martedì 16 ottobre 2018

Quasi nemici - L'importante è avere ragione

"Quasi nemici - L'importante è avere ragione" (Le brio) di Yvan Attal. Con Daniel Auteuil, Camélia Jordana, Yasin Houicha, Nozha Khouadra, Yvonne Gradelet, Nicolas Vaude. Francia 2017 ★★★+
Non sono un grande estimatore delle commedie francesi, e mi irritano la tendenza alla logorrea, al parlarsi addosso nonché l'indulgenza al luogo comune dei nostri cugini d'oltralpe, ma qualche volta ammetto che riescono a essere brillanti, come in questo caso in cui al centro del film c'è proprio l'importanza della parola. In realtà il film è francese soltanto in parte: il regista è israeliano; la protagonista femminile e buona parte delle figure di contorno sono d'origini maghrebine; lo stesso Auteuil, a mio parere un mostro sacro e comunque di per sé una garanzia, un pied noir nato in Algeria; ma l'ambientazione è parigina, tra la facoltà di diritto dell'Università Paris-2 dove insegna Pierre Mazard (Auteuil, impeccabile), e la benlieue dove torna, dopo averne frequentato i corsi, Neïla Salah (Camélia Jordana: brava), mentre le problematiche, che vanno dall'integrazione al politicamente corretto e ai suoi paradossisono attuali e comuni a tutta l'Europa. Ma al centro c'è la parola, o meglio il suo uso non solo appropriato ma contundente: un'arma, attraverso l'arte della retorica, per avere, come dice il sottotitolo, ragione, al di là di ciò che è vero oppure falso. Il primo incontro tra i due è esplosivo: il professore prende di mira la giovane matricola perché arriva con qualche minuto di ritardo, oltre  che vestita inadeguatamente, alla prima lezione in un'aula già affollata, con una serie di battute fulminanti che confermano sia negli studenti sia tra i colleghi la sua fama di razzista, misogino e reazionario, per cui il preside di facoltà vede come unica via d'uscita il fatto che  Mazard, per non rischiare provvedimenti disciplinari o perfino il posto, faccia da tutor proprio a Neïla per prepararla a una prestigioso certame di retorica per studenti che un membro della facoltà non vince da tempo immemorabile. E così inizia la frequentazione tra i due che, come da copione, non potrebbero essere più diversi (almeno a un primo sguardo, mentre per altri in definitiva si assomigliano), in uno scoppiettante scambio di battute ed esperienze, e il testo che il burbero docente prenderà come riferimento è il celebre opuscolo L'arte di avere ragione di Arthur Schopenhauer, oltre a una gamma di citazioni che vannno da Aristotele a Cicerone ad altri grandi maestri. Ognuno impara qualcosa dall'altro, specialmente l'allieva; anche, se non soprattutto, quando scoprirà che il tutoraggio da parte del professore non era per nulla disinteressato, ma saprà ricompensarlo, dandogli peraltro una lezione di dialettica memorabile. Alla fine ciò che avrà imparato dall'urtante maestro, compreso l'insegnamento che l'abito fa il monaco, eccome, le sarà utile quando salirà i gradini dell'avvocatura come anche nella sua vita personale. Film scoppiettante e piacevole, ha confermato una verità che ho imparato dall'esperienza: i migliori insegnanti sono quelli capaci di stimolare delle reazioni, anche a costo di sfidarti e di costringerti a metterti in gioco perché lo stesso fanno anche loro; sinceri, duri e magari scontrosi ma alla fine giusti e corretti, e non quelli "piacioni", sempre indulgenti, in cerca di approvazione e, alla fine, pavidi, conformisti e tanto noiosi.

domenica 14 ottobre 2018

Scurdammoce 'o passato


Se è giusto che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli, lo è altrettanto il contrario. Trovo però curioso, ma comprensibile, che la quasi totalità dei mezzi d'informazione nostrani, abituati come sono a rimuovere, oltre alle notizie scomode, il passato, specie quello sgradevole, come se la storia non insegnasse nulla, si siano ben guardati dal decantare le evidenti origini italiche di Jair Bolsonaro, l'inquietante personaggio che magnifica le gesta della ventennale dittatura militare brasiliana (1964/84), il quale ha ottenuto il 46% dei voti al primo turno delle elezioni presidenziali di quel Paese domenica scorsa, e che lo vedono favorito al 2° turno previsto tra due settimane. Dopo Trump negli USA, un altro reazionario squilibrato ha forti probabilità di salire al vertice del secondo Paese più popoloso dell'emisfero occidentale. Stessa cosa era accaduta con la compagine di criminali quali Agosti, Viola, Bignone, Galtieri e Massera (l'ideatore della caccia all'uomo conclusasi con la desaparición di 30 mila oppositori o presunti tali, così legato all'Italia da essere, oltre che intimo di Pio Laghi, ai tempi nunzio apostolico a Buenos Aires, titolare della tessera n° 478 della P2 di Licio Gelli e "di casa" a Roma) che, assieme a Rafael Videla, oppresse l'Argentina tra il 1976 e il 1983; oppure con Ricardo Alberto Martinelli, altro bel figuro che fu presidente di Panama tra il 2009 e il 2014. Invece, quando si tratta di Robert De Niro o di Madonna Louise Veronica Ciccone; Francis Ford Coppola anziché Toquinho; Giovanni di Lorenzo o Frank Sinatra, fino ad Alfredo Di Stefano, Schiaffino e, giù giù, a Maurito Icardi, un coro unanime a decantarne le radici nella terra dello Stivale. Tutti a lanciare allarmi, specie i media legati in qualche modo all'asinistra nostrana, sulla deriva fassista e rassista dell'attuale governo e a tacciare di populisimo plebeo i suoi elettori, dimenticandosi che il fascismo storico venne alla luce proprio nel nostro Paese, e precisamente a Milano quasi esattamente un secolo fa, nel 1919. Città democraticissima, illuminata e, secondo un luogo comune, così progressista oltre che industriosa e culturalmente all'avanguardia, da aver prodotto, oltre al movimento inventato da Benito Mussolini, originale e duraturo contributo del genio italico alla dottrina politica mondiale, anche un altro ventennio, quello berlusconiano, e dato i natali, fra gli altri, a Matteo Salvini, attuale ministro dell'Interno nonché vicepremier, compulsivo frequentatore di sòscial, di cui ogni minima flatulenza viene diffusa con solerzia e dovizia di particolari tali da assicurargli di rimanere costantemente al centro dell'attenzione come nessun ufficio stampa personale potrebbe garantirgli meglio, il tutto gratuitamente; uno che più che fascista sarebbe più corretto definire un emerito pirla, quale già aveva dimostrato di essere nella sua lunga carriera da stakanovista dell'assenteismo come consigliere comunale ed europarlamentare. A prescindere dalla paternità tutta italiana del fascismo, storico o in versione 2.0, qualche domandina da parte di chi (in)forma la pubblica opinione me la farei, se il risultato è ritrovarci i suoi epigoni, come i media sedicenti democratici in primis li definiscono, sulla via di prendere le redini del potere, democraticamente eletti, più o meno su scala globale, specie dove hanno fatto danni irreparabili i governi dei loro predecessori "progressisti"...

venerdì 12 ottobre 2018

A Star Is Born

"A Star Is Born" di Bradley Cooper. Con Brladley Cooper, Lady GaGa, Sam Elliot, Andrew Dice Clay, Anthony Ramos e altri. USA 2018 ★★★★
Quarta edizione de E' nata una stella (le precedenti nel 1937, 1954, 1976) uno dei più celebri melodrammi hollywoodiani, a sua volta rivisitazione del mito di Pigmalione, per quanto visto, rivisto, risaputo e non esattamente il genere che amo ha dalla sua alcuni indubbi meriti, che lo fanno tra i più probabili candidati a raccogliere premi tra Golden Globe e statuette Oscar, e un asso nella manica: Stefani Joanna Angelina Germanotta, più nota come Lady GaGa. In tutta sincerità, nemmeno sapevo che fosse lei la protagonista femminile, e non l'avevo ovviamente riconosciuta in versione acqua e sapone, al naturale, che peraltro la rende molto dolce e graziosa, pressoché all'opposto di come spesso si presenta, provocatoriamente, in pubblico; quando l'ho vista inquadrata in primo piano e ricevuto la netta sensazione che cantasse senza playback, sensazione confermata dai passaggi della telecamera sulle sue mani e come le muoveva sulla tastiera del pianoforte, mi sono detto "questa è una coi controcoglioni, altro che Madonna e altre sciacquette"... E infatti. Dalla prima esibizione, en travesti, quale emula de Edith Piaf in una strepitosa interpretazione di La vie en rose in un locale di Drag Queen dove per caso entra, a cercare conforto alcolico dopo un concerto in uno stadio stracolmo la rockstar Jackson Maine, che individua all'istante lo straordinario talento di Ally, aspirante cantante e autrice ma cameriera a tempo pieno in un ristorante, ai duetti con lui quando Jack la convince a raggiungerlo sul palco, alla fulminea carriera come solista fino alla vittoria nei Grammy Awards nella categoria esordienti, è lei a calamitare l'attenzione, benché il buon Bradley Cooper faccia la sua parte in una delle sue interpretazioni più sentite e convincenti e la coppia si rivela del tutto affiatata, del resto la colonna sonora l'hanno scritta e cantata insieme (tra i collaboratori, Mark Ronson, mica bruscoli), e credibile anche come marito e moglie nel film in un ambiente, che viene scandagliato con precisione, come quello del rock più tradizionale e quello pop, ambito in cui l'odioso e cinico manager che ne forgia l'immagine intende indirizzare la nascente Star al femminile, facendone una specie di Shakira: e questo è un altro punto a favore del film, che rende plausibile e verosimile anche il rapporto di amore profondo, nonostante i problemi di alcol e stupefacenti di Jackson, tra i due musicisti, per i quali una diventa l'ispirazione dell'altro e viceversa. Per il resto, il remake attinge un po' da tutte le sceneggiature dei suoi predecessori, con un surplus di sentimentalismo perché è Jackson che si sacrifica per non intralciare la carriera di Ally, che pure lo ricorderà e omaggerà per sempre. Convinto che ogni film vada giudicato nel proprio ambito, e che rimane comunque una forma di intrattenimento e come tale considerato più o meno gradevole, pur trattandosi di un polpettone lo trovo incomparabilmente migliore di Opera senza autore, per rimanere nel genere.

martedì 9 ottobre 2018

Opera senza autore

"Opera senza autore" (Werk ohne Author) di Florian Henckel von Donnersmarck. Con Tom Schilling, Sebastian Koch, Paula Beer, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci, Rainer Bock, Lars Eidinger e altri. Germania 2018 ★★½
E' imbarazzante dare un giudizio sul monumentale polpettone (oltre tre ore di durata) candidato dalla Germania agli Oscar come migliore film straniero: da un punto di vista cinematografico manca l'oggetto del contendere, perché non è un film; da quello televisivo raggiunge la sufficienza se lo si considera alla stregua di uno sceneggiato, di cui ha tempi, formato e cast e una sceneggiatura alquanto approssimativa. Siamo sul genere Berlin Alexanderplatz, Heimat, il recente Babylon Berlin; un film a cui va vicino è Le vite degli altri, ma non è alla sua altezza. Anche se il nome del protagonista è Kurt Barnert, la storia si ispira palesemente alla vita dell'artista tedesco Gerhard Richter, nato a Dresda nel 1932 in una famiglia della media borghesia, talentuoso fin da piccolo quando veniva educato alla sensibilità artistica e alla "bellezza del vero" dalla giovane zia Elisabeth, ricoverata con una diagnosi di schizofrenia in un ospedale psichiatrico per le sue "stranezze" e sterilizzata prima, e avviata alla soppressione poi dall'eminente ginecologo Karl Seeband, teorico dell'eugenetica nazista, lo stesso che ritroverà come padre della dolce e amata Elli prima a Dresda, dove è stato riabilitato ed è divenuto un personaggio eminente nella nuova Repubblica Popolare grazie alla copertura da parte di un maggiore del KGB del cui primogenito aveva consentito la sopravvivenza dopo un parto difficile; poi di nuovo nei primi anni Sessanta a Düsseldorf, dove Seebald era riparato dopo che il suo protettore era stato richiamato a Mosca. Il racconto segue un ordine strettamente cronologico: l'infanzia di Kurt, il trasferimento della famiglia in un paesino fuori Dresda; il tragico bombardamento che la rase al suolo all'inizio del 1945; il "gasamento" di Elisabeth; il primo dopoguerra; gli studi alla scuola d'arte; questa volta ispirata al realismo socialista, dove qualsiasi deviazione veniva considerata un'espressione tipica dell'individualismo borghese, altrettanto vituperata quanto l'arte degenerata da parte dei nazisti; la decisione, quando già aveva acquisito una sicura fama, di trasferirsi a Ovest nel 1961, pochi mesi prima che venisse eretto il Muro; la scelta di iscriversi all'Accademia delle belle arti di Düsseldorf, la meno convenzionale tra quelle esistenti nella BRD, diretta ai tempi da Joseph Beuys (forse la figura riuscita meglio), che nel film viene chiamato Van Verten (Oliver Masucci). Lì, dopo alcuni tentativi di adeguarsi allo spirito dell'epoca, tra Pop Art, Concettuale e Body Art, torna, in maniera originale, all'amata pittura, da cui era partito, ispirandosi a foto di vecchi album e perfino a fototessere. Anche se qui e là non rinuncia a qualche massima e a un accenno grossolano alle contese in campo artistico, il film ci risparmia il pippone ideologico e si accontenta di rimanere nel campo del feuilleton, a parte l'inevitabile riflessione sull'acquiescenza al nazismo e al conformismo di segno opposto nella DDR, e la rappresentazione della figura dell'epigono di Mengele nel suo adeguarsi alle situazioni senza cambiare di una virgola; in definitiva si fa guardare e, come spettacolo, ha un suo perché e incredibilmente non risulta noioso, benché certi passaggi siano incongrui, le ricostruzioni degli esterni ridicole (quanto invece accurate quelle degli interni) e la storia molto romanzata. Ma si va al cinema anche per rilassarsi e divertirsi: e così alla fine il giudizio non può essere del tutto negativo. 

venerdì 5 ottobre 2018

The Wife - Vivere nell'ombra

"The Wife - Vivere nell'ombra" (The Wife) di Björn Runge. Con Glenn Close, Jonathan Pryce, Christian Slater, Max Irons, Harry Lloyd, Annie Starke, e altri. USA, Svezia, GB 2017 ★★½
Tra gli ultimi quattro film visti, è il secondo che parla di gostwriter (il "negro" in gergo editoriale nostrano, ormai desueto perché politicamente scorretto), figura che sta vivendo il suo momento di gloria cinematografica covando le sue vendette (è anche il secondo con protagonista l'ottimo Jonathan Pryce; sempre nell'ultimo poker di film doppietta anche per Adam Driver); il terzo che ha a che vedere con la scrittura, e il quarto che tratta, in sostanza, di scambio di ruoli e del "doppio": d'accordo che si tratta di tematiche ricorrenti sia nel cinema sia nel teatro (e questo in particolare è un film teatrale, che vede duettare due attori di altissimo livello, uno dei due però doppiato in maniera discutibile, eccessiva, invadente: ho scoperto che si trattava di Gabriele Lavia, e allora tutto è risultato chiaro), ma è curiosa la coincidenza nelle uscite in sala. Alla fine, con Blakkklansman, è quello che mi ha convinto di meno, anche se non si può dire che sia inguardabile: sarà che sono troppo "americani", per quanto colti e raffinati, e dunque schematici e scontati e al contempo comunque improbabili. Non che manchino i colpi a sorpresa in queste "scene da un matrimonio" di un'anziana coppia che vive nel Connecticut e da Stoccolma riceve la notizia che lui, Joe Castleman, ebreo newyorkese (ma guarda un po'), ex professore, scrittore di successo, scapestrato e sempre perdonato, infantile, pieno di se e nevrotico, amorevolmente accudito dalla seconda moglie Joan, una sua ex studentessa che ha sedotto con la parlantina, ha vinto il Nobel per la letteratura del 1992. Durante il viaggio e il soggiorno in Svezia, che compiono col figlio David, aspirante scrittore a sua volta, sostanzialmente ignorato dal padre da cui vorrebbe approvazione e consigli, scatta qualcosa nella mente di Joan, anche a causa dell'incontro con un altro scrittore, studioso di Castleman, che ha avuto l'incarico di scrivere una biografia di Joe, e di ciò che questi le fa ricordare per cui, mentre fervono i preparativi per la consegna del premio, con tutto il ridicolo cerimoniale e le stranezze dei rituali e della buroacrazia scandinava, ripercorre nella memoria le tappe della loro vita in comune che si regge su un patto segreto e tutto sommato di reciproca soddisfazione, perché nonostante tutto si amano e hanno bisogno l'uno dell'altra. Non sto facendo spoiler, perché avrete già capito, come ho capito io dopo circa trenta secondi, che in realtà è Joan a scrivere i romanzi di Joe, perché è lei che possiede il talento di dar vita ai personaggi delle storie che lui inventa, riversandovi fin nei dettagli episodi della sua stessa vita matrimoniale (almeno dal suo punto di vista, che il marito ignora) rendendoli così credibili, mentre lui rimane l'istrione autocompiaciuto che ama giogioneggiare in pubblico. L'equilibrio di coppia, nonostante la "presa di coscienza" di lei  che "sclera" proprio durante il pranzo di gala fuggendo in albergo dove avviene la scena madre (anzi: due) e lo svelamento di quel che già sapevamo, è destinato a durare comunque, nonostante tutto, vita natural durante e anche oltre. A parte le prove dei due protagonisti, francamente poco altro. 

martedì 2 ottobre 2018

L'uomo che uccise Don Chisciotte

"L'uomo che uccise Don Chisciotte" (The Man Who Killed Don Quijote) di Terry Gilliam. Con Adam Driver, Jonathan Pryce, Joana Ribeiro, Olga Kurylenko, Stellan Skarsgad, Jordi Mollá e altri. GB, Spagna 2018 ★★★★½
Terry Gilliam, l'unico membro americano dei mitici Monty Python ce l'ha fatta: dopo 20 anni di tentativi miseramente falliti (il primo dei quali documentato in Lost in La Mancha, uscito nel 2001), un record nella storia del cinema, per un motivo o per l'altro, a cominciare dai rapporti sempre conflittuali con i produttori, il suo film ispirato alle avventure dell'eroe di Cervantes ha visto finalmente la luce e il risultato, come ci si poteva aspettare da un geniaccio come lui, è una fantasmagoria surreale che opera su diversi livelli. Tobi Grisoni (Adam Driver), un talentuoso regista brillante quanto cialtrone, che si trova su un set in Spagna a girare degli spot pubblicitari con un soggetto ispirato a Don Chisciotte, si imbatte in un misterioso gitano che vende DVD piratati, tra i quali scova una copia di una sua opera giovanile di vent'anni prima, appena uscito dalla scuola di cinema, sullo stesso tema, e girata in un villaggio che si trova lì vicino, nel cuore della Mancha, che aveva per interpreti i suoi abitanti a cui aveva prospettato un radioso futuro nello sfavillante mondo dello spettacolo. Toby decide di andare sulle loro tracce per verificare cosa ne è stato delle loro vite e l'accoglienza non è esattamente delle migliori, ma finisce per imbattersi sia in Angelica, la ragazza che aveva interpretato Dulcinea e che ai tempi aveva sedotto, sia il vecchio ciabattino del paese, un grandioso Jonathan Pryce che, completamente impazzito, si è talmente immedesimato nel ruolo affidatogli allora, da essere convinto di essere lui stesso Don Chisciotte fino a riconoscere in Tobi il suo fedele scudiero Sancho Panza e riprenderlo con sé per una nuova serie di deliranti avventure che riportano la strana coppia sul set che Tobi aveva momentaneamente abbandonato e li trova coinvolti in una serie di spettacolari spot per una vodka prodotta da un magnate russo in odor di mafia. Il risultato è un gustosissima sorta di Hellzapoppin' che conferma una vena tra il visionario e il demenziale colto che mi ha ricordato due capolavori del passato come Brian di Nazareth e Brazil, entrambi opera del grande Terry Gilliam, il cui ritorno fa felice i buongustai del genere. Superfluo dire che il regista ha ancora una volta avuto una mano infallibile nello scegliere gli interpreti, stralunati quanto lui che, immedesimandosi a sua volta in Don Chisciotte, dice a modo suo quel che pensa del mondo del cinema e di ciò che gli gira attorno. Immancabile per gli intenditori. 

domenica 30 settembre 2018

Blakkklansman

"Blakkklansman" di Spike Lee. Con John David Washington, Adam Driver, Topher Grace. Laura Harrier, Ryan Eggold, Jasper Pääkkönnen, Harry Belafonte e altri. USA 2018 ★★★-
Ironico, intelligente, brillante, colto, impegnato politicamente, regista e sceneggiatore di fama, ancora una volta Spike Lee non è riuscito a convincermi del tutto. Per quanto Blakkklansman, incredibilmente tratto da una storia vera, quella dell'infiltrazione nella divisione del Ku Klux Klan della propria città, Colorado Springs, da parte di un agente nero, raccontata in un libro autobiografico da Ron Stallworth (interpretato da John David Washington) sia piuttosto divertente, lo è al punto da rendere poco credibile la morale che Lee ne trae: il razzismo non solo perdurante ma congenito dell'americano medio trumpizzato, del resto inevitabile in una nazione fondata sul genocidio e la schiavitù e dominata dai "valori" ereditati dalla parte più retriva, bigotta ed egoista della società britannica prima ancora che quest'ultima si lanciasse nell'avventura imperiale, ché questi e non altro erano i tuttora celebrati "Padri Fondatori". Stand Up!, dice il regista nelle ultime scene del film, quando ripropone immagini originali di un linciaggio avvenuto nel 1916 raccontato da Harry Belafonte, quelle di un'intervista a David Duke, già deputato della Louisiana e leader del KKK, quelle della morta di una giovane donna (bianca) durante gli incidenti avvenuti a Charlotteville, Virginia, l'anno scorso durante una manifestazione con scontri tra neonazisti e oppositori di Trump nonché le vergognose dichiarazioni di quest'ultimo; però mostra anche lui, attraverso il personaggio principale del film, di aderire ai "valori" di fondo su cui si basa una simile società: la malintesa "libertà" (assoluta per quanto riguarda i WASP), l'individualismo sfrenato, il business is business, il patriottismo fanatico, insomma l'American Way of Life, a cui anche le altre etnie che compongono gli USA devono adeguarsi (e alla fin fine lo fanno) e che tuttora sono una calamita per tanti immigrati, legali o no, che vogliono entrare a fare parte di una società simile. Come si possa pensare di combattere il razzismo dall'interno di un corpo di polizia fondamentalmente razzista, come può esserlo quello di uno Stato del Sud come il Colorado, da parte di un giovane nero colto di inizi anni Settanta, in epoca di Black Panthers, che si candida come agente, rimane un mistero; comunque sia, Ron Stallworth, neolaureato, si arruola in polizia e, dopo gli esordi come archivista, entra a far parte degli agenti sotto copertura e viene infiltrato in un comizio di Stokely Carmichael, leader delle Pantere Nere, dove conosce Pat, l'organizzatirice, a capo dell'asociazione degli studenti neri locali, con cui avvia una relazione. E' probabilmente questa la molla che porta Ron a porsi qualche domanda e a proporsi di infiltrarsi nel KKK locale, cosa che gli riesce, prendendo la tessera e divenendone il capo a Colorado Springs, ovviamente tenendo i contatti con i vertici dell'organizzazione soltanto a voce, per telefono e, dal vivo, per interposta persona, il suo collega Flip Zimmerman (ottimamente interpretato da Adam Driver, ormai non più una rivelazione) che è sì bianco ma, ironia della sorte, ebreo, ossia il nemico numero due del KKK. Il resto è una godibile commedia poliziottesca, ricca di colpi di scena, situazioni altamente improbabili, e benché l'ironia e il giusto per la dissacrazione e la battuta di Spike Lee siano note, la sensazione è che non resista a "buttarla in caciara", ed è quel che convince di meno. Però si fa vedere.