martedì 20 aprile 2021

Requiem per un bel gioco e fine di un amore


L’ultima partita di Serie A a cui ho assistito dal vivo risale al 25 settembre del 2019, Inter-Lazio 1-0, da turista più che da tifoso della Beneamata FC Internazionale, ruolo dal quale mi sono autosospeso dal giorno in cui venne ufficializzata l’assunzione di Antonio Conte come allenatore della prima squadra. Già alla fine di quella serata avevo avuto la sensazione che difficilmente avrei rimesso piede nello stadio (che ancora oggi continuo a chiamare San Siro e non Giuseppe Meazza, ostinatamente tradizionalista come sono nelle cose calcistiche) che è stato un po’ la mia seconda casa per quasi mezzo secolo, e non per quello che vedevo in campo ma per il contorno: già da un’ora prima del fischio d’inizio, musica escrementizia sparata a tutto volume da un mixer piazzato sulla linea del fallo laterale non lontano dall’area tecnica nerazzurra, e manovrato da un deejay tarantolato che con voce invasata cercava di scaldare il pubblico con slogan demenziali, belluine urla di incitamento e altro ciarpame da imbonitore, impedendo uno dei piaceri del pre-partita, che è quello scambiare quattro chiacchiere con i vicini di posto, abituali o avventizi che siano, tra previsioni, rituali scaramantici, impressioni sullo stato di forma dei ragazzi, commenti sulle formazioni. Anche il colpo d’occhio sul pubblico, dopo l’arrivo dell’esotica dirigenza cinese, non era quello abituale: un terzo di esso erano orientali, che notoriamente non capiscono un cazzo di pallone, un altro terzo milanesoidi che sono lì per farsi vedere, possibilmente inquadrati dalle innumerevoli telecamere, e non per guardare, e un altro terzo di normali appassionati di balùn (i curvaioli, specie quelli delI’Inter, non li considero nemmeno). Per un’americanata completa mancavano solo le majorettes: una cosa penosa. Spettacoli simili, sui campi di Serie B dove gioca il Pordenone, la squadra che ha progressivamente sostituito quella nerazzurra nel mio cuore, fortunatamente non si vedono ed è un motivo in più per cui li frequento volentieri, Covid permettendo. Di ieri la notizia di essere, il FC Internazionale, tra i 12 membri fondatori dell’esiziale progetto Superlega (già il nome è un programma, col suo evocare quella di Salvini), che decreterà la morte del calcio europeo come tale, seguendo ancora una volta la voce del padrone, ossia la società da un secolo nelle mani della famiglia Agnelli, juventinizzandosi definitivamente, che mi porta ad abbandonare qualsiasi legame con la fu Beneamata. L’ideona, propugnata e realizzata da Florentino Perez, presidente del Real Madrid, che è come dire una Juventus in formato continentale in quanto a strapotere e nefandezze di ogni genere, e sponsorizzata da Andrea Agnelli, già presidente dell'European Club Association e della società sabauda, è in realtà un parto della mente brianzola di Silvio Berlusconi, il cui orizzonte mentale si limita ai dané e alla figa (in quest’ordine ma anche nel senso di figa coi dané), che ne auspicava la realizzazione da anni per spettacolarizzare definitivamente il calcio e togliergli qualsiasi residuo sportivo. E’ anche una questione di decenza e di buon gusto: basta avere un minimo di talento fisiognomico per intuire la stretta parentela di Andrea Agnelli con i primati, con cui ha in comune lo stile e il quoziente intellettivo, così come non occorre scomodare il professor Cesare Lombroso (sempre sia lodato) per riscontrarne nei tratti somatici, per quanto alterati dalla chirurgia plastica, l’innata predisposizione a delinquere di Silvio Berlusconi, che quando tirerà finalmente le cuoia sarà ricordato come colui che ha definitivamente americanizzato, rincoglionendola del tutto, l’Italia e merdificato sistematicamente ogni cosa che gli sia passata tra le mani.

1 commento:

  1. Concordo in tutto eccetto per il riferimento ai primati... I rivoltanti soggetti che hai citato sono merde umane e basta.

    RispondiElimina