, manager e compagno di vita di Yves Saint Laurent, cui dà vita, con tutti i suoi tic e le sue ritrosie, Pierre Niney, anche lui attore della prestigiosa Comédie Française e, come Gallienne, straordinariamente somigliante all'originale. Chiamato a dirigere la Maison Dior alla morte del fondatore nel 1957, a soli 21 anni, il giovane disegnatore franco-algerino, originario di Orano, si mette in luce alla presentazione della prima collezione personale che ha subito un grande successo, ma venne licenziato tre anni dopo quando fu ricoverato per una crisi maniaco depressiva in occasione del richiamo alle armi durante la guerra d'Algeria. Fu in quell'occasione che iniziò il sodalizio anche lavorativo con Bergé, che prendendolo sotto la sua ala protettrice per il resto della sua esistenza si occupava di tutti gli aspetto pratici e comunque lontani dalla personalità artistica di Yves, consentendogli di riversare tutte le sue energie nella creatività e nell'invenzione delle sue realizzazioni sempre più innovative e spesso anticipatrici. Fu una vita di eccessi, quella di Yves, parallela a quelle delle rock star più "maledette", in sintonia con un decennio di cambiamenti epocali e agitata da fermenti di ogni genere come quello degli anni Sessanta e quello successivo, quando si consolida la griffe YSL che si lancia, tra le prime, anche nel prêt-à-porter inaugurando negozi con il proprio marchio, e la pellicola ci mostra non solo l'evoluzione artistica e lavorativa del personaggio e della casa che fu tutt'uno con lui, ma anche quella personale, del suo rapporto di totale complementarietà con Bergé, fatto anche di tradimenti reciproci ma che resistette fino all'ultimo; quello di affetto profondo ma anche litigioso con l'amica, confidente e modella preferita, Victoria; quelli conflittuali, nonostante l'apparenza, con la famiglia d'origine e la madre in particolare; quelli di amicizia, più o meno interessata; quindi con l'ambiente sia modaiolo sia intellettuale e dello spettacolo, nonché i problemi con alcol, droghe, psicofarmaci; il suo profondo legame con la terra nativa, il Maghreb, sempre fonte di ispirazione per i suoi colori e le sue forme, e non potevano mancare le riprese nella incantevole Villa Majorelle che YSL fece costruire a Marrakech, tutt'ora visitabile. Una pellicola valida, ben girata, che fa conoscere gli aspetti oscuri di un mondo apparentemente fulgido e spensierato, mai agiografica. YSL non è mai mostrato negli ultimi anni, quelli del totale decadimento fisico, in cui appariva devastato dagli stravizi e dalle malattie, forse per una forma di rispetto, mentre Bergé sì. Ecco: rispetto, affetto però mai ruffianeria: questo l'atteggiamento del regista, anche lui di origine algerina, nei confronti del suo celebre conterraneo. Ritratto di artista, di uomo ma anche di una società e specchio di un'epoca vitale.
Buon film biografico che racconta efficacemente e senza giudicarla la tormentata vita, tra luci e ombre, di una personalità complessa e introversa come quella di Yves Saint Laurent, artista a tutto tondo che ha rivoluzionato, agli inizi degli anni Sessanta, un mondo paludato e ingessato come quello dell'alta moda. Voce narrante è Pierre Bergé, ottimamente interpretato da Giullaume Gallienne, mentore, manager e compagno di vita di Yves Saint Laurent, cui dà vita, con tutti i suoi tic e le sue ritrosie, Pierre Niney, anche lui attore della prestigiosa Comédie Française e, come Gallienne, straordinariamente somigliante all'originale. Chiamato a dirigere la Maison Dior alla morte del fondatore nel 1957, a soli 21 anni, il giovane disegnatore franco-algerino, originario di Orano, si mette in luce alla presentazione della prima collezione personale che ha subito un grande successo, ma venne licenziato tre anni dopo quando fu ricoverato per una crisi maniaco depressiva in occasione del richiamo alle armi durante la guerra d'Algeria. Fu in quell'occasione che iniziò il sodalizio anche lavorativo con Bergé, che prendendolo sotto la sua ala protettrice per il resto della sua esistenza si occupava di tutti gli aspetto pratici e comunque lontani dalla personalità artistica di Yves, consentendogli di riversare tutte le sue energie nella creatività e nell'invenzione delle sue realizzazioni sempre più innovative e spesso anticipatrici. Fu una vita di eccessi, quella di Yves, parallela a quelle delle rock star più "maledette", in sintonia con un decennio di cambiamenti epocali e agitata da fermenti di ogni genere come quello degli anni Sessanta e quello successivo, quando si consolida la griffe YSL che si lancia, tra le prime, anche nel prêt-à-porter inaugurando negozi con il proprio marchio, e la pellicola ci mostra non solo l'evoluzione artistica e lavorativa del personaggio e della casa che fu tutt'uno con lui, ma anche quella personale, del suo rapporto di totale complementarietà con Bergé, fatto anche di tradimenti reciproci ma che resistette fino all'ultimo; quello di affetto profondo ma anche litigioso con l'amica, confidente e modella preferita, Victoria; quelli conflittuali, nonostante l'apparenza, con la famiglia d'origine e la madre in particolare; quelli di amicizia, più o meno interessata; quindi con l'ambiente sia modaiolo sia intellettuale e dello spettacolo, nonché i problemi con alcol, droghe, psicofarmaci; il suo profondo legame con la terra nativa, il Maghreb, sempre fonte di ispirazione per i suoi colori e le sue forme, e non potevano mancare le riprese nella incantevole Villa Majorelle che YSL fece costruire a Marrakech, tutt'ora visitabile. Una pellicola valida, ben girata, che fa conoscere gli aspetti oscuri di un mondo apparentemente fulgido e spensierato, mai agiografica. YSL non è mai mostrato negli ultimi anni, quelli del totale decadimento fisico, in cui appariva devastato dagli stravizi e dalle malattie, forse per una forma di rispetto, mentre Bergé sì. Ecco: rispetto, affetto però mai ruffianeria: questo l'atteggiamento del regista, anche lui di origine algerina, nei confronti del suo celebre conterraneo. Ritratto di artista, di uomo ma anche di una società e specchio di un'epoca vitale.
mercoledì 2 aprile 2014
Goli Otok - Isola della libertà
"Goli Otok - Isola della libertà" di Renato Sarti. Regia e interpretazione di Elio De Capitani e Renato Sarti. Musiche di Carlo Boccadoro, luci di Nando Frigerio. Produzione Teatro dell'Elfo in collaborazione con Teatro della Cooperativa. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 13 aprile.
Ha preso corpo la versione definitiva ed è stata rappresentata ieri sera quella che il suo autore, Renato Sarti, ha voluto chiamare "lettura scenica", nata da una sua idea dopo aver letto qualche anno fa il libro "Goli Otok - Ritorno all'isola Calva" in cui il giornalista napoletano-fiumano Giacomo Scotti svelò l'esistenza del "Gulag di Tito", riservato a comunisti dissidenti che nel 1948 non condivisero la scelta del maresciallo di rompere col Cominform, tra cui centinaia di Italiani, tra cui molti operai dei cantieri di Monfalcone che, dopo la guerra, emigrarono in Jugoslavia con l'intenzione di "costruire il socialismo". In quel libro si trovava anche la testimonianza di Aldo Juretich, studente di medicina e militante comunista fiumano, il quale vi fu rinchiuso per due anni e che in seguito si trasferì in Italia, a Monza. Dai colloqui tra Sarti e Juretich nacque un testo che venne rappresentato per la prima volta al Mittelfest di Cividale nel 2011 insieme a De Capitani e ripreso all'Elfo nell'autunno due due anni fa in una versione ancora in fieri. La rappresentazione vede in scena Sarti nelle vesti di un medico, anche lui d'origine croata, o meglio "meticcia", come precisa l'interlocutore, che va a trovare Aldo, scomparso da pochi anni, cui da voce Elio De Capitani, e ha una lunga e intensa conversazione con lui. Una voce forte, chiara, espressione di una coscienza e intelligenza lucida e sempre profondamente umana, che non ha mai abbandonato gli ideali di solidarietà, fratellanza e giustizia sociale che lo mossero da giovane nonostante lo abbiano condotto al suo calvario e che pur condannando le atrocità di chi mise in atto la persecuzione contro gli ex "compagni", trova sempre un motivo di comprensione. Una testimonianza agghiacciante su un sistema che, attraverso l'annientamento della personalità, la disumanizzazione, pretendeva di "rieducare", sostanzialmente per mezzo della delazione e della denuncia di amici, famigliari, compagni. Aldo sopravvisse all'inferno di Goli Otok, ma si ritrovò isolato ancora una volta anche in seguito, prigioniero questa volta dell'isolamento in cui si trovava a vivere: visto come un appestato da chi sapeva della sua vicenda, come un fantasma da chi si rifiutava di vedere e sapere, infine di sé stesso, volutamente autoisolato per non compromettere persone care: un incubo che sarebbe durato tutta la vita, benché Aldo racconti la sua storia anche con una certa leggerezza, ironia, abbondando in citazioni letterarie e filosofiche. Uo spettacolo potente, toccante, intensissimo quanto scarno ed essenziale, esempio perfetto di teatro civile prima ancora che "politico". Decisamente teatro necessario. Sala gremita, applausi scroscianti, presente anche la moglie di Aldo, Ada Juretich, e attraverso l'intensissima interpretazione di Elio De Capitani, anche lui in persona, sicuramente più vivo, in questi tempi di anestetizzazione collettiva, di tanti grotteschi epigoni delle vicende della sinistra nostrana, che pure si agitano smaniosi sul palcoscenico della politica-spettacolo.
Ha preso corpo la versione definitiva ed è stata rappresentata ieri sera quella che il suo autore, Renato Sarti, ha voluto chiamare "lettura scenica", nata da una sua idea dopo aver letto qualche anno fa il libro "Goli Otok - Ritorno all'isola Calva" in cui il giornalista napoletano-fiumano Giacomo Scotti svelò l'esistenza del "Gulag di Tito", riservato a comunisti dissidenti che nel 1948 non condivisero la scelta del maresciallo di rompere col Cominform, tra cui centinaia di Italiani, tra cui molti operai dei cantieri di Monfalcone che, dopo la guerra, emigrarono in Jugoslavia con l'intenzione di "costruire il socialismo". In quel libro si trovava anche la testimonianza di Aldo Juretich, studente di medicina e militante comunista fiumano, il quale vi fu rinchiuso per due anni e che in seguito si trasferì in Italia, a Monza. Dai colloqui tra Sarti e Juretich nacque un testo che venne rappresentato per la prima volta al Mittelfest di Cividale nel 2011 insieme a De Capitani e ripreso all'Elfo nell'autunno due due anni fa in una versione ancora in fieri. La rappresentazione vede in scena Sarti nelle vesti di un medico, anche lui d'origine croata, o meglio "meticcia", come precisa l'interlocutore, che va a trovare Aldo, scomparso da pochi anni, cui da voce Elio De Capitani, e ha una lunga e intensa conversazione con lui. Una voce forte, chiara, espressione di una coscienza e intelligenza lucida e sempre profondamente umana, che non ha mai abbandonato gli ideali di solidarietà, fratellanza e giustizia sociale che lo mossero da giovane nonostante lo abbiano condotto al suo calvario e che pur condannando le atrocità di chi mise in atto la persecuzione contro gli ex "compagni", trova sempre un motivo di comprensione. Una testimonianza agghiacciante su un sistema che, attraverso l'annientamento della personalità, la disumanizzazione, pretendeva di "rieducare", sostanzialmente per mezzo della delazione e della denuncia di amici, famigliari, compagni. Aldo sopravvisse all'inferno di Goli Otok, ma si ritrovò isolato ancora una volta anche in seguito, prigioniero questa volta dell'isolamento in cui si trovava a vivere: visto come un appestato da chi sapeva della sua vicenda, come un fantasma da chi si rifiutava di vedere e sapere, infine di sé stesso, volutamente autoisolato per non compromettere persone care: un incubo che sarebbe durato tutta la vita, benché Aldo racconti la sua storia anche con una certa leggerezza, ironia, abbondando in citazioni letterarie e filosofiche. Uo spettacolo potente, toccante, intensissimo quanto scarno ed essenziale, esempio perfetto di teatro civile prima ancora che "politico". Decisamente teatro necessario. Sala gremita, applausi scroscianti, presente anche la moglie di Aldo, Ada Juretich, e attraverso l'intensissima interpretazione di Elio De Capitani, anche lui in persona, sicuramente più vivo, in questi tempi di anestetizzazione collettiva, di tanti grotteschi epigoni delle vicende della sinistra nostrana, che pure si agitano smaniosi sul palcoscenico della politica-spettacolo.
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