Bersani: "un cretino con lampi di imbecillità". © Ennio Flaiano, rivisitato da Massimo Rocca.
giovedì 18 aprile 2013
mercoledì 17 aprile 2013
Il volto di un'altra
"Il volto di un'altra" di Pappi Corsicato. Con Laura Chiatti, Alessandro Preziosi, Lino Guanciale, Iaia Forte, Angela Goodwin. Italia 2011 ★
Non finisce di convincermi, questo regista presentato come "l'Almodóvar italiano" (paragone irrispettoso per Pedro el manchego), che qui mi sembra fare un passo indietro persino rispetto a "Il seme della discordia" che aveva in sé quantomeno l'originalità dello spunto, una gravidanza misteriosa, opera di un qualche Spirito Santo. "L'idea che mi sono fatto di una serie di sketch pubblicitari montati un po' a caso, viene suffragata dalla ambientazione palesemente falsa, in una realtà di plastica. In sostanza non ho capito il senso dell'operazione, oltre a una serie infinita di citazioni e ammiccamenti all'ambiente cinematografaro e cinephile. Una masturbazione gentile e senza martellamento sui coglioni, che non produce danni, ma tutto lì", avevo scritto all'epoca e potrei ripetere il giudizio finale, salvo eliminare il "senza martellamento" riferito alla masturbazione e sostituire l'espressione "ambiente cinematografaro" con "l'ambiente televisivo", ruotando la vicenda attorno a Bella, la conduttrice di uno di quegli osceni programmi che prevedono interventi di chirurgia estetica per migliorare le fattezze dei beceri partecipanti/spettatori, sposata con l'autore stesso dei ritocchi che è anche proprietario di una clinica in Alto Adige/Südtirol (che ha dolosamente finanziato il film) il quale sta navigando in cattive acque finanziarie. Le quotazioni di Bella, il cui volto ha ormai stancato il pubblico secondo il principale sponsor del programma, sono anch'esse in ribasso e viene licenziata, ma un incidente automobilistico grottesco, che la lascia sostanzialmente illesa, fa germogliare a questa coppia di arrivisti sfrenati l'idea per tornare al centro dell'attenzione proponendo un intervento in diretta per cambiare il volto della showgirl, che accampa una inesistente deturpazione del viso. Il tutto in mezzo a un mare di luoghi comuni, giochi di parole e sbertucciamenti dei fanatici del wellness e dell'eterna giovinezza, che però più che esprimersi in satira feroce si tramuta in carezze e perfino in strizzate d'occhio, anche quando si riscatta con la scena di una tubazione che esplode e irrora di merda il parterre di mummie clienti della clinica che assiste alla trasmissione dell'operazione in diretta (che poi salta perché Bella, in un momento di estemporaneo rinsavimento, scappa sul Mercedes nero, e dagli con la pubblicità per niente occulta che nei lavori di Corsicato è una costante insopportabile). Plastificati come il film sono gli interpreti principali, più televisivi che mai, inguardabile la Chiatti (di nome e di fatto, a parte il naso), che almeno nei film potrebbe coprire i tatuaggi puttaneschi che sfoggia dal vero, del tutto incapaci di recitare salvo la caratterista di fiducia di Corsicato, Iaia Forte. Per fortuna il film dura meno di un'ora e mezzo, anche se la tentazione di uscire dalla sala mi è venuta già dopo una ventina di minuti.
Non finisce di convincermi, questo regista presentato come "l'Almodóvar italiano" (paragone irrispettoso per Pedro el manchego), che qui mi sembra fare un passo indietro persino rispetto a "Il seme della discordia" che aveva in sé quantomeno l'originalità dello spunto, una gravidanza misteriosa, opera di un qualche Spirito Santo. "L'idea che mi sono fatto di una serie di sketch pubblicitari montati un po' a caso, viene suffragata dalla ambientazione palesemente falsa, in una realtà di plastica. In sostanza non ho capito il senso dell'operazione, oltre a una serie infinita di citazioni e ammiccamenti all'ambiente cinematografaro e cinephile. Una masturbazione gentile e senza martellamento sui coglioni, che non produce danni, ma tutto lì", avevo scritto all'epoca e potrei ripetere il giudizio finale, salvo eliminare il "senza martellamento" riferito alla masturbazione e sostituire l'espressione "ambiente cinematografaro" con "l'ambiente televisivo", ruotando la vicenda attorno a Bella, la conduttrice di uno di quegli osceni programmi che prevedono interventi di chirurgia estetica per migliorare le fattezze dei beceri partecipanti/spettatori, sposata con l'autore stesso dei ritocchi che è anche proprietario di una clinica in Alto Adige/Südtirol (che ha dolosamente finanziato il film) il quale sta navigando in cattive acque finanziarie. Le quotazioni di Bella, il cui volto ha ormai stancato il pubblico secondo il principale sponsor del programma, sono anch'esse in ribasso e viene licenziata, ma un incidente automobilistico grottesco, che la lascia sostanzialmente illesa, fa germogliare a questa coppia di arrivisti sfrenati l'idea per tornare al centro dell'attenzione proponendo un intervento in diretta per cambiare il volto della showgirl, che accampa una inesistente deturpazione del viso. Il tutto in mezzo a un mare di luoghi comuni, giochi di parole e sbertucciamenti dei fanatici del wellness e dell'eterna giovinezza, che però più che esprimersi in satira feroce si tramuta in carezze e perfino in strizzate d'occhio, anche quando si riscatta con la scena di una tubazione che esplode e irrora di merda il parterre di mummie clienti della clinica che assiste alla trasmissione dell'operazione in diretta (che poi salta perché Bella, in un momento di estemporaneo rinsavimento, scappa sul Mercedes nero, e dagli con la pubblicità per niente occulta che nei lavori di Corsicato è una costante insopportabile). Plastificati come il film sono gli interpreti principali, più televisivi che mai, inguardabile la Chiatti (di nome e di fatto, a parte il naso), che almeno nei film potrebbe coprire i tatuaggi puttaneschi che sfoggia dal vero, del tutto incapaci di recitare salvo la caratterista di fiducia di Corsicato, Iaia Forte. Per fortuna il film dura meno di un'ora e mezzo, anche se la tentazione di uscire dalla sala mi è venuta già dopo una ventina di minuti.
lunedì 15 aprile 2013
Onorevole? Ma mi faccia il piacere!
Mentre un ceto politico sputtanato in generale, e quello del partito più rappresentato in Parlamento in particolare, in piena nevrosi quirinalizia sta dando di sé uno spettacolo indecente, mi fa piacere ricordare un grandissimo artista e un vero signore che con grande rimpianto ci ha lasciato anzitempo esattamente 46 anni fa: Antonio De Curtis detto Totò.
sabato 13 aprile 2013
La città ideale
"La città ideale" di Luigi Lo Cascio. Con Luigi Lo Cascio, Catrinel Marlon, Luigi Maria Burruano, Massimo Foschi, Alfonso Santagata, Aida Burruano. Roberto Herlitzka, Manuel Zicarelli. Italia 2012 ★★★★
E' un intenso noir "metafisico" e allo stesso un film di coerente impegno civile quello che segna l'esordio alla regia di Luigi Lo Cascio, ex giovane attore tra i migliori della sua generazione, che si conferma nella sua maturità anche come autore, e centellina le sue apparizioni sul grande schermo rifiutandosi di seguire l'onda. Metafisico perché mi hanno richiamato alla mente le atmosfere che sapevano creare Borges e Bioy Casares, due geni del fantastico-poliziesco, genere che notoriamente si presta sia all'esercizio mentale sia a descrivere i vizi e storture delle società in cui si svolgono, descrivendole spesso con più efficacia e immediatezza di un saggio antropo-sociologico. Ed è quello che fa questo bel film, ambientato a Siena: quella in cui si è trasferito l'architetto palermitano Michele Grassadonia, interpretato da Lo Cascio, che la ritiene la "città ideale" (anche perché vi ha sede il Monte dei Paschi, che ha generosamente finanziato il film: una delle più lodevoli iniziative recenti della nobile banca decaduta), un personaggio eccentrico, ambientalista integralista che per la sua pignola e quasi ossessiva osservanza delle regole si rende inviso perfino ai suoi collaboratori. Questa maniacale osservanza delle regole la applica anche a sé stesso e lo precipita in un incubo giudiziario degno del "Processo" di Kafka quando in una notte di pioggia battente ha un lieve incidente d'auto urtando contro un altro automezzo e forse contro un oggetto sconosciuto e successivamente, dopo qualche chilometro, rinviene un corpo in mezzo alla strada, scopre che si tratta di un uomo (un maggiorente della città) che respira ancora e dà l'allarme. Da questo momento in poi, da salvatore diventa indagato e infine accusato di omicidio, cadendo nella trappola di una giustizia solo formale che non è alla ricerca della verità ma di un'interpretazione verosimile e di una "soluzione", qualunque essa sia, che stia in piedi adeguandosi a degli schemi puramente astratti; ma sperimenta anche l'ipocrisia e il cinismo dei vari ambienti con cui entra in contatto, a cominciare da quello dei suoi colleghi, della cui vendetta diviene oggetto, per finire alla logica dell'"inciucio" che caratterizza la gestione di ogni potere. E', alla fine, una storia di emarginazione e di incomprensione del "diverso" (non solo Michele, ma anche quella che diventerà l'inquilina dell'appartamento che, per mancanza di fondi, sarà costretto ad affittare) rispetto alla mentalità di compromesso dominante, che si chiude con una magistrale "lezione di vita" (e di furbesco e cinico adattamento alla "realtà" da parte dell'avvocato in odor di mafia attivo nella natìa Palermo a cui lo convince di rivolgersi la madre di Michele, personaggi questi interpretati dai due Burruano, grandissimi attori così come Santagata (il procuratore) e Foschi (l'avvocato dei VIP senese) che accompagnano degnamente Lo Cascio in questa avventura: sia mai che il cinema italiano abbia trovato un erede di Francesco Rosi...
E' un intenso noir "metafisico" e allo stesso un film di coerente impegno civile quello che segna l'esordio alla regia di Luigi Lo Cascio, ex giovane attore tra i migliori della sua generazione, che si conferma nella sua maturità anche come autore, e centellina le sue apparizioni sul grande schermo rifiutandosi di seguire l'onda. Metafisico perché mi hanno richiamato alla mente le atmosfere che sapevano creare Borges e Bioy Casares, due geni del fantastico-poliziesco, genere che notoriamente si presta sia all'esercizio mentale sia a descrivere i vizi e storture delle società in cui si svolgono, descrivendole spesso con più efficacia e immediatezza di un saggio antropo-sociologico. Ed è quello che fa questo bel film, ambientato a Siena: quella in cui si è trasferito l'architetto palermitano Michele Grassadonia, interpretato da Lo Cascio, che la ritiene la "città ideale" (anche perché vi ha sede il Monte dei Paschi, che ha generosamente finanziato il film: una delle più lodevoli iniziative recenti della nobile banca decaduta), un personaggio eccentrico, ambientalista integralista che per la sua pignola e quasi ossessiva osservanza delle regole si rende inviso perfino ai suoi collaboratori. Questa maniacale osservanza delle regole la applica anche a sé stesso e lo precipita in un incubo giudiziario degno del "Processo" di Kafka quando in una notte di pioggia battente ha un lieve incidente d'auto urtando contro un altro automezzo e forse contro un oggetto sconosciuto e successivamente, dopo qualche chilometro, rinviene un corpo in mezzo alla strada, scopre che si tratta di un uomo (un maggiorente della città) che respira ancora e dà l'allarme. Da questo momento in poi, da salvatore diventa indagato e infine accusato di omicidio, cadendo nella trappola di una giustizia solo formale che non è alla ricerca della verità ma di un'interpretazione verosimile e di una "soluzione", qualunque essa sia, che stia in piedi adeguandosi a degli schemi puramente astratti; ma sperimenta anche l'ipocrisia e il cinismo dei vari ambienti con cui entra in contatto, a cominciare da quello dei suoi colleghi, della cui vendetta diviene oggetto, per finire alla logica dell'"inciucio" che caratterizza la gestione di ogni potere. E', alla fine, una storia di emarginazione e di incomprensione del "diverso" (non solo Michele, ma anche quella che diventerà l'inquilina dell'appartamento che, per mancanza di fondi, sarà costretto ad affittare) rispetto alla mentalità di compromesso dominante, che si chiude con una magistrale "lezione di vita" (e di furbesco e cinico adattamento alla "realtà" da parte dell'avvocato in odor di mafia attivo nella natìa Palermo a cui lo convince di rivolgersi la madre di Michele, personaggi questi interpretati dai due Burruano, grandissimi attori così come Santagata (il procuratore) e Foschi (l'avvocato dei VIP senese) che accompagnano degnamente Lo Cascio in questa avventura: sia mai che il cinema italiano abbia trovato un erede di Francesco Rosi...
giovedì 11 aprile 2013
Parola di mona(tto)
«L'Italia non contagia nessuno»: così il premier Mario Monti replica al commissario Ue agli affari economici e monetari europei, Olli Rehn, che aveva lanciato nuovamente l'allarme sui conti italiani. Dal Corriere della Sera on line, ore 13.03. Parola del presidente della celebre università Bocconi di Milano, fucina di geniali economisti, l'ex editorialista del quotidiano di Via Solferino, il genio della finanza che in un anno e mezzo di governo abusivo non ha azzeccato una previsione, ha sballato definitivamente i conti pubblici ed è riuscito nell'impresa di mandare il debito pubblico al 130,4% del PIL (quello previsto era del 126,1% solo qualche mese fa). Un tipo affidabile: ce l'ha chiesto l'Europa.
I figli della mezzanotte
"I figli della mezzanotte" (Midnight's Children) di Deepa Mehta. Con Satya Bhabha, Shahana Goswani, Shabana Azni, Rajat Kapoor, Seema Biswas e altri. Canada, Gran Bretagna 2012 ★★★★
Tratto dall'omonimo romanzo di Salman Rushdie, che ho amato moltissimo, e sceneggiato dallo stesso scrittore, questo film pieno di vita, suggestioni e colori riesce a evocare l'originale senza tradirlo e senza cadere mai nel folkloristico e nel luogo comune. E' Salman Rushdie stesso che, dando la voce a Shalem Sinai, nato alla mezzanotte del 15 agosto del 1947, al momento stesso in cui l'India proclamò la propria indipendenza, narra le vicende tragicomiche della propria esistenza che diventano così metafora delle vicende della sua patria, per essere precisi delle sue due patrie, perché c'è anche il Pakistan. Shalem, nato da una coppia di musici-mendicanti, viene scambiato nella culla da un'infermiera, convinta di compiere un atto di giustizia sociale, con Shiva, erede di una famiglia benestante, e da lì prende il via un racconto poetico quanto ironico in forma di favola ma anche molto reale e sensuale, ricco di riferimenti filosofici e politici quanto di humour, che scorre piacevolmente lungo due ore e mezzo senza annoiare e senza essere né inutilmente arzigogolato e compiaciuto né scontato. Filo conduttore, la capacità di Shalem di chiamare a raccolta nella propria mente tutti gli altri "figli della mezzanotte", nati come lui nel momento in cui l'India ha riconquistato la propria libertà, e tutti dotati di capacità speciali: chi la forza, chi l'invisibilità, chi di viaggiare nel tempo, ma nessuno con la capacità di autentica empatia nei confronti del prossimo, quasi una sorta di telepatia come il protagonista. Regia impeccabile dell'Indo-canadese Deepa Mehta, lontana dal genere "bollywoodiano" per cui va famosa la cinematografia del subcontinente, benché gli interpreti siano tutti delle stelle di prima grandezza in patria, per un film a mio parere sottovalutato dalla critica e che sembra non raccogliere il successo che si merita, ed è un peccato.
Tratto dall'omonimo romanzo di Salman Rushdie, che ho amato moltissimo, e sceneggiato dallo stesso scrittore, questo film pieno di vita, suggestioni e colori riesce a evocare l'originale senza tradirlo e senza cadere mai nel folkloristico e nel luogo comune. E' Salman Rushdie stesso che, dando la voce a Shalem Sinai, nato alla mezzanotte del 15 agosto del 1947, al momento stesso in cui l'India proclamò la propria indipendenza, narra le vicende tragicomiche della propria esistenza che diventano così metafora delle vicende della sua patria, per essere precisi delle sue due patrie, perché c'è anche il Pakistan. Shalem, nato da una coppia di musici-mendicanti, viene scambiato nella culla da un'infermiera, convinta di compiere un atto di giustizia sociale, con Shiva, erede di una famiglia benestante, e da lì prende il via un racconto poetico quanto ironico in forma di favola ma anche molto reale e sensuale, ricco di riferimenti filosofici e politici quanto di humour, che scorre piacevolmente lungo due ore e mezzo senza annoiare e senza essere né inutilmente arzigogolato e compiaciuto né scontato. Filo conduttore, la capacità di Shalem di chiamare a raccolta nella propria mente tutti gli altri "figli della mezzanotte", nati come lui nel momento in cui l'India ha riconquistato la propria libertà, e tutti dotati di capacità speciali: chi la forza, chi l'invisibilità, chi di viaggiare nel tempo, ma nessuno con la capacità di autentica empatia nei confronti del prossimo, quasi una sorta di telepatia come il protagonista. Regia impeccabile dell'Indo-canadese Deepa Mehta, lontana dal genere "bollywoodiano" per cui va famosa la cinematografia del subcontinente, benché gli interpreti siano tutti delle stelle di prima grandezza in patria, per un film a mio parere sottovalutato dalla critica e che sembra non raccogliere il successo che si merita, ed è un peccato.
martedì 9 aprile 2013
C'è del metodo nell'idiozia
Mentre l'Italia è sempre più allo stremo, la nave dei folli, su cui si è imbarcata l'intera classe politica, dalle cariatidi che sono sulla scena dal dopoguerra ai neofiti pentastellati, prende il largo col vento in poppa per portarci inevitabilmente, più prima che poi, al naufragio definitivo. A un mese e mezzo dalle elezioni per le nuove camere, queste sono tutt'ora paralizzate senza che siano in grado di nominare nemmeno le loro commissioni (non perché qualche legge o regolamento lo impedisca, ma perché non ve n'è la volontà), col risultato che le uniche istituzioni che funzionano in quella che fino a prova contraria è ancora una repubblica parlamentare sono un capo dello Stato in scadenza di mandato che stravolge quotidianamente lo spirito e la lettera della Costituzione quando non vi attenta, e un governo sfiduciato prima dal proprio azionista di maggioranza, il PDL, e poi dal 90% degli elettori. Nel frattempo, il segretario del partito che NON ha vinto le elezioni ma si ritrova con il maggior numero di eletti in entrambi i rami del parlamento grazie a una legge truffaldina e che teoricamente sarebbe tuttora incaricato di formare un nuovo governo, si dedica agli incontri con il capo del partito che sicuramente esce sconfitto dal voto di febbraio, uscendone quasi dimezzato, e che una parte del suo stesso partito, il PD, a cominciare dal capogruppo al Senato, Zanda, ritiene ineleggibile. Il confronto, inizialmente in programma per giovedì o venerdì, si è tenuto invece anticipatamente quest'oggi, è durato un'ora, e ha riguardato "il metodo per arrivare alla scelta del presidente della Repubblica": queste le parole di Bersani. Ma di quale metodo va cianciando costui? Non occorre alcun metodo: è tutto previsto dall'articolo 83 e seguenti della carta costituzionale, chi pensa di prendere per i fondelli? Lo scopo è un accordo su un nome condiviso, in cambio dell'appoggio a quel governo di larghe intese o solidarietà nazionale che dir si voglia a cui lavora infaticabilmente il golpista Napolitano su ordine dei suoi mandanti "europei", un esecutivo che continui l'opera nefasta di occupazione di ciò che rimane dallo Stato da parte dei partiti da un lato e di disgregazione del tessuto sociale del Paese dall'altro. Come ciliegina su questa torta indigesta, il partito di maggioranza relativa non trova niente di meglio che indire per sabato prossimo, "in un quartiere della periferia romana" non meglio precisato, una delirante manifestazione "contro la povertà, per un governo di cambiamento", con intervento del segretario nazionale del PD, per l'appunto Pier Luigi Bersani. Che, se gli italiani non fossero ormai rassegnati, meriterebbe di riceverebbe l'accoglienza che che aveva avuto il suo allora compagno di partito Luciano Lama il 17 febbraio del 1977, quando la Grande CGIL cercò di occupare, manu militari, l'Università "La Sapienza" sempre nella capitale. Questi "inciuciano" a più non posso da più vent'anni a questa parte, appoggiano tuttora il governo che più di ogni altro ha divelto lo Stato Sociale e manifestano contro la povertà che hanno contribuito a creare per primi? Magari proponendo come rimedio, come già 40 anni fa, l'austerità, ma solo per chi già si è visto derubare tutto, dai diritti, al lavoro, magari a un tetto, alla dignità? Per forza si finisce per dare, almeno in parte, ragione a Grillo che, anche oggi, parla di un colpo di Stato in corso da anni per delegittimare ed esautorare il Parlamento e sostituirlo coi partiti. Sbaglia a evocare i colonnelli greci: se i militari nostrani non fossero dei pagliacci come i politicanti di cui sono gli ossequianti servi e protettori e da cui derivano le prebende, e avessero, come nel Portogallo del 1974, il polso della situazione reale, questa classe politica l'avrebbero già destituita e messa in condizione di non nuocere da un pezzo. In un Paese con delle Forze Armate più serie e al servizio dei cittadini forse non risulterebbe così strampalata l'ipotesi che tempo fa evocava Alberto Asor Rosa...
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