lunedì 22 maggio 2017

Una serie di stravaganti vicende


"Una serie di stravaganti vicende", un omaggio a Edgar Allan Poe con Ferdinando Bruni. Scritto, diretto e illustrato da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia; musiche originali di Teo Teho Teardo. Assistente scene e costumi Saverio Assumma; luci di Nando Frigerio; suono di Giuseppe Marzoli; voci del ricordo di Ida Marinelli. Produzione Teatro dell'Elfo. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 21maggio. 
Sono felice di essermi sottoposto a un tour de force andata-e-ritorno a Milano in giornata per assistere all'ultima recita in programma alla "casa madre" dell'ultimo lavoro della coppia Bruni-Frongia, prodotto dal Teatro dell'Elfo, un'omaggio alla straordinaria e tragica figura di Edgar Allan Poe di cui riproducono la parola scritta, così profonda ed evocativa da avere incantato e fortemente influenzato già Baudelaire e arrivata fino a noi a scavare nei lati oscuri dell'animo umano, ma al contempo capaci aprire le "porte della percezione" (non stupisce che abbia influenzato prima i Doors di Jim Morrison e poi un altro artista e intellettuale rock come Lou Reed), riprodotta attraverso la voce poliedrica e magica di Ferdinando Bruni in perfetta unione con una suggestiva e potente scenografia di luci e ombre  e sottolineate dalle musiche scritte apposta per lo spettacolo da Teho Teardo. Lo spettacolo, poco meno di un'ora di un'intensità di cui raramente ho avuto esperienza, prosegue sulla linea ibrida, multimediale, da sempre nelle corde delle produzioni più originali del teatro milanese, del bellissimo Alice Underground, che dava voce e immagini alle inquietudini oniriche di Lewis Carroll, mentre qui la cosa si fa spessa, alle prese con i deliri, il dolore straziante, le iperboli e la forza del geniale e tormentato poeta e scrittore americano, dalla vita breve (morì a soli quarant'anni) quanto intensa, un vero precursore che ha lasciato un'impronta indelebile con la sua poliedrica opera: così come Edgar Allan Poe lavorava sulla parola scritta e ne fu un innovatore come pochi, lo stesso ha fatto Ferdinando Bruni con la voce per esprimerne le più varie e straordinarie sfumature, accompagnate da una gestualità perfettamente calibrata ma altrettanto potente: una presenza scenica e vocale che mi ha immediatamente ricordato le performance più straordinarie dell'indimenticato Carmelo Bene. Siamo a quelle altezze, e il pubblico, ammaliato, lo ha percepito benissimo. Grazie Ferdinando. 

sabato 20 maggio 2017

I migliori ed i più belli sono nati nei gemelli


Un Gemelli non può seguire la massa. È unico, non può. Saprà sempre come sorprenderti e capirlo realmente è molto difficile. Puoi conoscerlo, ma non conoscerai mai tutta la sua storia. 

venerdì 19 maggio 2017

Serenissima desolazione


Da che ho memoria, Venezia per me ha sempre avuto un significato speciale. Tutta la mia famiglia da parte paterna ha sempre avuto un legame viscerale con la città, a prescindere da mia nonna che ci era nata, per averci studiato e anche lavorato, a cominciare da mio nonno alla fine dell'800, e anche molto più indietro, essendo gli Scaini originari di quella parte confinaria del Friuli ai tempi governata e comunque sotto l'influenza diretta della Repubblica, insomma la zona descritta da Ippolito Nievo ne Le confessioni di un italiano, meritorio romanzo ottocentesco ai più sconosciuto a scapito de I promessi sposi. Fin da quando ero piccolo, a Venezia ci andavo almeno un paio di volte all'anno, e le visite si sono vieppiù infittite, avendo la disponibilità di un alloggio di famiglia, specie in occasione del mio onomastico, il 25 aprile, festa della Liberazione, del "bòcolo" ma, soprattutto, dell'Evangelista, di cui non a caso porto orgogliosamente il nome: festeggiarlo nella "nostra" città d'elezione è stata a lungo una tradizione che ho rispettato fino agli inizi degli anni Novanta, quando a mio avviso il degrado, iniziato come minimo agli inizi degli anni Sessanta, con il progressivo spopolamento, ha raggiunto il punto di non ritorno. Sì, certo: il declino dallo zenit della potenza era già cominciato nel '500, ma la città aveva saputo reinventarsi e svolgere comunque un ruolo consono alla sua gloria fino alla metà del secolo scorso, poi si è persa e la responsabilità, lo dico fin da subito, è in gran parte dei veneziani stessi, a cominciare da coloro che hanno scelto per farsi amministrare. Che uno Stato pagliaccesco e cialtrone come quello italiano non fosse in grado di capire quali pericoli corresse la città più bella e più fragile del mondo, e quindi come arginarlo, avrebbero dovuto saperlo per esperienza pregressa: l'unica possibilità era una vera presa di coscienza in ambito locale a cominciare dalla cittadinanza stessa, ma è accaduto il contrario, col risultato che la città è completamente snaturata, oltraggiata, verrebbe da dire stuprata perfino da cadavere, ché è quello che ormai sembra essere, o almeno entrata in coma irreversibile. Un parco a tema, ormai, il cui svolgimento è segnato e ineluttabile, di cui uguale all'originale rimane solo il titolo: Venezia. Una sensazione angosciosa, sempre più una certezza, mi pervade a ogni nuova visita, sempre più rara e sempre più veloce, per non concedermi nemmeno il tempo di rendermi del tutto conto dello scempio perpetrato tra una puntata in Laguna e l'altra. Ieri l'ultima della serie, a oltre un anno di distanza da quella precedente e a tre da quella ancora prima, nonostante da quasi vent'anni abiti a poco più di un'ora da Piazza San Marco: il pretesto è stata la mostra "Jheroninus Bosch e Venezia" che si tiene a palazzo Ducale fino al 4 giugno (da non perdere se ne avete l'occasione). Sceso dal treno a Santa Lucia, già uno si sente oppresso da frotte di turisti sbracati e possibilmente in infradito e già alle prese con un piatto di spageti bolognaise con capusino o la prima pinta di birra alle 10 del mattino e dal tanfo di kebap, fritti improbabili e anglosassoni bercianti come mai farebbero a casa loro, tutti armati di smartphone con attivato Google Maps, per cui si aggirano tra le calli con sicumera pari alla disattenzione verso ciò che non vedono, a cominciare da coloro contro cui vanno a sbattere; ci si mettono anche nugoli di asiatiici subcontinentali fastidiosi come insetti che insistono per vendere "bacchette da selfie" e che non si danno nemmeno la briga di distinguere tra turisti da sbarco e da diporto e normali visitatori o cittadini, per non parlare dei farabutti nostrani e d'importazione comunitaria: ne ho beccati un gruppetto che aveva allestito un banchetto di gioco delle tre carte in cima al Ponte dell'Accademia: indisturbato tanto dai tutori dell'ordine statali quanto da quelli locali (e fin qui poco male, se infinocchiano dei mentecatti). Lasciamo stare i banchetti e negozi di carabattole e souvenir indecenti ovunque, dove chi ha concesso le licenze è molto più colpevole di chi esercita il commercio da abusivo, perché Venezia è ormai un suq a cielo aperto, e sono sempre meno i negozi di qualità, anche nei dintorni di San Marco e Rialto, salvo oasi come Calle XX Marzo, dove la concentrazione di vetrine di extralusso (e il nitore della sede stradale) è uguale se non maggiore a quella di Via Montenapoleone a Milano o Via Condotti a Roma: si va da un estremo all'altro senza che ci sia una via di mezzo, pensata per gente normale, che abiti o visiti la città. 



Ma l'oltraggio è stato in Strada Nuova, andando verso Rialto, quando sono incocciato nell'edifiicio liberty che ospitava il Cinema Teatro Italia (in una città che è sede di uno dei festival cinematografici più prestigiosi al mondo, mi risultano in attività un paio di esercizi in centro e uno al Lido), dalla fine dell'anno scorso sede di un supermercato Despar. E non mi raccontino che ce n'era necessità per gli abitanti del Sestiere, Cannaregio, ancora uno dei più abitati e popolari: c'è una Coop praticamente di fronte e un'altra, ancora più grande, poco più oltre (e così via i mercati e i negozi di prossimità: e avanti con supermercati e magari centri commerciali!). E così sempre sulla stessa arteria MerDonalds, Wild West (con tanto di terrazza con vista sui canali), a avanti con gli onnipresenti  simboli del consumismo globalizzato e ciarlatano, quando va bene finti bacari dove la "venezianità" non va oltre a indecorose imitazioni dei cicchetti tradizionali, perfino i ristoranti che provano a "darsi un tono" hanno personale prevalentemente esotico (definiamolo così) e pure quello nazionale non ha nemmeno la più vaga idea di cosa siano dei bigoli in salsa o un risotto di castradure o ai bruscandoli, come siano fatti un go oppure un bisato, o anche soltanto un fegato alla veneziana. Ma tanto chi se ne frega? Il turista intruppato e smutandato ingoia tutto, perfino l'euro e mezzo che i cessi a gestione comunale fanno pagare per una pisciata (senza che la macchinetta dia il resto), e il foresto che ha comprato le abitazioni dai veneziani che non potevano mantenerle e men che mai ristrutturarle (ci pensano loro con gusto da architetto milanese) ci viene solo per l'Aperol Spritz con pediluvio nel canale un paio di volte l'anno o per darsi una patina culturale, con gli esiti visti a Palazzo Grassi con la gestione da parte della famiglia Agnelli. Ma ora, come se non bastassero i ricchi milanesi, torinesi, romani e americani, inglesi, tedeschi e anche russi, è la volta dei magliari trevigiani che si sono sono alzati di tono con la "rivalutazione" del Fondaco dei Tedeschi a vetrina del lusso e dell'esclusività. Con un groppo alla gola e un vuoto nello stomaco, sono ripartito di corsa tre ore e mezzo dopo il mio arrivo, comprese due a passo di marcia forzata attraverso mezza città e tutti i suoi sestieri. Già alle viste di Porto Marghera ho cominciato a sentirmi meglio, e quando sono sceso in stazione a Mestre per riprendere la macchina al parcheggio ho tirato un sospiro di sollievo: ero di nuovo a casa. A Mestre, dove sono finalmente riuscito a mangiare un tramezzino degno di questo nome.

mercoledì 17 maggio 2017

Tutto quello che vuoi

"Tutto quello che vuoi" di Francesco Bruni. Con Giuliano Montaldo, Andrea Carpenzano, Arturo Bruni, Donatella Finocchiaro, Emanuele Propizio, Antonio Gerardi, Riccardo Vitiello, Raffaella Lebboroni, Carolina Pavone, Andrea Lethoská. Italia 2017 ★★★★★½
E' da un po' che lo ripeto: qualcosa sta cambiando nel panorama del cinema italiano che, con pellicole come Tutto quello oche vuoi, dimostra di essere vivo e vegeto perfino nella sua più consueta forma di commedia, ultimamente opportunamente rigenerata e innestata da altri filoni, e questo ottimo film di Francesco Bruni, che testimonia i continui progressi come regista di uno sceneggiatore di valore, ne è la conferma. D'altronde non è un caso se è riuscito a convincere un collega e Maestro della nostra cinematografia come Giuliano Montaldo, probabilmente senza dover troppo insistere, a tornare davanti alla cinepresa per interpretare Giorgio, un poeta ottantacinquenne già famoso, pisano d'origine e trasferitosi a Roma negli anni Cinquanta, affetto da una lieve forma di Alzheimer, che viene accudito dal ventiduenne Alessandro (il sorprendente Andrea Carpenzano, già notato in Il permesso - 48 ore fuori), giovane sfaccendato che vive nel suo stesso quartiere, Trastevere, dedicandosi al piccolo spaccio e a far passare ii tempo allo storico Bar Calisto coi quattro amici del suo "giro". Un lavoretto procuratogli da Claudia (Donatella Finocchiaro), la piacente madre del suo migliore amico, Riki, della quale è l'amante clandestino (e madre sostitutiva). Alessandro accetta controvoglia e inizialmente si limita a portare l'anziano a fare passeggiate sul Gianicolo con sullo sfondo sfumato di una indistinta Roma  invernale, in seguito impara a conoscere e frequentare Giorgio anche assieme agli altri suoi amici, a giocare a carte e perfino alla play-station nonché a infrangere alcuni divieti posto dalla governante Laura e ascoltarne gli spezzoni di vita vissuta fino a trasferirsi per un periodo da lui e assisterlo a tempo pieno, e per ultimo a fargli compiere un ultimo viaggio nei luoghi della sua gioventù, la Toscana appenninica in cui partigiani e truppe americane combatterono i nazisti, in una sorta di zingarata nata come un'autentica caccia al tesoro. Il film si sviluppa sul binario del contrasto e al contempo confronto tra due generazioni che quanto più lontane non potrebbero essere non solo temporalmente, ma anche nel modo di pensare e di esprimersi: una che sta perdendo per esaurimento la memoria di una vita intensa e piena di significato, l'altra che non può averne finché è costretta a vivere in un presente vuoto. Il gioco delle differenze non è banale e scontato, così come non è melenso l'avvicinamento tra due estremi sempre allo specchio: il giovane e l'anziano, l'ignorante e il colto e così via: c'è molto di più ed espresso con grazia, ironia e con partecipazione da parte di interpreti intimamente convinti di quello che stanno facendo; infine Il rapporto che si instaura tra Giorgio e Alessandro permette a entrambi di recuperare qualcosa: al primo quello con il fratellino Carlo, perso in un bombardamento su Pisa durante l'ultima guerra, e al secondo quello con suo padre e la nuova compagna, che fin lì, orfano di madre da quando aveva due anni, non aveva accettato. . Come nei film precedenti, Scialla e Noi 4, Francesco Bruni ambienta le sue vicenda in una Roma che in altri, troppi, film e serie televisive farebbe da sfondo a film "terrazzat"i e intellettualoidi (à la Ozpetek o Archibugi, per intenderci) o vanziniani, scontati o pecorecci, mentre nelle sue pellicole è quella vera: mi piace pensare che, da persona intelligente e acuta qual è, citi di proposito location e situazioni abusate per prenderne le distanze, e lo fa con classe e bene, così com'è attento a scegliere interpreti convincenti e capace come pochi di far recitare giovani e financo bambini. Complimenti vivissimi a tutti, si esce soddisfatti di aver visto una bella storia, che tocca il cuore e anche la mente, raccontata bene: si esce con l'animo confortato.

giovedì 11 maggio 2017

Lear di Edward Bond


"Lear di Edward Bond". Traduzione di Tommaso Spinelli; adattamento e regia di Lisa Ferlazzo Natoli; scene di Luca Brinchi, Fabiana Di Marco, Daniele Spanò; costumi di Gianluca Falaschi; realizzazione immagini a china Francesca Mariani.
Con Elio De Capitani, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Emiliano Masala, Alice Palazzi, Pilar Perez Aspa, Diego Sepe, Franceso Villano. 
Suono di Alessandro Ferroni e Umberto Fiore; disegno video di Maddalena Parise. 
Coproduzione Teatro di Roma/Tealtro dell'Elfo/Lacasadargilla.
Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 7 maggio scorso.
Presentata lo scorso autunno a Roma in una prima versione, con Danilo Negrelli nei panni dl Lear, questa rilettura del 1971 della tragedia di Shakespeare da parte di Edward Bond era stata riproposta in cartellone al Teatro India di Roma nel mese scorso per poi trasferirsi a Milano, questa volta con Elio De Capitani, nel teatro di cui quest'ultimo è presidente, fino a domenica scorsa. Un testo non facile, quello di uno dei maggiori drammaturghi inglesi contemporanei in cui, all'interno di una parabola sui rapporti di forza, pubblici quanto privati, che sfociano nella violenza, viene messa in rilievo soprattutto l'essenza stessa del potere, la sua natura comunque perversa, da qualsiasi parte si origini. Lear, per difenderlo, erige un gigantesco muro, ed elimina chiunque venga soltanto sospettato di sabotarne la costruzione; altrettanto ossessionate dal potere, gli si rivoltano contro le due figlie Bodice e Fontanelle, che si sposano con due suoi acerrimi nemici contro la sua volontà, dando il via a un regime se possibile ancora più dispotico e a guerre e violenze senza fine. Deposto e fuggitivo tra i boschi, Lear viene accolto da un giovane, pacifico popolano, coltivatore e allevatore di maiali e, controvoglia dalla moglie Cordelia (che nella tragedia shakespeariana era la terza figlia di Lear). Quando Lear comincia a ravvedersi sui suoi trascorsi, il ragazzo viene ucciso e il re viene riacciuffato, internato come malato di mente e accecato. A sua volta Cordelia capeggia un'ennesima rivoluzione, beninteso nel nome del popolo, tornando a sua volta ad erigere lo stesso muro per proteggerlo dagli avversari. Adattando il testo alla rappresentazione, Ferlazzo Natoli ha avuto l'accortezza di non fare riferimenti all'attualità,  ché il discorso sulla natura del potere per definizione non ha tempo e per quante giustificazioni o ragioni d'essere esso stesso si dia, ideologiche, religiose o scientifiche, si traduce sempre, inevitabilmente ne ovunque nella sopraffazione di chi lo detiene e lo esercita nei confronti e a discapito di chi lo subisce. La platea di questi ultimi può essere più o meno estesa, i metodi possono essere più o meno disgustosi, ma quel che non cambia è la sua sostanza, indipendentemente in nome di chi o cosa  lo si eserciti e a quale titolo, e la degenerazione nella perversione consequenziale; per sottrarsene non rimane che affidarsi all'immaginazione e, in definitiva, all'arte che mostra i re e i vari tiranni sotto altro nome in tutta la loro nudità. Gli originali 35 personaggi shakespeariani vengono distribuiti fra gli otto attori, dove il solo De Capitani, capace di rendere i lati più contraddittoriamente umani di Lear, si limita a un ruolo: ne deriva una certa difficoltà a seguire la vicenda, già contorta di suo, ma le scritte proiettate su teloni posti in corrispondenza di ognuno alla sia entrata in scena aiutano allo scopo. La scena è spoglia, quasi post-atomica, dall'aspetto di un cantiere in continua costruzione, con strutture metalliche in movimento che la trasformano a seconda delle situazioni; inquietanti i suoni, spesso stridii metallici, di sottofondo e le sciabolate di luce che illuminano a tratti il pubblico come a chiamarlo sul palcoscenico. Bravissimi tutti e applausi convinti, abbondanti e meritati anche alla regista, salita sul palco assieme agli interpreti a fine spettacolo.