venerdì 12 luglio 2019

Nureyev - The White Crow

"Nureyev - The White Crow" di Ralph Fiennes. Con Oleg Ivenko, Adèle Exarchopoulos, Chulpan Khamatova, Ralph Fiennes, Alexei Morozov, Raphaël Personnaz e altri. Gran Bretagna 2018 ★★★★-
Film biografico e molto british, pur non essendo un capolavoro brilla in una stagione che a me pare particolarmente squallida e povera nonostante i tanto sbandierati propositi di rilancio enunciati nel dicembre scorso: l'estate del 2019 avrebbe dovuto essere quella della svolta per una promozione del cinema per tutto l'anno, e invece è il solito mortorio. Senza bisogno di grandi voli pindarici, Nureyev, che inizia con la nascita del grande danzatore russo su un convoglio della Transiberiana nel 1938, pur ricostruendone l'infanzia e la formazione con suggestivi e puntuale flash-back, e soprattutto i rapporti con il suo insegnante Alexander Pushkin (ruolo che si è ritagliato il regista Ralph Fiennes) e sua moglie, si focalizza sull'episodio del suo passaggio in Occidente nel giugno del 1961, al termine di un mese di rappresentazioni del balletto del Teatro  Kirov dell'allora Leningrado a Parigi, quando aveva sostituito all'ultimo momento il primo ballerino Konstantin Sergeev, infortunatosi, e che non aveva fatto rimpiangere: le sue esibizioni erano rimaste memorabili e avevano suscitato impressione nel pubblico e negli stessi colleghi francesi, con cui Nureyev era entrato in contatto, avido com'era di confrontarsi non solo col mondo del balletto occidentale ma con tutto l'ambito culturale, interessato com'era all'arte in tutte le sue forme, dalla musica alla letteratura ma soprattutto alla pittura e alla scultura. Approcci e legami che non erano graditi al commissario politico e agli agenti del KGB che seguivano la compagnia i quali cercavano inutilmente di impedire le sue "scappatelle" ma Rudolf non era il tipo di farsi mettere la mordacchia finché, terminata la parte francese della tournée per trasferirsi a Londra, una volta in aeroporto (che ai tempi era quello di Le Bourget) Nureyev veniva "gentilmente" separato dalla compagnia per essere messo sul primo aereo per Mosca, con la scusa che avrebbe dovuto esibirsi davanti a Kruscev in persona, in sostanza sequestrato: fu questo a convincerlo a chiedere asilo politico in Francia, non avendo mai prima manifestato il proposito di lasciare l'Unione Sovietica, e ci riuscì grazie all'intervento di Pierre Lacotte, ballerino e coreografo dell'Opéra, presente in aeroporto per salutare gli omologhi russi, e soprattutto Clara Saint, la fidanzata cilena dell'appena deceduto di Vincent Malraux, figlio dell'allora ministro della Cultura francese André, con cui Nureyev aveva legato in modo particolare durante il soggiorno lungo la Senna. Molto accurata la ricostruzione dell'ambiente e dell'atmosfera dell'epoca, il biopic si tinge anche di tinte thriller, e risulta quindi anche piuttosto avvincente; di ottimo livello le interpretazioni, in particolare Fiennes ha fatto debuttare davanti all'obiettivo un esordiente come Oleg Ivenko, ballerino ucraino del Teatro d'opera e balletto di Kazan (Russia), che ha la stessa età, 23 anni, che aveva Rudolf Nureyev nel 1961, e se l'è cavata in modo molto convincente, facendo rivivere un artista a tutto tondo, mai sazio di novità, dal carattere forte e indomabile: un corvo bianco, per sottolinearne la rarità, se non unicità.

lunedì 8 luglio 2019

Il segreto di una famiglia

"Il segreto di una famiglia" (La Quietud) di Pablo Trapero. Con Bérénice Bejo, Martina Gusmán, Graciela Borges, Édgar Ramirez, Joaquín Furriel, Isidoro Tolcachir e altri. Argentina 2018 ★★★
Sono più di uno, in realtà, i segreti che si disvelano man mano a La Quietud, la lussuosa estancia poco fuori Buenos Aires dove si trovano riunite dopo anni le donne della famiglia Montemayor al capezzale dell'anziano marito e padre Augusto, colpito da un ictus proprio mentre veniva interrogato da un giudice per chiarire delle irregolarità nell'acquisizione di alcune proprietà nella seconda metà degli anni Settanta, prima di trasferirsi in due occasioni a Parigi in qualità di diplomatico: in quella città rimase e si sposò Eugenia, la primogenita; mentre Mia, la sorella minore, non ancora maggiorenne, era rientrata in Argentina insieme al padre e alla madre Esmeralda, con la quale ha un rapporto a dir poco problematico. E' sul legame fortissimo, pressoché simbiotico, tra le due sorelle che si concentra lo sguardo di Trapero, in cui una fa da specchio all'altra, e sulla loro diversa relazione con l'altro vertice di un triangolo al femminile, la dittatoriale (in tutti i sensi) Esmeralda, l'autentica capofamiglia; a sua volta questo non è l'unico triangolo della vicenda perché ve ne è almeno un altro, quello con Vincent, l'uomo che Eugenia ha sposato e con cui vive in Francia e da cui annuncia di aspettare un figlio, e che è stato e rimane l'amore della vita di Mia. Anche lui giungerà a Buenos Aires per presenziare al funerale di Augusto e riprenderà la liaison mai interrotta con Mia, cosa di cui Eugenia era al corrente e la quale a sua volta ha una storia passionale con Esteban, l'erede dello studio notarile in cui lavoravano sia Augusto sia Esmeralda e che è qualcosa di più di un amico di famiglia: pressoché un parente. Più d'uno ha parlato di melodramma d'autore, e in effetti, anche per l'azzeccato commento sonoro (e che non è un tango) affidato a Mon Laferte, viene in mente Pedro Almodóvar: come lui, Trapero mischia toni e registri, dalla tragedia alla farsa, dal grottesco alla commedia con tinte nere, su una base di tensione erotica di fondo ma mantenendo sempre una linea di ambiguità che rimane il tratto essenziale: sostanzialmente non si prende sul serio e, se si sta al gioco, il film può piacere, come nel mio caso, anche molto. Parecchio si deve alle tre protagoniste: Bérénice Bejo (peraltro argentina naturalizzata francese) nella parte di Eugenia; Martina Gusmán, moglie di Trapero, in quella di Mia: le due sono credibili come sorelle anche per la loro sorprendente somiglianza e la lieve differenza d'età nonché, in quella di Esmeralda, la grande Graciela Borges: il suo è un nome d'arte, gentilmente concessole dal celeberrimo scrittore, dato che il padre le aveva vietato di utilizzare quello di famiglia, Zabala.

mercoledì 3 luglio 2019

Arrivederci professore

"Arrivederci professore" (The Professor) di Wayne Roberts. Con Johnny Depp, Zoey Deutch, Danny Huston, Rosemarie DeWitt, Farrah Aviva, Odessa Young e altri. USA 2018 
Dopo due settimane di digiuno cinematorgafico, piuttosto che andare a vedere l'ultimo film del tanto lodato quanto sopravvalutato nuovo fenomeno della regia francocanadese Xavier Dolan, un autentico deficiente, ho optato per Arrivederci professore, seconda opera dell'oscuro Wayne Roberts il quale, a parer mio ma non solo, poteva tranquillamente risparmiarsi la fatica. Il motivo era unicamente il ritorno sugli schermi di Johnny Depp, attore talentuoso dalla carriera ondivaga e tormentata, qui alle prese con un penoso rifacimento, per sommi capi e in maniera maldestra, di una pellicola come L'attimo fuggente. Il film si regge unicamente su di lui, e per certi versi sembra costruito apposta per permettere all'attore di dire quel che pensa sull'establishment, qui rappresentato da una tipica università per ricchi del New England, del conformismo imperante e della mediocrità in generale, che in patria negli ultimi anni gli ha continuamente ostacolato la carriera, senza che ne sia però granché convinto nemmeno lui: probabilmente è meglio che venga a farsi un giro in Europa o in America Latina, dove è ancora apprezzato, invece di prestarsi a operazioni mediocri che lo danneggiano ulteriormente, a cercarsi dei registi e degli autori che sappiano sfruttarne la versatilità. Nel film è Richard Brown, docente di letteratura di mezza età che, quando gli viene diagnosticato un cancro ai polmoni allo stadio terminale, decide di non accettare cure che gli allungherebbero l'esistenza soltanto di alcuni mesi e di approfittarne per dire finalmente quello che pensa e fare quello che desidera, in sostanza fare i conti con tutto ciò a cui ha rinunciato per quieto vivere, a cominciare da un rapporto che si trascina penosamente con la moglie Veronica, che peraltro lo tradisce col rettore dell'Università. Qualche battuta qua e là, stanchi inviti agli studenti a non accettare il tran tran perdendo di vista gli ideali, qualche accenno di politicamente scorretto ma soltanto all'apparenza: la vera cattiveria è un'altra cosa; sottotrame che non si sviluppano, personaggi che si perdono per strada, attori mediocri (a parte Rosemarie DeWitt nella parte di Veronica e il cane che  interpreta sé stesso) ne fanno un film francemente penoso. La stella, ★, e non teschio, ☠, è dovuta, oltre alla simpatia che ho per Depp, all'unico pregio di questo film: la durata, sotto i 90'.

venerdì 21 giugno 2019

I carretti di Ascea


Il carretto passava
E quell'uomo gridava "Gelati".
Al 21 del mese I nostri soldi
Erano già finiti 


(i miei no, per fortuna ho ancora qualcosa da parte per i prossimi giorni...).

mercoledì 19 giugno 2019

I morti non muoiono

"I morti non muoiono" (The Dead Don't Die) di Jim Jarmusch. Con Bill Murray, Adam Driver, Chloë Savigny, Tilda Swinton, Steve Buscemi, Tom Waits, Danny Glover, Caleb Landry Jones, Selena Gomez, Iggy Pop e altri. USA 2019 ★★★½
I morti non muoiono: e infatti, a causa della smagnetizzazione dei Poli, risultato delle devastazioni ambientali a cui è sottoposto il pianeta, l'asse di rotazione della terra è mutato  e una delle conseguenze è la loro uscita in massa dalle tombe, a nutrirsi di carne umana e a rinnovare il famelico consumo, per lo più indotto, di tutti quegli oggetti che erano stati la loro fissazione quand'erano vivi, dallo chardonnay allo smartphone, dal wi-fi alla TV via cavo, dall'automobile agli psicofarmaci, dalla chitarra al caffè (quella brodaglia immonda che gli americani ingurgitano a litri: irresistibile Iggy Pop in versione zombie, che non ne ha mai abbastanza); in compenso a essere sostanzialmente morti, e comunque senza speranza, sono i vivi. Jarmusch, da sempre una sorta di poeta delle piccole cose, sceglie come punto d'osservazione un piccolo centro dell'Ohio, Centerville, 738 abitanti, "un posto tranquillo", come recita il cartello all'ingresso della cittadina, che è un microcosmo di ciò che sono gli Stati Uniti (e non solo) e per raccontare il disgusto che prova per come sia ridotto il mondo in cui viviamo (anzi: consumiamo) usa una parabola nonché il cliché dei morti viventi, potendo così anche prodursi in numerose citazioni cinematografiche (a cominciare da George Romero) e confezionando un film stralunato, grottesco, sfruttando un cast di prim'ordine per caratterizzare, con pochi tocchi, una galleria di personaggi-tipo che riassumono un po' tutta l'umanità. Che "finirà male" lo dice fin dall'inizio il giovane poliziotto Ronnie (Adam Driver, già protagonista dell'ultimo, bellissimo film di Jarmusch, Paterson) quando, di ronda col suo capo Cliff, un imperturbabile e umanissimo Bill Murray (mai abbastanza utilizzato dal cinema USA), si accorge che l'alternanza giorno-notte è stata stravolta: entrambi sembrano rassegnati al peggio, per quanto combattano con ogni mezzo i morti viventi (per eliminarli completamente occorre mozzare loro la testa, che poi va in fumo), ma tutti quanti i personaggi che abitano la cittadina, dal benzinaio al proprietario del Motel; dal ferramenta nero alle due donne che lavorano al Diner al farmer razzista sembrano correre verso l'ineluttabile: fanno eccezione Bob (Tom Waits, l'eremita che da anni vive nei boschi e assiste alla rovina che sempre previsto), tre ragazzini ospiti di un reclusorio minorile che riescono a dileguarsi in mezzo alla confusione e la neoproprietaria delle pompe funebri, uno bizzarro personaggio giunto dalla Scozia che si esprime con un linguaggio strano, che di morti se ne intende e sotto le cui sembianze si nasconde una donna-samurai (Tilda Swinton, e il riferimento a Kill Bill è evidente). Una fiaba amara, insomma, dove comunque si riesce a ridere; un film curioso e inconsueto, che può facilmente suscitare reazioni opposte: a me è piaciuto, perché il messaggio giunge forte e chiaro, Jarmusch i film li sa girare e gli interpreti sono tutti molto bravi e in parte. 

lunedì 17 giugno 2019

Micragnicittà - L'appello di Mauro Lovisa


A Pordenone, come a Sacile, ci si fa un punto d'onore di essere un'isola linguistica rispetto al resto del Friuli (con alcune altre eccezioni come Palmanova, Grado e Marano, la Bisiacherìa e, ovviamente, la Venezia Giulia), dove si parla in meneghel, ossia veneto coloniale, anziché in marilenghe; in qualche modo delle zone defurlanizzate, ma il parziale fallimento dell'esperimento del crowfunding PN2020, a sostegno del Pordenone Calcio, in vista del centenario della società l'anno prossimo, che coincide peraltro con la prima stagione in Serie B, conferma l'appartenenza della cittadinanza, e soprattutto della sua classe imprenditoriale, alla furlanità almeno per un aspetto: il braccino corto, ossia la taccagneria, che viene generalmente associata a chi ha origine in questa regione. Per colmo dei colmi, bisogna pure ringraziare i tradizionali rivali udinesi per l'ospitalità che concederanno ai Ramarri allo Stadio Friuli per le partite interne del prossimo campionato, che per la mancanza di uno stadio adeguato (problema che esiste da decenni, così come quello di un'adeguata arena per manifestazioni di genere non soltanto sportivo di cui la regione è priva: l'occasione è unica per decidersi a farlo). Mauro Lovisa, l'imprenditore che da presidente ha portato il Pordenone Calcio dall'Eccellenza alla Serie B nell'arco di una dozzina d'anni, è stato lasciato sostanzialmente solo dal grosso della città e dai suoi colleghi in particolare, eppure nel capoluogo di soldi ne girano parecchi, come testimonia il numero di istituti bancari e le finanziarie operativi in città. Apprendere (oggi sul Messaggero Veneto) dall'immarcescibile Michelangelo Agrusti, presidente dell'Unione Industriali, che la sua associazione ha acquistato quote del progetto per ben 10 mila euro e che continuerà nell'opera di moral suasion nei confronti degli associati che finora hanno risposto picche, non lascia ben sperare. E fa temere che la città non si meriti né la squadra in B né un dirigente appassionato e competente come Mauro Lovisa, a cui lascio la parola. 


“Ci siamo. Il 19 giugno si concluderà l’esperienza di Pordenone 2020, il progetto di crowdfunding con cui abbiamo cercato di coinvolgere in modo innovativo il territorio. Tre giorni ancora, da lunedì a mercoledì, in cui mi auguro in tanti verranno al Centro De Marchi. La raccolta, comunque, raggiungerà i 2 milioni 200 mila euro, somma importante (e portante) per affrontare nel migliore dei modi la prossima storica stagione di serie B. Lo farà però, e bisogna dirlo chiaramente, grazie ai 'soliti': a chi c’è sempre stato e chi ci sarà sempre, dal tifoso che con grandi sforzi ha messo la quota minima a chi, a titolo personale, sostiene il Pordenone senza chiedere nulla in cambio, lontano dai riflettori. A chi è già, insomma, vicino alla proprietà, a chi realmente ha il neroverde a cuore e nel cuore. Lo dico chiaramente, senza giri di parole, e con grande rammarico: non è stata purtroppo colta l’opportunità, unica, di vestire a tutti gli effetti questa maglia, entrare nel club e contribuirne, non solo con risorse ma anche con idee, alla crescita della società. Un progetto, il nostro, non di Mauro Lovisa, ma di tutti: di Pordenone e di un territorio intero, per Pordenone e per un territorio intero. Le istituzioni e le associazioni di categoria ci hanno seguito, hanno tifato e tifano per noi: tanti, però, hanno parlato e basta, si sono fatti belli con il Pordenone e la serie B, e al momento di dimostrare attaccamento con i fatti si sono chiamati fuori. Hanno fatto spallucce. 3 mila persone allo stadio con la Giana, 3 mila persone in piazza: possibile che solo in 250 abbiano deciso di diventare soci? Una risposta troppo fredda da una città dal grande potenziale, e penso in particolare all’imprenditoria, che può e deve dare di più in termini di appartenenza e coinvolgimento. Non solo finanziario.
A questo territorio, a questi colori io e i miei soci abbiamo giurato fedeltà. Negli scorsi mesi, com’è noto, altre sirene avevano risuonato. E forte. Nuove sfide, non l’abbiamo mai nascosto: a livello economico erano più convenienti. Abbiamo detto no. Per chi si è fatto chilometri tutto l’anno per stare vicino alla squadra, per chi è sempre presente, per chi ha versato una quota attingendo magari dal salvadanaio, per chi è tornato a versarne un’altra, per chi si è fatto ambasciatore di tifo con parenti e amici. Rinunciando, insomma, a qualcosa (tempo e denaro) di proprio per investire nei nostri colori, i suoi colori. Pordenone – ci siamo detti io, la mia famiglia e i miei soci – meritava di proseguire questa splendida storia per queste persone. Una storia di cui tutti noi siamo protagonisti. Archiviato il crowdfunding, si aprono nuovi orizzonti: mantenere la serie B, strutturarci per un salto di qualità a 360 gradi, lavorare per il nuovo stadio, confermarsi con il Settore Giovanile ai vertici nazionali e organizzare le attività del Centenario. Noi siamo pronti, ma lo dobbiamo essere tutti! Ci sono dunque nuove sfide davanti, stavolta da vincere: la campagna abbonamenti e le presenze allo stadio, pur consapevoli delle difficoltà di giocare fuori casa, e il sostegno generale al nostro progetto ci diranno se abbiamo fatto bene, e se facciamo bene, a credere sempre e comunque in Pordenone”.