sabato 23 giugno 2018

Thelma

"Thelma" di Joachim Trier. Con Eili Harboe, Kaya Wilkins, Henrik Rafaelsen, Ellen Dorrit Petersen e altri. Norvegia, Francia, Danimarca, Svezia 2017 ★★★+
Film norvegese che è arduo definire, perché è sulla commistione tutto sommato felice dei generi che gioca, ma noir psicologico di formazione con escursioni nel paranormale, se non nello horror può rendere l'idea: il tutto con tempi, modi e fissazioni tipicamente scandinavi, dall'esplorazione del mondo adolescenziale, ai complessi di colpa, alla malattia mentale e all'incomunicabilità, tutti aspetti che tendono a darmi sui nervi eppure, grazie a una mano agile e attenta ai dettagli, capace di creare suspense e infondere curiosità sul dove si andrà a parare, e soprattutto alla notevole prova della giovane e brava Eili Harboe nella parte della protagonista il film non annoia e si fa vedere e ha pure un certo fascino, anche se non è precisamente gradevole. Anzi: è forse questa alternanza tra sensualità e freddezza, coinvolgimento e repulsione a creare una chimica che fa stare assieme il tutto e a renderlo attraente. Thelma è una giovane introversa, educata in una famiglia religiosa e apprensiva, che si trasferisce dalla Norvegia rurale a Oslo per studiare biologia all'Università: nei primi tempi si sente molto isolata, lontana com'è per carattere e formazione dai coetanei di città, finché un giorno in biblioteca non cade vittima di un attacco che sembra epilettico ma si rivela essere di tipo psicogeno dopo una lunga serie di analisi. Al momento la soccorre Anja, una ragazza con cui stringe un'amicizia che col tempo diventa attrazione. E' in questo passaggio, che segna anche un cambiamento nella sia vita sociale, che gli attacchi diventano sempre più numerosi, coincidendo con i momenti di maggiore tensione emotiva della ragazza, quando si sente dilaniata tra sentimento, desiderio represso e senso di colpa. Nel frattempo proseguono gli esami clinici, anche con l'utilizzo attacchi provocati, e la ragazza scopre attraverso la storia medica della famiglia che anche la nonna paterna aveva avuto disturbi psichici tali da portarla al ricovero in una casa di cura e, da parte sua, di possedere una sorta di potere soprannaturale, che coinvolge oggetti, persone e, in modo particolare, uccelli, che sembrano impazzire nei momenti in cui lei diviene preda delle crisi, e che spiegano, forse, alcuni aspetti tragici del passato della famiglia. Al contempo, è una storia di crescita ed emancipazione da parte della ragazza, ma non è il caso di svelare di più. Come detto, nonostante tutto il film ha un suo perché ed è girato abilmente: nello scialbo panorama stagionale, una luce, per quanto fredda e nordica, nelle tenebre...

mercoledì 20 giugno 2018

Ufficio ricordi smarriti


Solitamente dico la mia su uno spettacolo a cui ho assistito a ridosso dell'evento, al massimo un paio di giorni dopo; stavolta ho atteso che fosse trascorso quasi un mese dall'ultima rappresentazione del 7º episodio, l'unico a percorso non predefinito, di questa straordinaria esperienza di teatro partecipato curato dall'attrice e regista Rita Maffei per la 36ª stagione di Teatro Contatto per il CSS/Teatro Stabile d'innovazione del Friuli-Venezia Giulia. Partecipato nel vero senso della parola, sia da parte dei trentasette interpreti coinvolti nell'ideazione, allestimento e messa in scena di quello che si può definire un laboratorio, e il pubblico, che ne è protagonista al pari degli attori condividendone gli spazi (ogni volta diversi: una camera da letto, un tinello, un ufficio, una tenda, una sala cinematografica, una panchina o quant'altro), solitamente uno per volta, da visitare/incontrare in un percorso che si fa singolarmente: non una "visita guidata", dunque, e la sorpresa è costantemente dietro l'angolo. Non ho mai avuto a che fare con la psicanalisi, di cui peraltro diffido, almeno nella sua versione freudiana, e le mie esperienze si limitano ad alcuni colloqui con una psicologa anni fa, e mi chiedo se il coinvolgimento, a livello emozionale e di intensità, possa essere paragonabile; a quello fisico senz'altro no, perché la condivisione in uno stesso ambito fisico dei ricordi talvolta reali, altre volte evocati, altre perfino creati di un'altra persona con cui si è in contatto attraverso tutti e cinque i sensi (talvolta si condivide un cibo, o una bevanda: perfino il gusto ha la sua parte) ti entra sottopelle e ti rende, per l'appunto, partecipe. O almeno è quello che mi è capitato dal primo episodio della prima puntata: la sensazione è quella di affidarsi a una persona di fiducia e di poter lasciare correre la mente, i pensieri, per recuperare sensazioni e pezzi di memoria che in parte sono comuni; le riflessioni sul senso dei ricordi, sulla loro formazione e permanenza, sulla dimensione temporale vengono spontanee e l'effetto che ho provato, all'uscita di ciascuna delle sette puntate (dalle sei alle dieci stanze che si visitano in ognuna di esse, per un totale di mezz'ora/quaranta minuti di media), era quello di una pace profonda, probabilmente per il fatto di rendersi conto di quanto i ricordi possano essere al contempo simili e diversi, same same but different, perché, parafrasando Cartesio, se ricordo perché sono, è altrettanto vero che sono perché ricordo. Da notare che i membri del collettivo N.46°-E13°, ossia le coordinate di Udine, sono tutte persone (in grande maggioranza di sesso femminile) che chi frequenta cinema, teatri, librerie, musei e gallerie e alcune osterie tipiche in città conosce di vista se non di persona, per cui l'altra riflessione che viene spontanea è quella della maschera o meglio delle maschere che ognuno di noi indossa nei vari momenti non solo della propria esistenza, ma perfino nella stessa giornata, a volte una sull'altra nello stesso momento, e ci si immedesima nella situazione perché se ne ha chiara la percezione. La cosa stupefacente è che tutte le sensazioni che ho provato, per quanto intense e che mi spesso mi colpivano profondamente, hanno sempre lasciato una traccia positiva, un'aura lieve, un senso di pace. Un'esperienza dei sensi e una medicina per la mente più che uno spettacolo (che il teatro sia terapeutico l'ho sempre sostenuto), una pausa per riflettere e per trovare un equilibrio con sé stessi, di cui ringrazio Rita Maffei, il CSS e l'intero collettivo N.46°-E13°, di cui non escludo di entrare a far parte in occasione di una prossima produzione. 
Nota di servizio: se trascinate/scaricate l'immagine in jpeg sulla scrivania del vostro PC, usando l'ingrandimento dovreste poter leggere con chiarezza il testo dell'articolo di presentazione del lavoro, uscito sul Messaggero Veneto il giorno della prima "puntata", il 6 dicembre scorso.

sabato 16 giugno 2018

La terra dell'abbastanza

"La terra dell'abbastanza" di Damiano e Fabio D'Innocenzo. Con Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti, Milena Mancini, Max Tortora, Luca Zingaretti e altri. Italia 2018 ★★★
Ancora un esordio molto incoraggiante alla regìa, questa volta di due gemelli romani ventinovenni, avvenuto senza passare dal via, nemmeno un cortometraggio alle spalle, che rivela capacità non comuni di utilizzare il linguaggio cinematografico in tutti i suoi aspetti, da quelli tecnici a quelli di contenuto, coerenti a un genere, il noir, pur approcciando il mondo criminale in maniera originale e parlando anche d'altro e pur ambientando la pellicola in una periferia, in questo caso romana, al pari di in altri ottimi film come Manuel e Cuori puri: si può ben dire che la prematura scomparsa di Claudio Caligari ha lasciato un vuoto che alcuni giovani colleghi stanno riempiendo con onore. Mirko (l'esordiente assoluto Matteo Olivetti) e Manolo (Andrea Carpenzano, già apprezzato in Tutto quello che vuoi) sono due giovani amici fraterni che vivono nella periferia di Roma, frequentano l'istituto alberghiero e non hanno grandissime ambizioni: mentre ne chiacchierano scherzando, al ritorno a casa in macchina dopo una serata assieme, inavvertitamente Mirko, alla guida, investe un uomo sbucato dal nulla. I due ragazzi, terrorizzati, scappano e si rifugiano dal padre di Manolo (Max Tortora, in un inconsueto ruolo drammatico) che li tranquillizza. La svolta il giorno seguente, quando quest'ultimo scopre che la vittima, morta sul colpo, era un "infame", un pentito, su cui il boss della malavita locale voleva vendicarsi e intravvede per suo figlio la possibilità, appunto, di svoltare ed entrare a far parte della banda, cosa che lui, rimasto solo, irresoluto e ridotto a giocare alle slot machine a cinquanta e passa anni, non è nemmeno riuscito a fare. Manolo prima recalcitra, poi accetta e si autoconvince facilmente che il padre abbia ragione e comincia a comportarsi da sgamato; Mirko alla fine lo convince a far entrare anche lui nel giro e così, in breve tempo, i due amici di sempre fanno in coppia tutto l'apprendistato del giovane delinquente, dall'omicidio su commissione, allo spaccio, alla gestione delle prostitute, con una facilità e indifferenza totali. Mentre nella prima parte il film si concentra su Manolo, più introverso, riflessivo, nella seconda vira su Mirko, più tormentato ed esplosivo e anche più sotto pressione, specie per via del rapporto con una madre, Alessia (Milena Mancini), che lo ha avuto molto giovane, parecchio più complesso di quanto Manolo abbia con suo padre, e ancora più soggetto a un fondo di complesso di colpa che contrasta con la naturalezza con cui si adegua alla vita criminale e ai vacui simboli del successo, esibiti come trofei a dimostrazione di essere "arrivato". Un'escalation che sembra implacabile, fino all'imprevisto... Non svelo ovviamente i colpi di scena finali, ciò che mi preme sottolineare è la bravura nel far lavorare assieme un cast scelto con rara accuratezza, una sceneggiatura senza sbavature che va dritto allo scopo, la giusta tensione e i repentini cambi di passo, tutti al momento giusto per raccontare sì una vicenda tutto sommato banale di iniziazione al crimine, ma anche una storia di assenze di figure di riferimento, in particolare quella di padre, perché quella del genitore di Manolo è più quella di una sorta di prosseneta, che col figlio ha un rapporto totalmente inesistente, mentre quello materno di Alessia con Mirko, per quanto conflittuale, esiste ed è vivo d parte di entrambi. Un film potente e coinvolgente, con un'unica pecca: parlato in gergo romanesco così stretto e particolare che necessiterebbe di sottotitoli (non siamo nelle solite terrazze capitoline o nei nuovi quartieri di tendenza con vista Gazometro ma nella periferia extra GRA di Ponte di Nona) 

mercoledì 13 giugno 2018

Tutto quanto fa spettacolo - The Age of Aquarius


The Fifth Dimension
When the moon is in the Seventh House
And Jupiter aligns with Mars
Then peace will guide the planets
And love will steer the stars
This is the dawning of the age of Aquarius
Age of Aquarius
Aquarius
Aquarius
Harmony and understanding
Sympathy and trust abounding
No more falsehoods or derisions
Golden living dreams of visions
Mystic crystal revelation
And the mind's true liberation
Aquarius
Aquarius
When the moon is in the Seventh House
And Jupiter aligns with Mars
Then peace will guide the planets
And love will steer the stars
This is the dawning of the age of Aquarius
Age of Aquarius
Aquarius
Aquarius
Aquarius
Aquarius
Let the sunshine, let the sunshine in, the sunshine in
Let the sunshine, let the sunshine in, the sunshine in
Let the

martedì 12 giugno 2018

Tito e gli alieni

"Tito e gli alieni" di Paola Randi. Con Valerio Mastandrea, Luca Esposito, Clémence Poésy, Chiara Stella Riccio, Gianfelice Imparato, Miguel Herrera e altri. Italia 2017 ★★★★★
Sono contento di avere avuto l'occasione di vedere questo secondo lavoro di Paola Randi  (il suo esordio nel lungometraggio, Into Paradiso, purtroppo me l'ero perso) a pochi giorni di distanza dal tanto decantato Lazzaro felice di Alice Rohrwacher, perché rappresenta perfettamente tutto quello che quest'ultimo avrebbe voluto essere e non non ci è riuscito neppure lontanamente: immaginifico, poetico, autentico, comprensibile, lieve, emozionante, divertente, a tratti commovente senza essere mai lacrimoso e giocare sul facile sentimentalismo. Il tutto concentrato in 90 minuti, 40' in meno di quell'altra mappazza indigesta e velleitaria. Il bello della stagione estiva, considerata morta, è che vengono riesumate e mandate in giro nelle sale lungo la Penisola e lontano dai centri maggiori pellicole colpevolmente considerate minori come questa, uscita nell'autunno dell'anno scorso senza il traino della partecipazione a qualche festival glamour e relativo accompagnamento delle fanfare della critica da riporto e militonta, e che talvolta risultano essere degli autentici gioielli: a dispetto di un budget infinitamente più limitato, di non poter contare su coproduzioni internazionali e non usufruire di potenti entrature nel settore, la differenza di qualità, coinvolgimento e gradevolezza tra i due film in questione è abissale, premiando passione autentica, capacità di comunicazione e fantasia. Il Professore (Valerio Mastandrea in una prestazione ancora una  volta esemplarmente misurata), uno scienziato napoletano che ha ideato un decodificatore di eventuali messaggi che arrivano dallo spazio profondo e da sei anni segue con scarsi risultati per conto dell'aeronautica USA un progetto nel pieno del deserto del Nevada, in prossimità dell'Area 51, viene scosso dalla sua abulia, dovuta alla scomparsa della amata moglie e collega, di cui pure una volta ha percepito la voce attraverso il marchingegno di sua invenzione, dall'arrivo dei due figli di suo fratello Fidel, già orfani di madre, preannunciato da un messaggio video postumo dell'uomo, morto a sua volta. Anita, 16 enne che vorrebbe emulare Lady Gaga, e soprattutto Tito, 7 anni, che desidera più di ogni cosa parlare nuovamente con suo padre, sconvolgono, in positivo, la sua esistenza solitaria di depresso cronico, finora vivacizzata soltanto dalle visite di Stella, una ragazza che di mestiere organizza matrimoni per quegli ormai rari turisti che credono ancora agli alieni. Sarà lo scugnizzo Tito, capace di interloquire senza problemi con LINDA, questo il nome del decrittatore, un arnese a metà tra un calcolatore d'antan e una slot machine, a dare una svolta al progetto proprio mentre l'USAF intende cancellarlo, mettendo in contatto gli astanti, in un finale sorprendente ed evocativo, con i propri ricordi e lasciandoli in uno stato di pace con sé stessi. Senza esagerare, siamo dalle parti di Incontri ravvicinati del terzo tipo ed ET, come impatto emozionale, senza l'ausilio degli effetti speciali, qui artigianali ma altrettanto efficaci nel contesto, e la grandiosità dei mezzi a disposizione. A dare compattezza ed equilibrio al film, una sceneggiatura felicemente scorrevole, una fotografia assolutamente di prim'ordine, una colonna sonora semplice e azzeccata così come il cast nel suo insieme. Una bellissima sorpresa: questo è cinema. Se ne avete occasione correte a vederlo oppure aspettate che venga trasmesso, tra non molto, in TV on demand, ma su grande schermi sicuramente rende molto meglio. Complimenti vivissimi all'autrice e ai produttori. 

domenica 10 giugno 2018

Lazzaro felice

"Lazzaro felice" di Alice Rohrwacher. Con Adriano Tardiolo, Agnese Graziani, Alba Rohrwacher, Luca Chikovani, Natalino Balasso, Nicoletta Braschi, Sergi Lopez, Tommaso Ragno e altri. Italia 2018  ½
Sì, va beh, però che palle... Fosse durato una mezz'ora in meno, il film sarebbe risultato, a mio parere, più equilibrato e godibile, senza sforare il mio personale limite di pazienza: trascorsa mezz'ora, già avevo cominciato a sbirciare il quadrante dell'orologio, figurarsi superata l'ora e mezzo, che sarebbe stato il massimo consentito, e invece avanti fino a due ore e 10' complessivi. A metà tra la parabola (Lazzaro, anche nell'accezione di povero, che risorge) e la favola (san Francesco e il lupo), in una dimensione atemporale, ma collocabile attorno agli anni Novanta, la pellicola racconta della vicenda di un ragazzo innocente e sempre disponibile, l'esordiente Adriano Tardiolo, capace di una sorprendente immedesimazione nell'aria eternamente attonita del personaggio, di una bontà così profonda da sconfinare nell'idiozia, che vive in un contesto contadino estremamente arretrato, una comunità di mezzadri segregata in una proprietà dove si coltiva tabacco, sfruttati senza pietà da una contessa arcigna, senza alcun contatto col mondo esterno salvo l'amministratore, un suo tirapiedi furfantesco e in malafede. Lazzaro stringe un'amicizia profonda (almeno per lui, quindi unidirezionale) nei confronti dell'annoiato Tancredi, figlio  adolescente della contessa che simula un rapimento per noia e per protesta contro le condizioni dei contadini: vengono in mente certe sedicenti avanguardie proletarie da salotto e da terrazza che abbondano tra chi, incendiario in gioventù, ora, ovviamente, è diventato pompiere e dunque renziano e si ostina a votare piddì perché "in direzione ostinata e pedestre". Questo fino a quando tutto il gruppo di una quarantina di contadini non viene scoperto dai carabinieri e sottratto alla condizione di schiavitù, mentre Lazzaro, alla ricerca di Tancredi, precipita in un burrone e muore. Risorge una ventina d'anni dopo, risvegliato da un lupo, identico a sé stesso, e quando vede il podere abbandonato da ogni anima viva, si reca nella grande città alla ricerca dell'amico. Trova invece il gruppo degli ex mezzadri nel frattempo accampatisi in uno squallido terreno a ridosso di una stazione ferroviaria (la Centrale di Milano, anche se il resto delle riprese a occhio sembra fatto a Torino) e che sopravvivono con furtarelli e affari loschi, i quali lo vedono come l'apparizione di un fantasma e che, esattamente come prima, lo sfruttano: homo homini lupus vale anche per e tra i più poveri e alla fine Lazzaro ritrova pure Tancredi (l'ottimo Tommaso Ragno, un bravissimo attore che solo di recente sembra aver avuto le sue opportunità cinematografiche), velleitario e vanesio come era vent'anni prima. La critica allineata, luogocomunista, buonista e politicamente corretta, specie quella francese in occasione della presentazione del film al recente Festival di Cannes, dove ha ricevuto il premio per la miglior sceneggiatura (mah... del resto son francesi) ha parlato di neoralismo magico, come anche nel caso di Dogman di Matteo Garrone, ma il divario di qualità, a mio parere, è impietoso. Sì, ci si possono vedere richiami a Rossellini, De Sica, Pasolini, Bertolucci, Olmi soprattutto, ma i peana sono a mio parere del tutto esagerati e, accidenti: siamo nel 21° secolo, e gli stilemi e modi di raccontare di oltre mezzo secolo fa risultano alquanto datati. Quel che è peggio, però, è che l'utilizzo di tecniche "povere", almeno all'apparenza, se giustificabili perché in linea col pauperismo della pellicola e il suo richiamo al neorealismo (il che non impedisce l'uso di un drone) qui più che di una scelta sembra indice di sciatteria se non di dilettantismo, o almeno è l'impressione che ha suscitato in me. Assieme alla piattezza e fissità dei personaggi, cui non vengono in soccorso gli interpreti, professionisti e no, a eccezione del già citato Tommaso Ragno e della sorella della regista, Alba, gli unici due a conferire un po' di verve all'andazzo e colpevolmente sottoutilizzati, il tutto lascia una sensazione di freddezza, astrazione, artefatto e, detta tutta, di onanismo mentale: non c'è stato un solo momento, in 130', in cui mi sia emozionato e guadagnare l'uscita dalla sala è stato un sollievo. Auguri! 

venerdì 8 giugno 2018

La truffa dei Logan

"La truffa dei Logan" (Lucky Logan) di Steven Soderbergh. Con Channing Tatum, Adam Driver, Riley Keough, Daniel Craig, Katie Holmes, Hilary Swank e altri. USA 2017 ★★★★½
Felice rientro in pista dopo un periodo di pausa per Steven Soderbergh, uno dei più eclettici e originali registi in attività, con un film che a prima vista potrebbe sembrare il remake del suo Ocean's Eleven (e i relativi seguiti), ossia il racconto di un avventuroso colpo grosso compiuto però non da una numerosa ed eterogenea banda glamour ma da un trio di fratelli sfigati e male in arnese della West Virginia rurale (Jimmy, Clyde e Mellie Logan), che partoriscono l'idea di svaligiare il caveau dove vengono custoditi i liquidi incassati nei giorni di gara del Charlotte Motor Speedway della vicina North Carolina, circuito dove si svolgono le gare del campionato NASCAR. Jimmy Logan era una promessa del football quando gli si è frantumato un ginocchio, è separato e ha una figlioletta che adora e da cui viene adorato: viene licenziato  dalla ditta per cui fa un lavoro saltuario proprio per il fatto di essere leggermente claudicante; il fratello Clyde, ex minatore, ha perso un braccio tornando dalla guerra in Irak dov'era andato volontario e gestisce il bar del paesotto in cui vivono; la bella Mellie fa la parrucchiera e insieme aiutano Jimmy a elaborare un colpo che li faccia svoltare: non pretendono chissà che cosa, semplicemente affrancarsi dalla "maledizione dei Logan" che incombe sui membri della famiglia e vivere una vita perfettamente normale, in base ad alcuni semplici principi: cerca di prevedere il prevedibile, fidati di chi ti puoi fidare, sii tu stesso l'artefice della tua fortuna e non strafare; per farlo si avvalgono delle competenze di Joe Bang (un Daniel Craig spassosissimo), un piccolo delinquente locale specializzato in casseforti, che sta scontando gli ultimi mesi di detenzione in un carcere che ha per direttore un tipo vanesio che vuol dimostrare che tutto vi funziona meravigliosamente e quindi per principio non chiede mai aiuto ai superiori. Un gioco da ragazzi per Clyde, fattosi imprigionare per un reato minore, convincere Joe ad evadere insieme per il tempo necessario a far saltare il caveau e tornare in cella, con la complicità dei compagni di pena; a dare una mano ai Logan, altri due fratelli di Joe, entrambi sciroccati, da poco convertiti a una chiesa evangelica e a cui occorre una motivazione "morale" per la loro collaborazione. Sembra una gang di sfigati, in realtà dimostrano una straordinaria coesione e forza d'animo, e sfruttano fino all'ultimo neurone per raggiungere il loro scopo, senza strafare e diventare "avidi", agendo quindi con ammirevole sagacia. Al di là delle apparenze e del fatto che si tratti di una commedia noir, la pellicola ha una indubbia valenza politica e racconta di quell'America di cui non si parla, quella gente comune che è anche al centro dell'attenzione dei fratelli Coen, ma qui senza i loro eccessi caricaturali. Nonostante la trama intricata e piena di colpi di scena, è mirabile l'equilibrio tra i vari piani e registri, dal comico al drammatico, dall'azione al sentimentale, e la fluidità del racconto, frutto di una sceneggiatura magistrale: peccato non essermi potuto gustare, in quest'occasione, la versione originale sottotitolata. Azzeccati e affiatati sia i protagonisti principali (oltre a Craig, in particolare segnalo Adam Driver, nella parte del monco, il fratello saggio e sentenzioso, non è da tempo più una sorpresa) sia l'intero cast, ottima fotografia e colonna sonora di prim'ordine, va da sé in stile country ma di classe.