martedì 22 gennaio 2019

Chris The Swiss


"Chris The Swiss" di Anja Kofmel. Svizzera, Germania, Croazia, Finlandia 2018 ★★★★½
In concorso nella sezioni documentari del TSFF, mi auguro che ne esca vincitore sia per la qualità del lavoro, investigativo ma non solo, di Anja Kofmel, sia per la sensibilità con cui affronta un argomento inquietante: cosa attrae l'uomo nell'abisso di abiezione che è, comunque, una guerra; in altre parole la parte nascosta che alberga in ognuno di noi. E che in alcune persone, come il giovane reporter svizzero Chris Würtenberg, partito nel settembre del 1991 alla volta di Zagabria e poi Vukovar allo scoppio del conflitto tra Croazia e Serbia e ritrovato cadavere nel gennaio successivo appena fuori Osijek, con ogni probabilità ucciso dai commilitoni del VIP, una formazione paramilitare di mercenari stranieri finanziati dall'Opus Dei per combattere i serbi, dove si era infiltrato per raccontare la guerra dall'interno, prende il sopravvento. Soltanto infiltrato? O si trattava di spirito di avventura che rasentava il limite dell'incoscienza, quando non lo superava (a soli 17 anni era già scappato in Namibia, dove ricevette l'addestramento militare dai sudafricani, quando ancora vigeva l'Apartheid), che l'aveva animato da sempre per la disperazione della famiglia, in particolare del fratello Michael, ancora oggi furibondo con lui per la sua irresponsabilità? A muovere l'autrice, la documentarista e illustratrice svizzera Anja Kofmel, il fatto che Chris, suo cugino primo, fosse una sorta di figura mitica e la sua morte, come essa stessa afferma, un'esperienza cruciale della sua infanzia: ed eccola ripercorrerne le tracce, armata degli appunti di Chris, salendo sullo stesso treno che lo portò da Basilea a Zagabria, in poche ore dalla tranquillità della neutrale Svizzera dritto dentro al "mostro". Ad attenderla, Siniša Juričić, ai tempi fixer di Chris e di altri reporter stranieri, oggi coproduttore, venuto a presentare il film a Trieste domenica scorsa; insieme a lui Anja ripercorre le tracce del giornalista assassinato e intervista i sui colleghi ma soprattutto i commilitoni di allora, e la domanda di fondo rimane: cosa spinge un giovane sensibile in direzione dell'abisso? Oltre a ciò muove ogni guerra, ossia l'interesse di chi vende armi a chiunque abbia intenzione di farla e dunque non si ferma davanti a nulla per fomentarne sempre di nuove, e uno dei propellenti più potenti di ogni conflitto è sempre e comunque il motivo religioso che, per quanto fosse un pretesto così come quello etnico, ebbe un ruolo fondamentale nelle guerre jugoslave, soprattutto per scatenarle. E qui le responsabilità del Vaticano e dell'allora Papa Giovanni Paolo II sono plateali quanto rimosse. A riprova, il fatto che gruppi di veterani e di estrema destra abbiano chiesto alla presidente Kolinda Grabar-Kitarović di impedire che il film, quando fu presentato a Cannes la scorsa primavera, fosse presentato come una coproduzione croata, richiesta immediatamente recepita, e che Siniša Juričić sia considerato in Croazia un traditore della patria per aver indicato le responsabilità dell'Opus Dei, potentissima nel Paese, e il suo appoggio diretto ai gruppi di macellai (tra cui anche estremisti e avventurieri provenienti da tutta Europa attirati dall'odore di sangue e dalla possibilità di ammazzare impunemente, e pure ben pagati) che operavano, a loro dire, in difesa della cattolicità; così come del resto la chiesa ortodossa stava dietro ai cetnici serbi e il clero islamico dietro ai paramilitari bosniaci musulmani. In Siria è comprovato che l'Opus Dei non operi diversamente che negli anni Novanta nei Balcani, e così i loro corrispettivi della Mezzaluna. Quello che poteva essere documentato, Anja Kofmel lo ha filmato; il resto, specie quello che ha immaginato attorno alla figura del cugino, lo ha illustrato con disegni quanto mai efficaci e suggestivi e attraverso l'animazione, per cui Chris The Swiss è senz'altro qualcosa di più di un semplice documentario, pur con qualche ingenuità che le si perdona, come quando nell'incipit, illustrando le origini del conflitto, ne identifica le cause nelle smanie grando-serbe di Milošević e non anche, e soprattutto, nella inopinata scelta secessionista di Slovenia e Croazia dalla Federazione Jugoslava, incoraggiata dal Vaticano e sostenuta dai suoi esecutori, Germania, Austria in primis, seguiti a ruota da Italia, Usa e Francia, ma anche queste erano suggestioni infantili che probabilmente le sue stesse ricerche hanno contribuito a confutare. 

lunedì 21 gennaio 2019

Okupácia 1968

"Okupácia 1968" di Evdokia Moskvina, Linda Dombrovszky, Magdalena Szymków, Marie Elisa Scheidt, Stephan Komandarev. SK, CZ, PL, BG, H ★★★★
Ossia l'occupazione della Cecoslovacchia nell'agosto del 1968 dal punto di vista degli occupanti, raccontato in cinque cortometraggi girati da registi provenienti dai cinque Paesi del Patto di Varsavia che inviarono truppe per porre fine alla Primavera di Praga che Walter Ulbricht, leader dell'allora DDR, per primo definì controrivoluzione (in compenso, per una questione di opportunità, considerato il precedente dell'invasione da parte di truppe tedesche nel 1938 dello stesso Paese, le truppe della DDR furono soltanto allertate e posizionate lungo il confine). Il progetto, curato dallo slovacco di lingua ungherese Peter Kerekes, che lo ha presentato ieri al Trieste Film Festival, è in concorso nella sezione documentari, ma ciascuno dei cinque lavori è qualcosa di più e ognuno ha sbizzarrito la propria fantasia per raccontare una storia diversa e si tratta in realtà di cinque piccoli film, tutti a modo loro dei gioellini, che usano toni diversi. Ironico quello della russa Evdokia Moskvina, che racconta L'ultima missione di un ex generale sovietico che da Odessa raduna un gruppo di ex colleghi per fare una visita a Praga dove incontrano un 90 enne ex ufficiale ceco controllore di volo che non li ha perdonati; paradossale (ma reale) il racconto dell'unica vittima, un giovane sergente bulgaro, dalla parte degli occupanti, un Eroe non necessario, di Stephan Komandarev; intimista Voci nella foresta della tedesca Marie Elise Scheidt, che fa parlare ex militari di leva contrari all'occupazione, uno dei quali incarcerato per avere espresso il rifiuto di sparare, all'occorrenza; agrodolce, con un suo lirismo tutto sommato malinconico Una rosa rossa di Linda Dombrowszky, che presenta la riunione di un gruppo di coscritti dell'epoca nello stesso campo d'addestramento da cui partirono 50 anni prima per occupare una striscia di terreno oltreconfine nella Slovacchia a maggioranza magiara, infine quello più poetico e commovente Ti sto scrivendo, amore mio della polacca Magdalena Szymkóv. Da notare che su 5 registi, quattro sono donne. Difficile dire quale episodio sia migliore, e probabilmente non ha molto senso: l'amalgama è perfetto e funziona, quindi un grande merito va anche all'ideatore e produttore Peter Kerekes.

domenica 20 gennaio 2019

Meetin' Gorbachev

"Meetin' Gorbachev" di Werner Herzog e André Singer. Con Werner Herzog e Machail Gorbachev. Germania, GB, USA 2018 ★★★★
Partenza col botto, venerdì 18, del Trieste Film Festival, che celebra quest'anno il 30º anniversario, avendo visto la luce appena dopo la caduta del Muro di Berlino come Alpe Adria Cinema - Incontri con il cinema dell'Europa Centro-Orientale e come meglio, se non proponendo un'intervista, frutto di alcuni colloqui fra il regista tedesco Werner Herzog e l'uomo che fu l'artefice principale di un avvenimento che ha cambiato il corso della storia, propiziando, oltre alla scomparsa della Cortina di Ferro, la riunificazione della Germania? E' di questo che si parla, partendo dalla storia personale di quest'uomo completamente diverso dagli altri dirigenti sovietici di cui abbiamo memoria e che, come si sa, ebbe molta più fortuna, ed estimatori, all'estero e in particolare in Occidente, che non in patria, e spaziando sulla situazione politica globale odierna e la crisi delle democrazie. Un uomo anziano, 88 anni a marzo, debilitato dal diabete, ma dalla mente ancora lucidissima e dalla vista lunga. Richiesto su cosa l'avesse impressionato maggiormente, il co-regista, produttore, documentarista nonché antropologo amico e vecchio collaboratore di Herzog, l'inglese André Singer, presente in Sala Grande (al Politeama Rossetti di Trieste), ha detto detto senza dubbio la sua profonda onestà, sincerità e umanità, che traspare dal suo sguardo, dalle due movenze come dalla sue parole, dall'immediata empatia che sviluppa anche a distanza. Due le idee chiave, senza rinnegare gli ideali socialisti di fondo (favorevole sì all'economia di mercato, la limitando la corsa dissennata al profitto come unico motore), che lo hanno mosso sull'arena politica internazionale e attuali ancora oggi: disinnescare la minaccia atomica frenando il riarmo e la creazione di uno spazio comune europeo (punti su cui è stato tradito proprio dai successori di Ronald Reagan, con cui aveva instaurato un rapporto personale di comprensione e fiducia reciproca, alla Casa Bianca). Certo, viene spontaneo pensare che perfino l'ex attore holliwoodiano diventato presidente degli USA, allora sbeffeggiato, la stessa Margaret Thatcher, per altri versi nefasta, oppure Helmut Kohl, rispetto ai politici che dominano la scena odierna apparivano un giganti capaci di vedere le cose in prospettiva, e questo inquieta non poco. Un film biografico e documentaristico insieme e un pezzo di giornalismo di alto livello, dove a porre le domande è un uomo dall'intelligenza acuta, Werner Herzog, e a rispondere un personaggio che ha fatto la storia e vi rimarrà, checché se ne possa pensare, Michail Sergević Gorbachev. Sempre alla presentazione dell'anteprima italiana, è stato annunciato ufficialmente che Meetin' Gorbachev verrà distribuito anche nelle sale del nostro Paese dopo l'estate, presumibilmente in concomitanza con le commemorazioni del trentennale della Caduta del Muro di Berlino. 

sabato 19 gennaio 2019

La douleur

"La douleur" di Emanuel Finkiel. Con Mélanie Thierry, Benoît Magimel, Benjamin Biolay, Shulamit Adar, Gregoire Leprince-Ringuet, Emmanuel Bourdieu e altri. Francia, Belgio, Svizzera 2017 
Ignoro quali siano state le intenzioni che hanno animato Emmanuel Finkiel a trasporre sullo schermo il romanzo autobiografico, di cui al titolo, di Marguerite Duras, che la scrittrice asseriva ricavato da un suo diario risalente al 1945 e dimenticato per anni, pubblicato nel 1985, in cui racconta l'attesa spasmodica del ritorno del marito Robert Antelme, uno dei massimi esponenti della Resistenza francese, dal campo di concentramento nazista di Dachau, intrisa di sensi di colpa per averlo costantemente tradito col migliore amico di lui, Dyonis Mascolo. Se credeva di celebrare la Duras ha toppato di brutto, se invece l'ha mosso un disprezzo recondito per un personaggio comunque scomodo, discusso e discutibile, ha raggiunto lo scopo perché c'è riuscito alla perfezione, grazie anche a una notevole performance di Mélanie Therry, che riesce a renderla odiosa al punto che difficilmente qualcuno, sano di mente, verrebbe indotto, dopo aver visto il film, a leggere il libro, se non l'ha già fatto prima, a meno di non essere un masochista affetto da Sindrome di Tafazzi. In ogni caso il risultato è una pellicola spaventosamente pallosa, pretenziosa, verbosa (ci mancava solo la voce narrante dell'autrice) e se solo avessi letto la scheda biografica del regista, già assistente di Godard e di Kieslowski, due campioni assoluti dell'onanismo intellettualoide, giammai mi sarei avventurato in sala a vederlo e recito quindi il mea culpa. Finkiel descrive la Duras in preda a un delirio solipsista che aumenta man mano di intensità quanto più si avvicina il ritorno di Antelme dalla deportazione: dapprima non esita a intraprendere un rapporto ambiguo con il funzionario collaborazionista della Gestapo Rabier per avere notizie del marito, e qui la Thierry si produce nell'unico sorriso, a denti stretti e sghembo, mentre flirta con lui, in 127 minuti di film: per il resto conserva una truncia insopprimibile, perfettamente in linea con un atteggiamento da un lato supponente e dall'altro vittimista che la rende insopportabile al suo stesso ambiente di intellettuali snob. Il dolore di cui discetta l'autrice è completamente autoriferito, causato non dalla circostanze esterne o dalle sofferenze altrui (si parla di una guerra che ha fatto decine di milioni di morti, nonché delle persecuzioni subite dagli ebrei), cui risulta completamente indifferente, essendo del tutto incapace di empatia nei confronti del prossimo: il dolore altrui viene preso in considerazione unicamente se funzionale a giustificare il proprio malessere, dovuto esclusivamente a sue libere scelte, di cui peraltro è restìa a prendersi la responsabilità fino in fondo, o almeno questa è l'impressione che se ne ricava da questa pellicola. Con queste premesse, come dicevo, non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello approfondire la questione di cosa intendesse o meno la Duras sull'argomento. Oltre alla prolissità tipicamente francese del tutto, mettiamoci anche la confezione formale, piena di espedienti ridicoli come l'applicazione di lenti sfuocate alla cinepresa a rendere l'idea dell'annebbiamento della vista (e delle capacità intellettive della protagonista davanti ai suoi stessi comportamenti) o la ripetuta duplicazione della stessa che vede agire sé medesima dall'esterno, a evocarne la personalità psicotica e schizoide, e si capisce perché risultino indigesti sia la Duras col suo dolore sia il film di Finkiel che ce li ripropone. Tuttavia ne consiglio vivamente la visione ai francofili incalliti e a coloro che amano darsi ripetute martellate sui genitali, maschili o femminili a scelta: ve lo meritate!

venerdì 18 gennaio 2019

La donna elettrica

"La donna elettrica" (Kona fer í strío) di Benedikt Erlingsson. Con Halldóra Geirharsdóttir, Jóhanna Sigurdarson, David Pó Jónsson, Magn'us Tryvason Eliasen, O'mar Gudjónsson, Juan Camillo Román Estrada e altri. Islanda, Francia, Ucraina 2018 ★★★★
Come fare un film ambientalista, parlando di questioni serie, anzi: dell'unica questione seria al giorno d'oggi, ossia della sopravvivenza del pianeta su cui viviamo e quindi del futuro dell'umanità, in maniera lieve, semplice, ironica e originale, in una parola divertente e pure efficace, senza tirarsela e senza ammorbare lo spettatore (vengono in mente i nostrani Troppa grazia e Lazzaro felice, e il paragone mostra in tutta evidenza la differenza di credibilità tra i "verdi" nostrani e quelli a Nord delle Alpi). Álla è una musicista e la direttrice di un coro in una città dell'Islanda, ma conduce anche una doppia vita: è un'ecoterrorista che, munita di arco e frecce, sabota i tralicci dell'energia elettrica mandando in black out lo stabilimento di una multinazionale siderurgica che avvelena il Paese e in tilt un governo e un'informazione  lobbyzzati che, come quasi tutti quelli che conosciamo, vendono queste attività perniciose come opportunità in nome di un presunto progresso che non si deve fermare né, tantomeno, mettere in discussione. Non è una sorta di Dottor Jekyll & Mister Hyde, ma una 49 enne sola, senza figli, energica e coerente, così come lo è, in altra forma, same same but different, verrebbe da dire, la sorella gemella Ása, interpretata sempre dalla bravissima Halldóra Geirharsdóttir, insegnante di yoga e in procinto di partire per un soggiorno di due anni in un ashram in India e vi rinuncia per favorire uno scambio di persona con Álla che, dopo essere stata a lungo braccata dalla polizia (che ripetutamente, in precedenza, se l'era presa con un pacifico cicloturista turista sudamericano), era stata finalmente arrestata a causa dell'introduzione di un test del DNA effettuato sui viaggiatori in partenza dall'aeroporto di Reykjavik: stava infatti per volare in Ucraina a prelevare Nika, una bimba di 4 anni orfana di guerra, perché nel frattempo, mentre si dedicava alla causa e dopo aver rivendicato gli attentati con un volantino firmandosi, come da titolo, La donna elettrica, le autorità avevano accolto una sua richiesta di adozione di qualche anno prima. Film al femminile, che parlando di maternità parla anche di figli e del loro futuro, motivo in più per un concreto impegno attuale in prima persona, è una fiaba ecologista spiritosa e bizzarra, con un tocco surreale e un contrappunto musicale (un trio di musicisti islandesi e un trio di coriste ucraine) per ogni passaggio significativo della storia che ricordano il miglior Kusturica, a cui fanno da sfondo i magnifici e maestosi panorami di questa magica isola vulcanica dell'Atlantico del Nord, per buona parte situata oltre il circolo polare artico: meno di 350 mila abitanti, ma sufficienti per produrre letteratura, musica, film e perfino una nazionale di calcio di ottimo livello e tanta coscienza civica e politica, basti pensare a come la popolazione è stata capace di sconfiggere la crisi del debito scatenatasi tra il 2008 e il 2011, rifiutandone la logica. Da vedere.  

mercoledì 16 gennaio 2019

Non ci resta che il crimine

"Non ci resta che il crimine" di Massimiliano Bruno. Con Alessandro Gassmann, Marco Giallini, Ganmarco Tognazzi, Ilenia Pastorelli, Edoardo Leo, MAssimilano Bruno e altri. Italia 2108 ★★★½
La critica non è stata tenera con questa pellicola, e nemmeno io lo ero stato con Massimiliano Bruno, il regista, recensendo due sue film precedenti, eppure questa volta il mio giudizio è nettamente positivo: se lo scopo è quello di divertire, com'è evidente in una commedia che vuole vivificare il genere nostrano, magari cogliendo l'occasione per prendere in giro altre mode attuali, come la rivisitazione, con rimpianto da smemorati, dei famigerati anni Ottanta, e il ritorno in auge della Banda della Magliana e dei suoi epigoni in  libri, film e serie TV, Non ci resta che il crimine, che già dal titolo si rifà a Non ci resta che piangere di Benigni e Troisi e, al contempo a Ritorno al futuro di Zemeckis, centra l'obiettivo se perfino io, che detesto i luoghi comuni e l'invadenza del romanesco, sono uscito col sorriso sulle labbra e in più d'un'occasione gli spettatori in sala, io compreso, sono scoppiati in risate. L'idea è presto detta: tre cialtroni, Moreno, Sebastiano e Giuseppe, per "svoltare" e fare i soldi con la pala, come usa dire il primo dei tre, si ingegnano a promuovere un tour sui luoghi, appunto, della celebre banda criminale, quando incontrano, al mitico Bar Calisto, nel cuore di Trastevere, dove fanno base, Gianfranco, l'unico del gruppo di amici di infanzia, ai tempi considerato un fastidioso secchione e quindi da loro vessato, che ha avuto successo seguendo la sua precoce passione per computer e informatica: per sfuggirgli, nei meandri del locale, precipitano in un buco spazio-temporale che li proietta indietro di 36 anni, nel giugno del 1982, in pieno svolgimento del Mundial spagnolo e alla vigilia di Italia-Brasile, all'epoca della loro stessa infanzia nel quartiere. Cambiano i tempi, ma non la necessità di fare soldi e così, grazie alla prodigiosa memoria di Giuseppe (Gianmarco Tognazzi), nella contemporaneità un commercialista precario vessato dal suocero, entrano nel giro di scommesse gestito per l'appunto da quelli della Magliana, conoscendo tutti i risultati allora ritenuti improbabili azzeccando il filotto di vittorie che avrebbe portato la Nazionale alla vittoria nonché i marcatori, attirando l'attenzione del capo, il celebre Renatino De Pedis, interpretato alla grande da Edoardo Leo, per una volta nella parte del cattivo, mentre, per contrasto, è Alessandro Gassman, il figaccione del cinema nostrano, a vestire, con Sebastiano, i panni dell'imbranato mentre Giallini, sempre bravissimo, è l'unico a recitare una parte che gli sembra cucita addosso; mentre un'ottima caratteristica si conferma Ilenia Pastorelli nel ruolo della donna del capo, così come lo stesso regista Massimiliamo Bruno nelle vesti del nerd in potenza Gianfranco. Per quanto mi riguarda, tutti promossi a pieni voti, e come va a finire non lo svelo, ma lo saprete se andrete a vedere il film.

lunedì 14 gennaio 2019

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte


"Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte" di Simon Stephens, dal romanzo di Mark Haddon; traduzione di Emanuele Aldrovandi. Regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani; scene di Andrea Taddei; costumi e disegni di Ferdinando Bruni; maschere di Saverio Assumma; musiche originali di Teho Teardo; movimenti scenici di Riccardo Olvier e Chiara Ameglio; video di Francesco Frongia; luci di Nando Frigerio; suono di Giuseppe Marzoli. Con Elena Russo Arman, Daniele Fedeli, Corinna Agustoni, Cristina Crippa, Alice Rendini, Debora Zuin, Nicola Stravalaci, Davide Lorino, Marco Bonadei, Alessandro Mor. Coproduzione Teatro dell'Elfo e Teatro Stabile di Torino. Prima nazionale vista ieri al teatro Elfo/Puccini di Milano, dal 15 al 27 gennaio alò Teatro Stabile di Torino.

Continua felicemente la proposizione da parte del Teatro dell'Elfo nel nostro Paese della drammaturgia inglese contemporanea, in questo caso l'adattamento teatrale di Simon Stephens, di cui la compagnia milanese aveva già rappresentato con successo il convincente e intenso Harper Reagan tre stagioni fa, del romanzo di Mark Haddon a cui si attiene fedelmente e che racconta, in un intreccio di generi e linguaggi, le vicende di Christopher, interpretato con grande naturalezza ed efficacia dal giovane e talentuoso Daniele Fedeli, un quindicenne autistico che vive in una cittadina inglese da solo col padre, il quale, sulla scorta del suo idolo Sherlock Holmes, decide ci mettersi a investigare sulla misteriosa morte di Wellington, il cane di una vicina che ha trovato infilzato con un forcone. Pieno di fobie, con enormi problemi di comunicazione col prossimo, e pure convinto di essere orfano di madre da due anni, viene sostenuto nella sua ricerca soltanto da Siobhan, la sua insegnante, che nella versione teatrale è anche la voce narrante, affidata alla bravura di Elena Russo Arman, che lo invita a scrivere una sorta di diario di bordo su questa sua indagine, durante la quale scoprirà diverse altre cose, oltre all'assassino di Wellington: l'esistenza in vita di sua madre, in realtà fuggita con un altro uomo perché incapace di affrontare la diversità del figlio, per raggiungere la quale dovrà mettersi in viaggio verso Londra, affrontando per la prima volta un viaggio in treno da solo ma, soprattutto, una dopo l'altra le idiosincrasie e le fobie che lo affliggono e turbano: dai colori giallo e marrone, ad alcuni cibi, all'essere semplicemente toccato; all'incapacità di comprendere le metafore (e, in sostanza, di concepire l'ipocrisia e la falsità), all'interpretare le espressioni facciali delle persone; un percorso di formazione, insomma, che lo porta a entrare in contatto col prossimo e a superare, dopo aver risolto il caso del cane assassinato e recuperato in qualche modo il rapporto con la madre, anche un difficile esame di matematica, materia per cui è particolarmente versato perché dotato di una logica stringente e di una grande capacità di elaborare schemi e sequenze, e a intravvedere un futuro nel campo scientifico che lo porterà, chissà, a studiare le stelle e le galassie di cui è appassionato, insomma a trovare un suo spazio in un mondo, adulto e ostile, che gli è del tutto alieno e perlopiù incomprensibile. Una fiaba dolce-amara con un tocco noir; commistione di generi e linguaggi, s'era detto, che sono terreno fertile per gli Elfi: una effervescente prova di teatro totale, con andamento cinematografico, dove una scenografia essenziale viene vivificata dai movimenti degli oggetti da parte degli attori a creare i diversi spazi, e su tre pannelli scorrono via via le immagini e i testi illustrati da Ferdinando Bruni, il tutto accompagnato dalle delicate musiche di Teho Teardo, diretto con maestria da Bruni e De Capitani e portato in scena, e al successo, da un gruppo di interpreti di grande livello. Ultima recita a Milano, con un pienone: è stato necessario aggiungere dove possibile delle sedie "volanti" in sala. Applausi calorosi per uno spettacolo che merita.