giovedì 15 novembre 2018

Tutti lo sanno

"Tutti lo sanno" (Everybody Konows) di Asghar Farhadi. Con Penélope Cruz, Javier Bardem, Ricardo Darín, Eduard Fernández, Bárbara Lennie, Inma Cuesta, Elvira Mínguez e altri. Spagna, Francia, Italia 2018 ★★★★
Con Farhadi, a qualsiasi latitudine, longitudine o ambiente collochi le storie che racconta nei suoi film si va sul sicuro: che i segreti e la natura nascosta delle persone nei rapporti di coppia e famigliari vengano alla luce per via di eventi imprevisti, capaci di scatenarne la contraddizione, e che questo avvenga attraverso i dialoghi, dove le parole sono sì fondamentale, ma anche gli sguardi, i gesti e quanto viene taciuto; terza certezza, che il regista iraniano li affidi a interpreti capaci di reggere la parte, e anche in questo caso lo sono tutti, indistintamente. Laura (Cruz) torna dall'Argentina assieme ai due figli nel paesino rurale vicino a Madrid (per la cronaca si tratta di Torrelaguna) dove vive la famiglia d'origine in occasione del matrimonio di una sorella: grande festa, che coinvolge tutto il paese (dove tutto sanno di tutti) e in particolare, com'è ovvio, parenti e amici tra i quali Paco (Bardem), un viticoltore con cui aveva avuto una lunga e intensa relazione in gioventù. Grandi festeggiamenti, una vera fiesta dagli aspetti dionisiaci, durante la quale, proprio in occasione di un black out elettrico che risulterà essere stato causato artatamente, sparisce inspiegabilmente la figlia di Laura: entro breve verrà a sapere che si tratta di un rapimento, che però l'entourage decide di non denunciare alla polizia perché, in un caso precedente e in un paese vicino, la vittima, anche in quel caso una ragazza, fu uccisa dai sequestratori. Dovrà però dirlo al marito (Darín), rimasto a Buenos Aires per supposti motivi di lavoro, e questa è già la prima menzogna che verrà svelata: in realtà perché spiantato e in crisi da anni sia con la moglie sia a livello personale. Man mano che si procede nelle ricerche, e mentre ci si chiede chi fosse al corrente o meno della reale situazione finanziaria della famiglia della ragazza, si insinuano i dubbi su chi possa aver chiesto il riscatto, una somma peraltro non esorbitante, 300 mila euro, che comunque Laura e il marito Alejandro non sono nemmeno lontanamente in grado di pagare. Il sospetto dilaga, perfino sullo stesso genitore che nel frattempo è giunto in Spagna, per non parlare della posizione di Paco, e del motivo della sua disponibilità a fornire un aiuto più che concreto a risolvere una situazione che si fa disperata. Il finale è a sorpresa, anche se solo fino a un certo punto, ma tutto l'impianto regge perfettamente, in un alternarsi continuo di azione e momenti di pausa, esterni e interni, luce e ombra in un noir psicologico che può ricordare perfino Hitchcock. Un gran bel film, con attori impeccabili e, appunto, un autore che è una "certezza" a dirigerli. 

martedì 13 novembre 2018

First Man - Il primo uomo

"First Man - Il primo uomo" (First Man) di Damien Chazelle. Con Ryan Gosling, Claire Foy, Jason Clarke, Kyla Chandler, Corey Stoll, Patrick Fugit, Christopher Abbott, Ciarán Hinds e altri. USA 2018 ★★★★★
Ho i miei dubbi che l'Academy, riparando alla figura barbina fatta nell'edizione dell'anno scorso con La La Land, dopo aver premiato con l'Oscar il giovane Chazelle come miglior regista lo assegnino al suo First Man come miglior film: troppo poco patriottardo, per i gusti USA, uno che raccontando i momenti salienti della vita di Neil Armstrong, il primo uomo a mettere il piede sulla Luna, omette volutamente di proporre la scena della bandiera a stelle e strisce piantata sul suolo del nostro satellite. Particolare che fa crescere la mia stima nei suoi confronti, che già era alta. Come anche in Whiplash e, per l'appunto, La La Land, uno dei temi di fondo è l'ostinazione, il sacrificio, la volontà di realizzare un sogno e, forse, la nostalgia di tempi in cui era possibile farne; stavolta basandosi su una sceneggiatura non sua, ma tratta dalla biografia ufficiale scritta da James R. Hansen. Il ritratto che Chazelle fa dell'ingegnere-pilota-collaudatore che decide di entrare a far parte del Programma Gemini e, successivamente, delle missioni Apollo della NASA, che si concluderanno col con lo sbarco sulla Luna del luglio 1969, è quello di un uomo riservato, timido, talvolta impacciato nei rapporti col prossimo, specialmente con la moglie e i due figli maschi, in particolare dopo essere stato colpito da un lutto da cui non si è mai ripreso: la morte, a due anni, dell'amata figlioletta Karen, già in cura per un grave tumore infantile. E' a lei che aveva promesso la Luna, un impegno a cui terrà fede. Non c'è nulla di epico, retorico, roboante, eroico, né le riprese hanno bisogni di effetti speciali mirabolanti: anzi, è con estremo realismo che vengono mostrate le capsule sempre più piccole e claustrofobiche in cui vengono costretti a entrare gli astronauti, con i loro cigolii terrificanti, lamiere male assicurate, graffi nella verniciatura, viti mancanti, ed è alla verosimiglianza che dobbiamo l'emozione di trovarci, già nelle prime immagini, nella cabina di un aereo che sfonda per tre volte il muro del suono  con Armstrong ai comandi per un volo di prova nei primi anni Sessanta, per poi rientrare a casa e condurre una vita ritirata assieme alla sua famiglia in una tranquilla località di campagna. Il film, lasciando sullo sfondo ma evocando efficacemente il clima dell'epoca, tra Guerra Fredda, Vietnam, contestazione, non nasconde né le difficoltà e i fallimenti incontrati nelle missioni che si sono susseguite, compresa la tragedia della prima missione Apollo nel gennaio del 1967, con i tre astronauti carbonizzati sulla rampa di lancio durante una simulazione del count-down, né i rapporti andati incrinandosi tra Armstrong (straordinariamente interpretato da Ryan Gosling, a mio parere da tempo uno dei migliori attori in circolazione) e la moglie, la sorprendente Claire Foy, fino al suo compimento. Raggiunto lo scopo, che per il governo americano era battere sul tempo i sovietici nella conquista dello spazio, tant'è vero che da allora l'interesse per le avventure lunari è completamente scomparso. Assieme al nemico, l'URSS, i sogni, la bella musica (la colonna sonora è, come sempre nei fil di Chazelle, di primissimo ordine) e l'eroismo "dal volto umano" di persone come Armstrong e tanti suoi colleghi. Un film coinvolgente, destinato a rimanere dentro a lungo. 

domenica 11 novembre 2018

Italoargentinità - 3 / Amore e libertà


In un altro sogno lei girava, smarrita, per il purgatorio insieme a Ducante, sicura che non sarebbe arrivata in paradiso neppure con la benedizione di Dio. E quella parola - amore - faceva vedere alla nonna che dietro un concetto indefinibile c'è sempre un'idea. "Qual è in questo caso?" si domandava. Possedere ed essere posseduto. Violare ed essere violato. Curare ed essere curato. Verbo e ontologia, notevole. [...]
"Perché vediamo un po'", indagava inarcando le sopracciglia e sorridendo come Jerry Lewis: "quale idea ha costruito l'impero romano? Dominare il mondo, espandersi, sottomettere. La schiavitù come forma di sostentamento. Idea che la cristianità fece propria. Per questo non si è mai opposta alla schiavitù, anzi l'ha ammessa fino alla Rivoluzione francese, non l'ha mai messa in discussione e l'ha perfino santificata. Tutto in nome dell'amore!
"E quale idea sostiene l'imperialismo capitalista?" ci chiedeva dopo aver sollevato l'indice verso la ragnatela che pendeva dal centro del tinello: espansione e potere, sottomissione. E quale idea regge il comunismo sovietico? La liberazione dell'uomo attraverso la creazione di nuove forme di relazioni (che non sarebbe neanche male) ma controllate, delimitate, regolate - sottolineava le sillabe inarcando le sopracciglia in tono ammonitorio - ma tutto questo porta a nuova forme di sottomissione. 
"L'amore ha in sé l'idea di libertà, vi rendete conto?" E dava un cazzotto sul tavolo come uno che ha scoperto di essersi messo due calzini di colore diverso. "Per questo i dogmi, le religioni, i sistemi politici hanno sempre la pretesa di definire l'amore e lo separano dal sesso, condannando l'erotismo perché, semplicemente, non possono tollerare la libertà.
"La libertà è insopportabile, quindi bisogna restringerla. Questo è il problema centrale del nostro tempo, di tutti i tempi. Si tratta, allora, di capire che la lotta dell'umanità attraverso i secoli è stata sì la lotta contro lo sfruttamento e l'ingiustizia, ma solo nel suo aspetto visibile. Nella sua essenza, la lotta dell'umanità è stata sempre quella di sapere cosa farsene della libertà, come gestirla. E di conseguenza come interromperla, prestabilirla, come dominarla e amministrarla. Vale a dire: come controllare l'uomo, come sottometterlo, come evitare l'espressione e l'espansione dei suoi istinti. 
"Adamo ed Eva furono espulsi dal paradiso perché ebbero l'ardire di essere liberi e da lì derivò tutto il resto. Si lasciarono trasportare dall'istinto. Questione di un attimo. Come in un attimo in Messico ti può portar via la morte: inevitabilmente. Perché avevano di-sob-be-di-to. Ed eccoci al punto: l'idea della disobbedienza è un'idea di libertà, ma neanche Dio la consente e per questo li espelle dal paradiso"
Si eccitava con i suoi stessi ragionamenti, la nonna. E non riusciva più a fermarsi. E' questo che definisce la condizione umana più bella: la disobbedienza come filosofia è più del semplice spirito di trasgressione, che nelle nostre culture ha un senso assai poco ludico, alla Cortázar, giocoso. No, è molto più di questo: disobbedire vuol dire essere se stessi, vuol dire affermare il proprio io profondo, e se si è in coppia, in due, meglio ancora, e se si è in coro pericolosissimo perché racchiude l'autentica liberazione dei popoli. Per questo il marxismo è stato rivoluzionario; perché ha proposto l'idea nel modo più intelligente. Il suo limite è stato aver reso possibile il comunismo reale, quello che esiste oggi e che altro non è se non la stessa idea divenuta dogma e sistema di vita. (Franca Domeniconelle, una nipote di Angela Stracciattivaglini)


Da Sant'Uffizio della Memoria di Mempo Giardinelli, 1991. Prima edizione italiana febbraio 2016, Eliot - Lit edizioni.

venerdì 9 novembre 2018

Menocchio

"Menocchio" di Alberto Fasulo. Con Marcello Martini, Maurizio Fanin, Carlo Baldracchi, Maurizio Fanin, Mirko Artuso, Emanuele Bertossi, Nilla Patrizio, Agnese Fior, Roberta Potrich e altri. Italia, Romania 2018 ★★★★½
Sarebbe bello, oltre che importante, che questo notevole film uscisse dalla dimensione locale e, magari attraverso il passa-parola, potesse venire apprezzato, come merita, in un ambito più vasto: come del resto è avvenuto tre mesi fa in occasione di Locarno 71, festival che da sempre ha un occhio di riguardo per film difficili e inconsueti, dove ha riscosso il favore di pubblico e critica. La pellicola, diretta e ideata da Alberto Fasulo, già segnalatosi con Rumore Bianco e Tir, si basa sulle ricerche storiografiche di Andrea Del Col sui processi dell'Inquisizione che a loro volta costituiscono la documentazione del famoso saggio Il formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg, uscito nel 1976, che ha reso noto la vicenda e il personaggio fuori dai confini del Friuli, raccontando i due processi per eresia a cui fu sottoposto il mugnaio di Montereale Valcellina Domenico Scandella, detto per l'appunto Menocchio, il primo nel 1584 e il secondo nel 1599, dopo il quale fu arso sul rogo. In bilico fra documentario e finzione, la pellicola si avvale della straordinaria interpretazione di attori in gran parte non professionisti scovati in loco, tra Val Cellina (dove Menocchio nacque e visse) e Val Pesarina, dal regista sanvitese, che li fa esprimere in un misto di italiano dialettale del tempo, friulano e latino, ed è giocata soprattutto sui primissimi piani dei personaggi, in particolare quello principale, e sul contrasto fra luci e ombre infondendo una dimensione fortemente pittorica a un cinema che per scelta è estremamente realista. Due sono gli aspetti che rendono Menocchio una figura simbolica e quanto mai attuale: la sua cosmogonia, che riflette una visione profondamente legata alla natura (e condivisa sostanzialmente dall'ambiente contadino in cui viveva; dio è dappertutto, non nelle invenzioni dogmatiche della chiesa) e del tutto umanistica, inaccettabile per la chiesa cattolica, in particolare quella controriformista, ma anche per qualsiasi altro potere, statale o religioso che sia, il quale, per detenerlo, si basa su una dottrina elaborata da una casta di eletti e a uso e consumo di un ceto che la perpetua prevaricando ed esercitando un dominio assoluto sugli altri che gli sottostanno; il costo, in termini di libertà, di nutrire il dubbio, che è il fondamento di qualsiasi pensiero che possa definirsi tale, ossia critico, e questo vale anche, e soprattutto oggi, per quello scientifico (e che nulla ha a che vedere con LaScienza, ossia l'accozzaglia tecnologista fatta passare comune unica e vera: un dogma equivalente alle panzane su cui si reggono le varie fedi e ideologie). Superfluo dire che per uno che come me nutre come me un timore ancestrale, rima ancora che diffidenza, nei confronti di qualsivoglia ideologia, la visione di Menocchio sia stata di conforto e come un "ritorno a casa" e la conferma che il nocciolo di qualsiasi questione, oggi come sempre, sia sempre la natura del potere e dei mezzi che questi usa per autogiustificarsi e quindi perpetrarsi. Quindi: grazie!

mercoledì 7 novembre 2018

Italoargentinità - 2


"... quando apparve un signore anziano, che portava a spasso tre piccoli pechinesi chiamati Fede, Speranza e Carità. Mi salutò gentilmente, ma con un'aria triste, dicendomi che 'questo paese, cara signora, è nato sotto una cattiva stella. Dovevamo essere ispanici, come Messico, Cuba o Perú e invece ci siamo ridotti a essere una maldestra mescola di italiani emigrati con una frustrata vocazione britannica e ingredienti ebrei, arabi, francesi ed est europei'.
"Così disse e proprio così fu il mio dispiacere: il verbo ridursi era intollerabile, un insulto, ma lui fece un gesto con la mano e disse: 'Stia in silenzio e ascolti, perché questo è un sogno, non una discussione. E' stato colpa degli italiani se siamo diventato un popolo ibrido e nervoso, fatuo e pedante, intelligente ma dalla dignità precaria, poco prolisso ma allo stesso tempo casinista e sordo'
"Subito dopo se la prese con gli spagnoli, gli ebrei, gli arabi, i gallesi e gli irlandesi (britannici di seconda classe, li chiamò) e sentenziò: 'qui il problema è l'immigrazione. Questo popolo, cara signora, è come una mula, che nasce dall'incrocio tra un cavallo e un'asina, o tra un'asino e una giumenta. Cresce ma è sterile. Consuma ma non produce'. Io, naturalmente, ero indignata, ma lui non mi lasciava parlare. Mi ripugnava vedere che si trattava di uno spirito oligarchico. Era un fascio, si vedeva lontano un miglio; un razzista, lo Spirito dell'Argentinità. Ma anche così aveva qualcosa di commovente, e se devo dire la verità le gente sconcertata mi provoca sempre tenerezza". (Sogno riportato dallo Scemo di buona memoria, figlio di Pedro Domeniconelle e Laura Sanchez)

Da Sant'Uffizio della memoria di Mempo Giardinelli, 1991. Prima edizione italiana febbraio 2016, Eliot - Lit edizioni

martedì 6 novembre 2018

Italoargentinità -1


"Mi ci metto anch'io, se vuoi, ma qui siamo tutti degli irresponsabili. Prendiamo a calci la scacchiera, ci facciamo lo sgambetto da soli, ci lamentiamo troppo, ci crediamo importanti e disprezziamo coloro che ci criticano. Siamo un paese Giardini d'Infanzia come ci definì Maria Elena Walsh, te lo ricordi? 
"Qui siamo agnostici ma cattolici mariani; siamo liberi pensatori ma censurati e con vocazione di censori; siamo democratici ma autoritari; qui i liberali sono conservatori; i radicali sono moderati; i rivoluzionari sono deliranti; ci sono socialisti di destra; i comunisti hanno appoggiato Videla; i partiti popolari dono stati contro il peronismo... Qui soltanto i fascisti sono coerenti, perché sono razzisti, assassini e figli di puttana, ma sono sempre uguali e non hanno mai dubbi.
"Che brutta cosa essere argentino! Che lavoro difficile!"  (Paola Domeniconelle, una nipote di Angela Stracciattivaglini

Da Sant'Uffizio della Memoria di Mempo Giardinelli, 1991. Prima edizione italiana febbraio 2016, Eliot - Lit edizioni.

Suona familiare?

domenica 4 novembre 2018

Disobedience

"Disobedience" di Sebastián Lelio. Con Rachel Weisz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola, Cara Horgan, Mark Stobbart e altri. USA 2017 ★★★-
Si era già capito dai suoi film precedenti, Gloria e Una donna fantastica, che con Sebastián Lelio si va sul sicuro, e il giovane regista cileno si ripete con Disobedience, ambientato questa volta non nella natìa Santiago bensì a Londra, sempre comunque in un ambiente chiuso ai limiti della claustrofobia: quello della locale borghesia benestante nei primi due film e quello della comunità ebraica in questo ultimo lavoro; e oltre a confezionare un prodotto formalmente ineccepibile, conferma anche la capacità di azzeccare la scelta dei protagonisti, specie di quelli femminili: in questo caso le due Rachel, la Weisz anche co-produttrice del film, e la McAdams. La prima è Ronit, figlia del rabbino capo, da anni trasferitasi e New York dove lavora come fotografa rinomata, a cui giunge la notizia dell'improvvisa morte del padre, con cui aveva rotto i rapporti dopo che questi aveva scoperto il suo legame sentimentale con Esti (McAdams), l'amica dl cuore che, una volta sbarcata a Londra, scopre essersi sposata con Dovid, l'allievo prediletto del padre, di cui è successore in pectore. Viene ospitata proprio dalla coppia, e tra la veglia, le cene di famiglia, la visita della casa natale, che il padre di Ronit ha lasciato alla sinagoga anziché all'unica figlia, la preparazione alla celebrazione dell'addio, assistiamo al viaggio che la donna fa nella relazione con il padre, la famiglia e la comunità in cui viveva da emarginata per la sua diversità, alla disperata ricerca di tracce della consapevolezza da parte del padre che lei l'aveva amato, mentre al contempo la passione tra lei ed Esti cova sotto la cenere, mettendo in crisi d'identità entrambe, finché quest'ultima non scopre di essere incinta di Dovid, in seguito a uno dei rituali e penosi accoppiamenti a cui si sottopone malvolentieri ogni venerdì sera, come stabilito, alla vigilia dello shabbat. A questo punto si verificano due episodi che deviano la vicenda dalla piega che inesorabilmente sembrava destinata a prendere, e tornano alla mente le parole che il padre di Ronit aveva pronunciato nell'omelia durante la quale si schiantò a terra, colpito dal valore e che riguardava il libero arbitrio che lo distingue dalle altre creature, e che vengono rievocate da Dovid. E' proprio la libertà di scelta, che ha come corollario sia la responsabilità sia l'accettazione di questa stessa libertà, il tema vero del film, e non tanto (e non solo) una denuncia dell'ortodossia religiosa (in questo caso ebraica, ossia la capostipite delle tre religioni monoteiste). Ecco, semmai sono i suoi rituali, i suoi riflessi sui personaggi, la sua natura tetra e respingente a conferire alla pellicola degli aspetti che la rendono in parte sgradevole, lugubre e a tratti lenta, ma fanno parte del racconto e hanno una funzione che li rende necessari. In ogni caso, un film che merita di essere visto.