venerdì 29 novembre 2024

Eterno visionario

"Eterno visionario" di Michele Placido. Con Fabrizio Bentivoglio, Federica Vincenti, Valeria Bruni Tedeschi, Giancarlo Commare, Aurora Giovinazzo, Michelangelo Placido, Michele Placido e altri. Italia 2024 ★1/2

Con tutta la stima e simpatia che nutro per Michele Placido, e pertanto passibile di pregiudizio positivo nei suoi confronti, sarei insincero se affermassi che questa sua ultima fatica, la 16ª regia, se non vado errato, mi abbia soddisfatto. Uscito quasi in contemporanea con il 90° anniversario della assegnazione del Nobel per la letteratura a Luigi Pirandello, autore che Placido ha avuto modo di incrociare più volte nella sua carriera, teatrale e cinematografica, in Eterno amore il drammaturgo siciliano, interpretato da un Fabrizio Bentivoglio che non riesce, o non vuole, mascherare il suo accento decisamente lombardo-veneto, ripercorre come in un film gli ultimi 15 anni della propria vita, famigliare, sentimentale, professionale e i fantasmi che l'hanno popolata, dalla follia della moglie, all'amore assoluto quanto senile e impossibile per Marta Abba, l'attrice che fu la sua musa ispiratrice, il rapporto tanto intenso quanto difficile con i tre figli e quello controverso col fascismo, i successi e i fiaschi teatrali, l'incontro con il mondo del cinema nella Berlino di fine Weimar per una collaborazione, poi non riuscita, con il geniale regista tedesco Friedrich Murnau. Tutto questo in una serie di flash back nel corso di una notte insonne durante la trasferta in treno, da Amburgo a Stoccolma, per ritirare il prestigioso premio e tenervi il discorso di accettazione davanti all'Accademia Reale Svedese, accompagnato soltanto dal suo agente letterario Saul Colin, la cui parte si è riservata lo stesso Placido attraverso alcuni brevi camei in una delle rare interpretazioni convincenti del film. Le altre sono della sua ultima moglie (e musa? Gli aspetti autobiografici traspariscono non poco) Federica Vincenti (Marta Abba) e dello stesso Bentivoglio, al quale però un trucco meno approssimativo avrebbe giovato non poco. Volendo si potrebbe ritenere valida la prestazione di Valeria Bruni Tedeschi, altrimenti insopportabile come la sua voce, al cui confronto quella di Valeria Golino risulta flautata, nell'unico ruolo che è in grado di recitare: quello della nevrastenica, qui all'ultimo stadio, ossia Antonietta Portulano, internata nel 1919, afflizione continua del letterato siciliano e della sua discendenza. Peccato che la cadenza di un'agrigentina pura del secolo scorso risulti semmai sabauda: e ci risiamo con l'accento, che stona anche nel personaggio di Pirandello. Sugli altri attori meglio stendere un pietoso velo. Come se non bastasse, i 110 minuti di durata della pellicola sono così pesanti da sembrare troppi, e il confronto con il bellissimo La stranezza di Roberto Andò di due anni fa, che aveva come tema i tormenti (qui "fantasmi") di un Pirandello in crisi di ispirazione che trova lo spunto per il suoi "Sei personaggi" è impietoso. Spiace, ma con Eterno visionario non ci siamo proprio.

sabato 23 novembre 2024

Flow - Un mondo da salvare

"Flow - Un mondo da salvare" (Straume) di Gint Zilbalodis. Belgio, Lettonia, Francia 2024 ★★★★★

Una bellissima sorpresa arriva dalla sezione Un certain Regard dell'ultimo festival di Cannes, il film d'animazione di cui il lettone Gint Zibalodis ha curato non soltanto la scrittura e la parte grafica computerizzata D3 dal sapore rétro, ma anche la bellissima colonna sonora, insieme al connazionale compositore Rihard Zalupe. E' la storia di un gatto nero europeo che un giorno si risveglia con il clamore della fuga di una serie di animali di fronte a un'ondata crescente che sta sommergendo la foresta: il micio cerca di mettersi anche lui in salvo, saltellando di qua e di là, finendo anche in acqua, prima terrorizzato e poi pian piano superandone la paura e prendendovi confidenza, finché non balza su una barca alla deriva dove trova un sospettosissimo e timoroso lemure, collezionista di oggetti di fabbricazione umana che cerca di mettere in salvo. Umani che non si vedono, salvo i resti di alcune loro costruzioni che mi hanno subito ricordato Angkor Wat, capitale dell'impero Khmer, sommersa dalla foresta e scoperta dai francesi nel 1860. Al nostro eroe e al piccolo primate si aggiungono, in questa specie di arca di Noè, un capibara e un labrador, a cui si aggiunge anche un uccello gigante, una sorta di gru che potrebbe anche essere un rapace: la necessità di salvarsi impone la collaborazione e dunque la ricerca di un modus vivendi, e i quattro lo trovano senza perdere le caratteristiche della loro specie. Coerentemente, il film non prevede che gli animali parlino o vengano antropoformizzati, come nei cartoni e nei film d'animazione della Disney o di altre mayor del genere, non hanno un nome, e rimangono tali e Zilbalodis ne conosce bene le caratteristiche, soprattutto del piccolo felino, come salta all'occhio a chiunque abbia convissuto con un gatto. A questo grandissimo pregio, si aggiunge la totale assenza delle parole (sostituite dalla musica, parte essenziale di questo piccolo capolavoro) e dell'uomo, più che probabile responsabile, senza bisogno che il racconto lo espliciti, della catastrofe ecologica: l'autore preferisce metterla sul filosofico (flow, ossia flusso, che non è solo quello della corrente, si rifà al panta rei, tutto scorre, di Eraclito) e gli animali cercano di risolvere il problema della loro sopravvivenza seguendo il loro istinto, che è in sintonia con la natura, senza mediazioni e artifizi. Un film che dice quel che pensa l'autore, senza "spiegoni" e senza fare alcuna predica, appunto senza parole e solo attraverso le immagini. La grafica sarà anche di gusto artigianale, ma la fotografia è splendida e alcune soluzioni grafiche risultano davvero potenti. Insomma un autentico gioiello che consiglio a chiunque: dopo Parthenope, un altro film che solleva l'umore e fa bene allo spirito.  

lunedì 18 novembre 2024

Giurato Numero 2

"Giurato Numero 2" (Juror #2) di Clint Eastwood. Con Nicholas Hoult, Toni Collette, Chris Messina, J.K. Simmons, Kiefer Sutherland, Joey Deutch, Leslie Bibb, Gabriel Basso, Amy Aquino e altri. USA 2024 ★★★1/2

Anche alla veneranda età di 94 anni Clint Eastwood conserva una lucidità invidiabile e va dritto al centro della questione, che non è lo stabilire se un imputato è colpevole da parte di una giuria in un classico trial che, almeno da Perry Mason in poi, ci ha familiarizzato con un sistema processuale del tutto estraneo e con aspetti arbitrari, oltre che primitivi, a quello in uso in Europa, che discende dal diritto romano: fa eccezione la Gran Bretagna che, per (auto)-definizione Europa non è, né vuole esserlo, pur immischiandosi, come i suoi eredi oltre Oceano, nelle questioni del Continente. No: la questione è seminare il dubbio e far riflettere sulla questione se i concetti di giustizia e verità coincidano. Il buon vecchio Clint utilizza lo schema del classico Legal Movie per stravolgerlo, e infatti fin dalle primissime scene sappiamo che Justin Kemp, chiamato a far parte della giuria nel processo contro un giovane, James Sythe, già membro di una gang di quartiere e con un rispettabile curriculum di precedenti alle spalle, accusato di aver ucciso la sua ragazza dopo aver litigato con lei in un bar alle porte di Savannah Georgia, averla seguita, picchiata e gettata in un canale, questo durante una notte di pioggia intensa, è il vero responsabile della morte della ragazza, che aveva investito, non avendola vista, e scambiandola per un cervo. Unico testimone indiretto della scena, un anziano che vive in una roulotte e che, con una scarsissima visibilità, aveva visto una macchina fermarsi sul luogo del delitto e uscirne un uomo che potrebbe assomigliare all'imputato. Che del resto è il colpevole perfetto, per cui né la polizia né l'avvocato dell'accusa (una bravissima Toni Collette), a cui il caso capita a fagiolo per le sue ambizioni di farsi eleggere procuratrice, si curano di condurre un'indagine degna di questo nome. Una volta accettato di far parte della giuria, Justin ha una crisi di coscienza rendendosi conto, a posteriori, di essere stato lui il responsabile della morte della ragazza, in quella notte di un anno prima in cui era in crisi e disperato per la morte dei gemelli che la moglie stava per partorire. E' lui il fulcro del film, l'unico nella giuria a seminare il dubbio sulla colpevolezza dell'imputato, oltre all'avvocato d'ufficio (altro non si poteva permettere), convinto della sua innocenza. Anche Justin (Nicholas Hoult, convincente nella parte) ha dei precedenti da non ridere a causa di una pesante dipendenza dall'alcol: ma per lui non contano, perché è Redento, frequenta la chiesa Battista, o Avventista o qualcuna di quelle altre congreghe così diffuse negli USA, è un bravo futuro padre (la moglie, insopportabile, melensa e irritante è tale Zoey Deutch), con un buon lavoro, coscienzioso. "Uno di Noi", uno per bene. Perfino il suo consigliere spirituale, capo della congregazione nonché avvocato, lo convince che, se confessasse la verità (conosciuta, col svolgersi del processo, anche dall'avvocatessa dell'accusa), sarebbe distrutta la vita sua e quella della sua famigliola esemplare. E cosa può scegliere uno zelante membro della comunità WASP di uno Stato del Sud degli Stati Uniti, con un sistema giudiziario da trogloditi? Non so se Eastwood lo abbia fatto di proposito, ma ancora una volta ha messo il dito nella piaga delle tipiche contraddizioni americane: oltre all'ipocrisia, i retaggi della mentalità puritana che sta alla base dell'idea della predestinazione, per cui è sacrosanto che anche un non colpevole paghi perché vi era destinato, mentre per il redento, in altre parole colui che cancella il proprio passato facendo propri i valori dei "giusti", vale la regola che l'uomo è artefice del suo destino. Sempre a Dio piacendo, s'intende. Illuminante, per chi vuole vedere come stanno le cose da quelle parti e le logiche alla base di un sistema che sta fagocitando anche noi. 

lunedì 11 novembre 2024

The Substance

"The Substance" di Coralie Fargeat. Con Demi Moore, Margaret Qualley, Dennis Quaid, Hugo Diego García, Joseph Balderrama e altri. GB, USA 2024 ★★★+

Esaltato dalla critica e premiato all'ultimo Festival di Cannes per la migliore sceneggiatura, The Substance è un film che dice cose "mostruosamente" giuste in maniera provocatoria, esagerata, volutamente urticante e perfino disgustosa: scritto, diretto e prodotto dalla francese Coralie Fargeat, racconta l'odissea di Elizabeth Sparkle, (demi Moore), un tempo stella del cinema, omaggiata ai suoi tempi d'oro di una stella col suo nome incastonata nel marciapiede di Hollywood Boulevard, a Los Angeles, ridotta a condurre un programma televisivo di ginnastica aerobica. Il giorno stesso in cui compie 50 anni, Harvey (Dennis Quaid), che dirige la rete, la licenzia perché serve "carne più giovane", lei ha fatto il suo tempo:The Show Must Go On e, soprattutto, Business Is Business, e "niente di personale", come si suol dire nel Grande Paese oltre l'Atlantico quando entra in azione l'uccello padulo. Sconvolta, la donna ha un incidente. Niente di grave, però in ospedale un addetto le rifila una chiavetta USB in cui le viene proposto si partecipare a un programma sperimentale che, assumendo una particolare sostanza, consente di ottenere una copia perfetta e più giovane di sé stessi, in sostanza prodotta per partenogenesi, con l'avvertenza che la coscienza rimane nella matrice e che originale e copia devono rigorosamente alternarsi ogni sette giorni, quando scade il nutrimento fornito per ciascuna. Sue (Margaret Qualley), così, nasce dalla schiena di Elizabeth, e il parto, nei minimi dettagli anatomici, è solo l'inizio dello splatter. Sue, com'è ovvio, prende il posto nella trasmissione di Elizabeth ammodernandola, ma rimane, nella testa, comunque quest'ultima. Quando, troppo presa dalla sua parte, si scorda di "nutrire" la sua copia, l'originale comincia a deteriorarsi man mano, invecchiando inesorabilmente, fino a trasformarsi, dopo 2 ore e 20' di pellicola, in una creatura mostruosa rispetto alla quale Alien, quello dei film con Sigourney Weaver, era un bijou. L'argomento, come è evidente, è il corpo della donna, il modo in cui è percepito e mercificato non solo dai maschi, ma delle stesse "vittime"; il mito dell'eterna giovinezza e del modello plastificato che viene proposto (in realtà ultimamente per gli stessi maschi: ormai la differenza di genere conta sempre di meno, come insegna la sub-cultura "Woke"), l'inesorabile scorrere del tempo e la non accettazione, di fatto, dell'invecchiamento e della morte. Cose serie, dunque, affrontate con humor nero e senso del ridicolo: mentre una parte della sala chiudeva gli occhi durante le scene più truci, un'altra ghignava e, col passare del tempo, si sganasciava dal ridere: paradossale, in considerazione del tema. Tant'è: se voleva impressionare e lasciare il segno, Fargeat c'è riuscita, da qui a considerare The Substance una sorta di capolavoro come ha fatto parte della critica professionale, ce ne corre. Tesi condivisibili, e pure il tono tragicomico, del resto il pensiero unico dominante e rivomitato dal mondo dello spettacolo e dell'informazione è grottesco per definizione. Alla fine, The Substance ha la sua ragione d'essere e, per parte mia, lo "promuovo".

giovedì 7 novembre 2024

Parthenope

"Parthenope" di Paolo Sorrentino. Con Celeste Dalla Porta, Stefania Sandrelli, Gary Oldman, Silvio Orlando, Luisa Ranieri, Peppe Lanzetta, Isabella Ferrari, Giampiero De Concilio, Paola Calliari, Alfonso Santagata, Biagio Izzo, Nello Mascia, Daniele Rienzo e altri. Italia 2024 ★★★★★🙌

Cinema significa innanzitutto immagini, e quelle che propone Paolo Sorrentino nei suoi film, soprattutto quelli da La grande bellezza in poi, sono sontuose, seducenti, emozionanti come poche, grazie a una fotografia splendida e senza dover ricorrere a trucchetti ed elaborazioni digitali. Quelle di Parthenope sono le più intense e coinvolgenti che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. Se E' stata la mano di dio era per molti versi, ma non solo, l'autobiografia del regista nella sua gioventù, Parthenope è il racconto, dal 1950 a oggi, dei momenti salienti della lunga esistenza di una donna nata nel mare di Posillipo (la piccola baia dove si trova Palazzo Donn'Anna, per la precisione) nel 1950. Che sarebbe nata una femmina l'aveva pronosticato il Comandante Achille Lauro (futuro sindaco di Napoli) con cui collaborava il padre della ragazza, venuta al mondo con parto in immersione, e a cui fu dato il nome della Sirena collegata al mito della origini della città (del resto anche Venere sorse dalle acque) e al mare è legata non solo Napoli ma anche la storia della donna, nel bene e nel male (anche se dio, come recita una voce fuori campo sui titoli di coda "non ama il mare"). Una dea, interpretata dalla giovane e splendida Celeste dalla Porta, che suscita desiderio ma sfuggente, intelligente, arguta, che rivediamo in alcuni momenti chiave: attorno alla metà degli anni Sessanta, in piena adolescenza; poi nell'anno del colera, il fatidico 1973, i suoi primi amori e l'irreparabile perdita del fratello durante una vacanza a Capri, che sconvolge gli equilibri della famiglia e l'inizio della decadenza della splendida casa in cui essa vive; l'incontro con personaggi per lei fondamentali, tra cui John Cheever (Gary Oldman); poi, durante gli anni dell'università, con il professor Marotta, un grandioso Silvio Orlando, antropologo di cui diventerà allieva e poi assistente e con cui avrà un intenso legame basato su una tacita complicità, oltre a un'enorme rispetto e un'altissima stima reciproci; il vescovo Tesorone (Peppe Lanzetta: eccezionale), che le mostrerà il tesoro di San Gennaro e al contempo terrà un'esemplare lezione di seduzione: anche qui desiderio allo stato puro, mentre la conclusione, il sesso, è ciò che lo estingue. Sempre chiederà a Marotta, il suo mentore, cosa sia l'antropologia, a cui anch'essa si dedicherà: vedere. Cosa che si impara quando viene a mancare tutto il resto. Quel resto che ha attraversato la giovinezza di Parthenope: gioventù, sensualità, desiderio, appunto. Si trasferirà all'università di Trento, ordinario di antropologia, e rientrerà nella sua città natale, interpretata questa volta da una disincantata e calibratissima Stefania Sandrelli, soltanto dopo che sarà andata in pensione. Questa, in sintesi, la storia, ma Parthenope è un viaggio, nei sensi, nelle suggestioni, nella riflessione, nelle immagini: vedere, per l'appunto. E far vedere: che è esattamente il compito di un regista. Un viaggio anche, parallelamente, nei luoghi e nei meandri della città di Napoli, magnifica, barocca, contraddittoria, disincantata, cinica quanto profondamente umana, carnale e al contempo inafferrabile. Sorrentino sentenzioso, dicono: ma le frasi che l'autore e regista mette in bocca ai personaggi hanno sempre un senso profondo e mai banale, e l'autoironia non manca mai; i suoi film non portano da nessuna parte, altra eterna critica nei suoi confronti: e per fortuna, dato che è lo spettatore a venire immerso nel flusso di racconto e immagini, e dove dovrebbero portare se non a una riflessione, che ognuno deve fare per conto suo, sul senso delle cose e della propria vita? Venivo da una settimana di intenso malumore, e la visione di Parthenope, non a caso, è stata una salutare boccata d'aria fresca, uno squarcio di luce e mi ha regalato un senso di serenità, per quanto rassegnata. Non ha senso indicare soluzioni ai misteri: non ce ne sono. Saggio è non illudersi di trovarle e andare avanti a vivere. Il senso si trova lì. La struggente Era già tutto previsto di Riccardo Cocciante è il brano portante della colonna sonora che, come in tutti i film di Sorrentino, è fondamentale e cucita su misura. E dice già tutto. Perdersi un film così bello è un delitto. 

sabato 2 novembre 2024

Megalopolis

"Megalopolis" di Francis Ford Coppola. Con Adam Driver, Giancarlo Esposito, Nathalie Emmanuel, Aubrey Plaza, Shia LaBoeuf, Jon Voight, Jason Schwartzman, Kathryn Hunter, Dustin Hoffman, Laurence Fisburne, Grace VanderWaal e altri. USA 2024 ★★★★1/2

Sono stato a lungo indeciso se tornare a rendere omaggio a uno dei rari maestri del cinema sopravvissuti: leggendo di "favola distopica", visionarietà e di sovrapposizione tra Impero Romano e Americano avevo tergiversato, temendo di andare incontro a una delusione, un "Marvel" d'autore, ma le critiche contrarie e un certo compiacimento nel celebrare un clamoroso flop di FFC mi hanno spinto in sala non fosse altro per solidarietà, perché il Grande Vecchio ci ha rimesso del suo, investendo tempo (aveva in mente il progetto da una quarantina d'anni) e, soprattutto denaro proprio, a differenza di quelli che scrivono sui giornali e il biglietto non se lo pagano di tasca loro. Immaginifico, multidimensionale, colorato e allo stesso tempo cupo, con utilizzo di tutto ciò che consente il digitale e supportato da una colonna sonora potente, come in ogni film di Coppola, Megalopolis è una meditazione sul tempo, concetto inafferrabile: Sergio Catilina, un architetto geniale che ha vinto il Nobel inventando il megalon, un nuovo materiale che permette tutto, dalla costruzione di Megalopolis, appunto, una Città dell'Utopia che nella sua immaginazione dovrà prendere il posto della degradata New Rome, alla ricostruzione di un volto sfregiato, ha il dono di fermare il tempo, o meglio l'attimo. A contrastare i suoi progetti Frankliyn Cicero ex procuratore distrettuale che l'ha perseguito a suo tempo ed è al corrente dei suoi segreti più intimi. Il primo, artista ecologista e sognatore è interpretato da Adam Driver, il secondo, conservatore ma sensibile ai problemi dei più poveri (ma soprattutto ai loro voti), da Giancarlo Esposito: già due garanzie, a cui si aggiungono Jon Voight nei panni del ricchissimo banchiere "illuminato" Hamilton Crasso, zio di Catilina, e Shia LaBeuf in quelli di suo figlio Clodio Crasso, il vilain che contrasterà sia il sindaco, sia il progettista mettendosi a capo del sottoproletariato le cui abitazioni sarebbero spazzate via da Megalopolis, e che farà la fine di Mussolini, appeso a testa in giù. E poi la sorprendente Audrey Plaza, nella parte dell'anchor-woman Wow Platinum, a rappresentare il mondo dei media nonché degli arrampicatori sociali e dei manipolatori, già amante di Catilina, sostituita nel suo cuore da Julia (Nathalie Emmanuel), la figlia del sindaco Cicero, che prima gli farà da addetto stampa, e poi gli darà una figlia, Sunny Hope, che però non avrà il dono di fermare il tempo come i genitori, perché fa già parte di un futuro che a loro non appartiene più e si ritroverà a gestire ciò che hanno prodotto, distrutto, creato. Come succede dalla notte dei tempi. Inutile stare a raccontare la trama più dettagliatamente: ci si lascia travolgere del flusso delle immagini, sontuose, e del racconto, in fondo semplice e lineare, e molto parlato e dunque teatrale, pieno di citazioni che svelano quanto basta il pensiero e le riflessioni di un uomo anziano e colto come Coppola, più che cinematografico. Si è parlato di una sorte di suo testamento, e di sicuro, correlato col tempo, uno dei temi è quello della morte, così come il senso dell'opera artistica, il ruolo della famiglia, i conflitti tra poteri, presenti del resto in tutta la sua produzione. Un film "nichilista", che non offre soluzioni, è stato il commento d molti: ma quali soluzioni dovrebbe prospettare, davanti allo sfacelo sempre più evidente, e di cui New York(Rome) è il simbolo più evidente, per quanto decantata come "faro della  civiltà" da chi si adegua a questo sistema mostruoso e demenziale, un uomo che ha visto svanire tutte le speranze che aveva da giovane, e anzi deve fare i conti con il lascito di questa nostra fortunata e al contempo disgraziata generazione? Io ho una quindicina di anni in meno di Coppola, ma non ho certo una visione più ottimistica e mi ci sono ritrovato. Dunque pollice verso a chi ha dato pollice verso a Megalopolis: significa che non vuole vedere o che proprio non è in grado di capire. O non vuole. Ché poi il modo può piacere o meno, a me sì.