mercoledì 16 gennaio 2019

Non ci resta che il crimine

"Non ci resta che il crimine" di Massimiliano Bruno. Con Alessandro Gassmann, Marco Giallini, Ganmarco Tognazzi, Ilenia Pastorelli, Edoardo Leo, MAssimilano Bruno e altri. Italia 2108 ★★★½
La critica non è stata tenera con questa pellicola, e nemmeno io lo ero stato con Massimiliano Bruno, il regista, recensendo due sue film precedenti, eppure questa volta il mio giudizio è nettamente positivo: se lo scopo è quello di divertire, com'è evidente in una commedia che vuole vivificare il genere nostrano, magari cogliendo l'occasione per prendere in giro altre mode attuali, come la rivisitazione, con rimpianto da smemorati, dei famigerati anni Ottanta, e il ritorno in auge della Banda della Magliana e dei suoi epigoni in  libri, film e serie TV, Non ci resta che il crimine, che già dal titolo si rifà a Non ci resta che piangere di Benigni e Troisi e, al contempo a Ritorno al futuro di Zemeckis, centra l'obiettivo se perfino io, che detesto i luoghi comuni e l'invadenza del romanesco, sono uscito col sorriso sulle labbra e in più d'un'occasione gli spettatori in sala, io compreso, sono scoppiati in risate. L'idea è presto detta: tre cialtroni, Moreno, Sebastiano e Giuseppe, per "svoltare" e fare i soldi con la pala, come usa dire il primo dei tre, si ingegnano a promuovere un tour sui luoghi, appunto, della celebre banda criminale, quando incontrano, al mitico Bar Calisto, nel cuore di Trastevere, dove fanno base, Gianfranco, l'unico del gruppo di amici di infanzia, ai tempi considerato un fastidioso secchione e quindi da loro vessato, che ha avuto successo seguendo la sua precoce passione per computer e informatica: per sfuggirgli, nei meandri del locale, precipitano in un buco spazio-temporale che li proietta indietro di 36 anni, nel giugno del 1982, in pieno svolgimento del Mundial spagnolo e alla vigilia di Italia-Brasile, all'epoca della loro stessa infanzia nel quartiere. Cambiano i tempi, ma non la necessità di fare soldi e così, grazie alla prodigiosa memoria di Giuseppe (Gianmarco Tognazzi), nella contemporaneità un commercialista precario vessato dal suocero, entrano nel giro di scommesse gestito per l'appunto da quelli della Magliana, conoscendo tutti i risultati allora ritenuti improbabili azzeccando il filotto di vittorie che avrebbe portato la Nazionale alla vittoria nonché i marcatori, attirando l'attenzione del capo, il celebre Renatino De Pedis, interpretato alla grande da Edoardo Leo, per una volta nella parte del cattivo, mentre, per contrasto, è Alessandro Gassman, il figaccione del cinema nostrano, a vestire, con Sebastiano, i panni dell'imbranato mentre Giallini, sempre bravissimo, è l'unico a recitare una parte che gli sembra cucita addosso; mentre un'ottima caratteristica si conferma Ilenia Pastorelli nel ruolo della donna del capo, così come lo stesso regista Massimiliamo Bruno nelle vesti del nerd in potenza Gianfranco. Per quanto mi riguarda, tutti promossi a pieni voti, e come va a finire non lo svelo, ma lo saprete se andrete a vedere il film.

lunedì 14 gennaio 2019

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte


"Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte" di Simon Stephens, dal romanzo di Mark Haddon; traduzione di Emanuele Aldrovandi. Regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani; scene di Andrea Taddei; costumi e disegni di Ferdinando Bruni; maschere di Saverio Assumma; musiche originali di Teho Teardo; movimenti scenici di Riccardo Olvier e Chiara Ameglio; video di Francesco Frongia; luci di Nando Frigerio; suono di Giuseppe Marzoli. Con Elena Russo Arman, Daniele Fedeli, Corinna Agustoni, Cristina Crippa, Alice Rendini, Debora Zuin, Nicola Stravalaci, Davide Lorino, Marco Bonadei, Alessandro Mor. Coproduzione Teatro dell'Elfo e Teatro Stabile di Torino. Prima nazionale vista ieri al teatro Elfo/Puccini di Milano, dal 15 al 27 gennaio alò Teatro Stabile di Torino.

Continua felicemente la proposizione da parte del Teatro dell'Elfo nel nostro Paese della drammaturgia inglese contemporanea, in questo caso l'adattamento teatrale di Simon Stephens, di cui la compagnia milanese aveva già rappresentato con successo il convincente e intenso Harper Reagan tre stagioni fa, del romanzo di Mark Haddon a cui si attiene fedelmente e che racconta, in un intreccio di generi e linguaggi, le vicende di Christopher, interpretato con grande naturalezza ed efficacia dal giovane e talentuoso Daniele Fedeli, un quindicenne autistico che vive in una cittadina inglese da solo col padre, il quale, sulla scorta del suo idolo Sherlock Holmes, decide ci mettersi a investigare sulla misteriosa morte di Wellington, il cane di una vicina che ha trovato infilzato con un forcone. Pieno di fobie, con enormi problemi di comunicazione col prossimo, e pure convinto di essere orfano di madre da due anni, viene sostenuto nella sua ricerca soltanto da Siobhan, la sua insegnante, che nella versione teatrale è anche la voce narrante, affidata alla bravura di Elena Russo Arman, che lo invita a scrivere una sorta di diario di bordo su questa sua indagine, durante la quale scoprirà diverse altre cose, oltre all'assassino di Wellington: l'esistenza in vita di sua madre, in realtà fuggita con un altro uomo perché incapace di affrontare la diversità del figlio, per raggiungere la quale dovrà mettersi in viaggio verso Londra, affrontando per la prima volta un viaggio in treno da solo ma, soprattutto, una dopo l'altra le idiosincrasie e le fobie che lo affliggono e turbano: dai colori giallo e marrone, ad alcuni cibi, all'essere semplicemente toccato; all'incapacità di comprendere le metafore (e, in sostanza, di concepire l'ipocrisia e la falsità), all'interpretare le espressioni facciali delle persone; un percorso di formazione, insomma, che lo porta a entrare in contatto col prossimo e a superare, dopo aver risolto il caso del cane assassinato e recuperato in qualche modo il rapporto con la madre, anche un difficile esame di matematica, materia per cui è particolarmente versato perché dotato di una logica stringente e di una grande capacità di elaborare schemi e sequenze, e a intravvedere un futuro nel campo scientifico che lo porterà, chissà, a studiare le stelle e le galassie di cui è appassionato, insomma a trovare un suo spazio in un mondo, adulto e ostile, che gli è del tutto alieno e perlopiù incomprensibile. Una fiaba dolce-amara con un tocco noir; commistione di generi e linguaggi, s'era detto, che sono terreno fertile per gli Elfi: una effervescente prova di teatro totale, con andamento cinematografico, dove una scenografia essenziale viene vivificata dai movimenti degli oggetti da parte degli attori a creare i diversi spazi, e su tre pannelli scorrono via via le immagini e i testi illustrati da Ferdinando Bruni, il tutto accompagnato dalle delicate musiche di Teho Teardo, diretto con maestria da Bruni e De Capitani e portato in scena, e al successo, da un gruppo di interpreti di grande livello. Ultima recita a Milano, con un pienone: è stato necessario aggiungere dove possibile delle sedie "volanti" in sala. Applausi calorosi per uno spettacolo che merita. 

sabato 12 gennaio 2019

Una notte di 12 anni

"Una notte di 12 anni" (La Noche de 12 Años) di Álvaro Brechner. Con Antonio de la Torre, Chino Darín, Alfonso Tort, Soldead Villamil. Silvia Pérez Cruz, César Troncoso, César Bordón e altri. Uruguay, Argentina, Spagna 2018 ★★★★★
L'altroieri sera, nella Sala Modotti del benemerito CinemaZero di Pordenone, probabilmente il primo motore culturale della città, ho assistito a una proiezione "personalizzata", unico spettatore in una sala di 50 posti, di questo notevole e commovente film che non è passato inosservato all'ultima Mostra del Cinema di Venezia e che pur dovrebbe riguardare tante persone, in considerazione del contributo friulano in percentuale sull'emigrazione italiana nell'America del Sud, in particolare verso Argentina, Uruguay e Brasile, tutti Paesi colpiti da dittature feroci specialmente durante gli anni Settanta, e invece si ricorda soltanto il Cile di Pinochet: infatti Santiago di Moretti, che pure ho apprezzato, uscito cinque settimane fa, è tuttora in programmazione, sostenuto da un formidabile battage pubblicitario gratuito da parte dell'informazione nostrana, particolarmente quella luogocomunista, che si conferma ancora una volta selettiva, del resto in linea con la memoria che di sé stesso ha questo Paese. E poco importa che Una notte di 12 anni racconti la storia dell'interminabile detenzione di tre personaggi assai conosciuti in America Latina, di cui uno, Pepe Mujica, ex amatissimo presidente dell'Uruguay, di notorietà universale, che sono riusciti a uscirne indenni grazie a una forza di volontà, un senso di dignità, umanità e un coraggio incrollabili che li faranno uscire vincitori di una lotta  impari e che avrà fine soltanto nel 1985. Incarcerati nel settembre del 1973 a Montevideo (il golpe di Bordaberry avvenne tre mesi prima) in quanto militanti tupamaros, Pepe Mujica (Antonio de la Torre), Mauricio Rosencof (Chino Darín, figlio d'arte) ed Eleuterio Fernández Huidobro (Alfonso Tort) vengono considerati dal regime militare degli ostaggi anziché dei prigionieri, per tenere  sotto ricatto i loro compagni di guerriglia e sottoposti a un malvagio esperimento mirato esplicitamente allo scopo farli impazzire (i militari uruguagi stavano facendo le prove generali di quanto i loro colleghi argentini avrebbero compiuto in termini perfino più drastici e in dimensioni ancora più spaventose): spostati in continuazione da un luogo di detenzione a un altro, non solo carceri ma anche silos abbandonati, sotterranei di caserme, in isolamento pressoché totale dentro celle fatiscenti e sfornite di qualsiasi genere di conforto (salvo per finta durante i sopralluoghi, altrettanto finti, do organismi internazionali come la Croce Rossa), impossibilitati di parlare e scrivere, salvo se interrogati dai carcerieri o su loro sollecitazione (bellissima la storia delle lettere d'amore scritte per procura da Rosencof per un sergente innamorato: quando dopo anni lo incontrerà di nuovo tornando nella stessa caserma il militare sarà sposato e avrà due figlie proprio dalla destinataria di quelle lettere, che si lamenterà di non riceverne più come all'inizio della loro storia), riusciranno comunque a comunicare tra di loro con un ingegnoso sistema tipo morse con il quale riusciranno perfino a giocare a scacchi, e tenere duro, nonostante le visioni e le voci che assalgono in particolare Mujica, tanto che verrà sottoposto a una visita psichiatrica: sarà proprio dal colloquio con la dottoressa, che si rivelerà ancora più psicotica di lui, a ridargli la forza per resistere (è l'unica scena, però potente, interpretata da una Soledad Villamil formidabile). Il film, pur tragico e molto realista e accurato nei dettagli, non indulge sulle torture fisiche ma rende alla perfezione l'atmosfera squallida e claustrofobica e l'indicibile pressione fatta dui tre uomini, eppure non manca di momenti di vera e propria poesia e perfino tocchi comici: in tutto e per tutto, ricorda i migliori film di denuncia proprio di quegli anni Settanta che tanta influenza hanno avuto per una generazione come la mia (che poi è quella di Moretti d cui sopra) e che è nelle corde delle produzioni del Cono Sur, e argentine in particolare. Un film memorabile, che raccomando vivamente di non farsi scappare e di consigliare a propria volta. 

mercoledì 9 gennaio 2019

Indulge Relax

"L'ozio è il padre di tutti i vizi, ed è il coronamento di tutte le virtù" (Franz Kafka)

martedì 8 gennaio 2019

Vice - L'uomo nell'ombra

"Vice - L'uomo nell'ombra" (Vice) di Adam McKay. Con Christian Bale, Amy Adams, Steve Carell, Sam Rockwell, Tyler Perry, Alison Pill, Lily Rabe, Eddie Marsan e altri. USA 2018 ★★★★★
Questo è cinema, ma anche storia: come già nel magistrale La grande scommessa Adam McKay, un talento poliedrico che è attore, sceneggiatore, comico (Saturday Night Live) oltre che regista, confeziona qualcosa che è più di una film biografico, di una cronistoria e di un documentario incentrato sulla figura di Dick Cheney, vicepresidente nei due mandati di George W. Bush (2001-2009) ma all'epoca già politico di lungo corso (entrato alla Casa Bianca con Nixon, fu Capo Gabinetto con Gerald Ford, Segretario alla Difesa con Bush senior, quando gestisce, tra le altre, l'operazione Desert Storm, ossia la Prima Guerra del Golfo, con le conseguenze che conosciamo); durante l'era Clinton si ritira sì temporaneamente dalla politica ma non resta con le mani in mano, perché diventa per un quinquennio presidente e amministratore delegato della multinazionale petrolifera ed edilizia Haliburton, i cui interessi giocheranno un grande ruolo nella Seconda Guerra del Golfo, di cui Cheney sarà ancora l'ispiratore con la scusa della guerra al terrorismo in seguito alla vicende delle Torri Gemelle. Che George W. Bush fosse un perfetto idiota lo si capiva soltanto guardandolo in faccia e avendone la conferma non appena apriva bocca (Steve Carrell ne fornisce un ritratto di una verosimiglianza impressionante, ma tutti gli interpreti, e Christian Bale su tutti, aderiscono in maniera incredibile ai loro personaggi), ma di Dick Cheney non si sarebbe detto che, con quell'aria imbambolata e goffa, il modo di esprimersi impacciato, la salute cagionevole (era da sempre malato di cuore, tanto da dover subire un trapianto, che lo tiene tuttora in vita), un passato da studente tutt'altro che brillante e, per un periodo, da alcolista, fosse lui l'eminenza grigia e l'uomo che tirava le fila; uno che invece di parlare osservava gli altri e, quando accadeva qualcosa, già era in grado di capire le opportunità che si sarebbero aperte più avanti e con largo anticipo su tutti gli altri, come infatti l'l'11 Settembre del 2001. Esemplare come infinocchiò Bush Junior accettando, come facendogli una concessione, la vicepresidenza inducendolo a definirne i ruoli in modo da riempire l'incarico, fino ad allora quasi solo rappresentativo, sottraendola a qualsivoglia controllo sia parlamentare sia giudiziario, informata su tutto ciò che bolle nella pentola quanto il presidente stesso se non prima e più circostanziatamente. Le vicende dell'uomo, della sua scaltra moglie e della sua famiglia sono narrate in ordine cronologico, e si inseriscono in un affresco generale che è, come nel film precedente di MacKay del 2015, quello di una società, come quella statunitense, inquietante, dominata da personaggi repellenti, ignoranti e malsani, mistificatori della realtà e manipolatori, che hanno in mano tutte le leve del potere e lo usano senza il minimo scrupolo per i loro meschini interessi e giochi (House of Cards, in confronto alla White House reale, è davvero una casa di bambole, ossia un gioco, e i suoi abitanti dei gentiluomini); una verità che lascia disarmati, alle prese con un presente che è già, a ben guardare, distopico. Il tutto raccontato con buon ritmo, uno sguardo ironico, trovate a effetto che non guastano per sdrammatizzare una situazione di per sé tragica e pressoché senza speranza di cambiamento, a giudicare dal personaggio che siede oggi alla Casa Bianca, ma anche degli otto anni presidenza Obama, che non sono stati in grado di scalfire minimamente quanto combinato da Cheney e soci durante la presidenza Bush e quelle che l'avevano la preceduta. Christian Bale, che si è dato all'ingrasso nonché allo studio maniacale di Dick Cheney fino ad immedesimarvici, si conferma un fuori categoria ma anche tutto il resto del cast, a cominciare da Amy Adams che ne interpreta la moglie Lynne, è esemplare. Film imperdibile, se riuscite a vederlo in versione originale sottotitolata, meglio ancora. 

giovedì 3 gennaio 2019

Old Man & The Gun

"Old Man & The Gun" (The Old Man & The Gun) di David Lovery. Con Robert Redford, Casey Affleck, Sissy Spacek, Danny Glover, Tom Waits, Tika Sumpter e altri. USA 2018   ★★½
Imperscrutabile il motivo per cui in Italia la pellicola che chiude la carriera cinematografica di Robert Redford sia uscita col titolo senza l'articolo: probabilmente chi se ne occupa ritiene di aver qualcosa da insegnare ai madrelingua ma tant'è, la sostanza non cambia. Il vecchio con la pistola: finta, in questo caso, perché Forrest Tucker, alla cui storia vera si ispira questo filmetto, ché tale rimane nonostante il notevole battage pubblicitario che ne ha preceduto l'uscita, le armi non le ha mai utilizzate ma semplicemente mostrate o fatto capire di averle con sé quando, vestito impeccabilmente e con fare da galantuomo, rapinava banche a decine col sorriso sulle labbra e maniere gentili. Un rapinatore seriale, che a 77 anni (Redford che lo interpreta ne ha qualcuno in più e si notano, a giudicare dal suo incedere piuttosto incerto e dalla fissità dell'espressione, che non sembra dovuta a particolari sovradosaggi di botox ma all'età) e dopo 16 evasioni da svariati istituti di pena, tra i quali San Quintino, non ha cessato di ideare colpi assieme a due suoi coetanei, qui interpretati da Danny Glover e Tom Waits. Questa volte sulle sue tracce si mette un poliziotto frustrato e dalla vocina flebile (ignoro se il doppiatore italiano abbia imitato o meno quella di Casey Affleck, fratello del più celebre Ben) che dopo lunghe ricerche riesce sì a individuarlo, ma non a infierire. Perché tutto deve finire bene, love story compresa, che scoppia con un'altra vecchia gloria hollywoodiana, Sissy Spacek nei panni di una country-woman texana, a sigillare la lunga carriera di una delle ultime vere star del cinema statunitense, amato da donne e uomini di ogni età e ogni dove, bello, bravo e pure progressista, perfetto per interpretare la parte buona dell'America sostanzialmente in tutti i film che ha girato, o almeno in quelli che si ricordano, i più significativi dei quali vengono in qualche modo inseriti come citazioni o attraverso qualche immagine pure in Old Man & The Gun. Si alza inesorabilmente l'età di chi ancora frequenta le sale e così quella degli interpreti che furono i loro idoli, e questo vale sia per il cinema sia per la musica, ragion per cui anche l'offerta si adegua e ciò spiega il proliferare di pellicole per la terza età, quando non da ospizio: di storie di rapinatori scenescenti ne sono state già proposte parecchie, e di solito finivano per farlo per rivalsa contro una vita ormai priva di scopi, qui se non altro si tratta della vicenda di un Peter Pan che non è mai veramente cresciuto, un eterno ragazzo come del resto lo star system ha sempre voluto proporre Robert Redford, e che proprio per questo è sempre stato ben voluto. Il suo addio alle scene non è stato col botto e lascia una traccia di malinconia dietro al tocco ironico e lieve del film d'addio, ma noi gli rimaniamo affezionati lo stesso.