lunedì 24 settembre 2018

Governo Ponte


Oltre alle 12 promesse tradite nei primi 110 giorni di attività di governo gialloverde, elencate puntualmente dal Fatto Quotidiano, lo stesso che viene etichettato dall'informazione dominante, dai pidioti e dai berluscones come "grillino", giustizialista e populista, l'esecutivo guidato, si fa per dire, dal buon Giuseppe Conte sta inanellando una figura di merda dopo l'altra nella gestione del disastro di Genova, dopo essere partito lancia in resta con dichiarazioni di intenti bellicose e impegni inderogabili e improcrastinabili. Can che abbaia non morde, e sembra di essere tornati all'indecisionismo a cui siamo abituati da decenni, a meno che non si tratti di ridurre i diritti di chi lavora, aumentare le tasse a chi già le paga e ridurle o condonarle a chi già le evade. Ancora una volta ricordo ai pentastellati che la questione dell'aquisto degli F-35 è uscita completamente dal loro radar e che le truppe italiane rimangono impegnate in missione in Afghanistan come in altri lidi remoti, con relativi costi, puntualmente rifinanziati. Nel frattempo stampa e TV si ostinano a dare spazio alle sparate quotidiane di Salvini, esattamente come facevano in precedenza con Renzi (speriamo con gli stessi esiti), regalandogli il palcoscenico ideale per fare campagna elettorale continua e gratuita da qui alle Europee della prossima primavera e magari le politiche anticipate, ovviamente con la legge elettorale vigente rimasta immutata, preparando il ritorno dello zombie pregiudicato, del mona di Firenze e dei loro epigoni. E avanti...

venerdì 21 settembre 2018

Sulla mia pelle

"Sulla mia pelle" di Alessio Cremonini. Con Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora, Milvia Marigliano, Andrea Lattanzi e altri. Italia 2018 ★★★★
Un film non solo necessario (perché talvolta, come ha scritto qualcuno, dove non arriva lo Stato, arriva il cinema) ma pure bello. Rigoroso, ben girato, basato sui documenti ufficiali relativi alla tragica vicenda di Stefano Cucchi, arrestato il 15 ottobre del 2009 per possesso di modeste quantità di stupefacenti e deceduto dopo una settimana di detenzione in custodia cautelare, tra celle di sicurezza, carcere di Regina Coeli e ospedale Sandro Pertini, a Roma, per le evidenti conseguenze di un pestaggio nonché in condizioni di grave denutrizione. Il pregio maggiore del film, al di là delle eccellenti interpretazioni, e quella di Alessandro Borghi nel ruolo dello sventurato ragazzo memorabile, anche perché non mira a rendere il personaggio suscettibile di empatia a priori da parte dello spettatore, è la sua obiettività, non cedendo ad alcun tentativo di santificare l'immagine della vittima e lasciando parlare la sequenza dei fatti senza dover ricorrere ad alcuna scena di violenza: a parlare sono il volto tumefatto di Cucchi, che abbiamo visto centinaia di volte sui giornali e in televisione, grazie alla battaglia condotta per accertare le responsabilità del suo decesso dalla famiglia e in particolare dalla sorella Ilaria; il suo progressivo indebolimento, la difficoltà a muoversi e a parlare già evidenti nella prima udienza del processo per direttissima, il giorno successivo all'arresto, dove la cosa che più colpisce è il menefreghismo del giudice e del PM, che fissano le carte senza nemmeno guardare negli occhi l'accusato e ascoltandolo distrattamente, senza fare una piega sul suo evidente stato di prostrazione, e a poco serve che qualcuno li giustifichi perché è stato il ragazzo stesso ad affermare di essersi procurato le ecchimosi cadendo dalle scale o che si trattava di un tossico (peraltro ex da qualche tempo, dopo un soggiorno nella comunità di San Patrignano) e sempre lui a rifiutare le cure; lo stesso vale per i carabinieri che hanno proceduto all'arresto e poi lo avevano in custodia e agli agenti di polizia penitenziaria, sempre pronti a coprire i colleghi che a tutta evidenza avevano infierito su di lui oppure, all'occorrenza, nascondendosi dietro cavilli burocratici (la famiglia è riuscita a vedere Stefano soltanto dopo una settimana, all'obitorio). A parte quelle di qualche infermiere, o di altri detenuti nella camere vicine, con cui Stefano a fatica conversava, nessuna parola di conforto: è l'indifferenza a colpire di più, mentre le immagini del corpo sempre più martoriato e sofferente rimarranno a lungo nel ricordo. Non era un santo, Stefano Cucchi, e ne era consapevole, com'era consapevole che accusare senza prove i tutori della legge, in Italia ma non solo, è controproducente, e ciò che voleva evitare era che gli inquirenti trovassero un rilevante quantitativo di hascisc e cocaina in un'abitazione di proprietà della famiglia che aveva a disposizione e lo accusassero di spaccio (peraltro, quando successivamente il famigliari lo rinvennero, consegnarono immediatamente la droga all'autorità giudiziaria) e, come chiunque nelle sue condizioni, sicuramente metteva anche in conto un paio di ceffoni durante un interrogatorio, ma da qui a infierire sadicamente su una persona che si ha in custodia, e di cui si è doppiamente responsabili, ce ne passa: morire così è inaccettabile, ancor più inaccettabile che cose simili (e se ne contano a decine ogni anno) continuino ad accadere dopo quanto successo (a raccontato anche al cinema) alla scuola Diaz a Genova nel 2001 e poi a Bolzaneto; che i procedimenti a carico dei responsabili si rivelino quasi sempre delle farse e che nessuno nelle alte sfere abbia mai pensato di dare una seria ripulita ai vertici delle forze dell'ordine richiamandoli ai principi di umanità oltre che di democrazia: perché comunque il pesce comincia a puzzare sempre dalla testa. 

martedì 18 settembre 2018

Un affare di famiglia

"Un affare di famiglia" (Shoplifters) di Kore'eda Hirozaku. Con Lily Franky, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Kirin Kiki, Jyo Kairi, Miyu Sasaki e altri. Giappone 2018 ★★★★½
Il titolo internazionale dell'ultimo film di Kore'eda Hirozaku, giustamente premiato con la Palma d'oro all'ultimo Festival di Cannes, Shoplifters, andrebbe tradotto come Taccheggiatori; in italiano, tanto per essere originali, si è scelto Un affare di famiglia che, per rendere davvero l'idea, andrebbe parafrasato e ribaltato: La famiglia è un affare? Sono i rapporti umani elettivi, a essere importanti, molto più di quelli di sangue, e a essere al centro dell'interesse del regista giapponese, a mio parere il migliore tra quelli in attività di un Paese dalla grande tradizione cinematografica, così come lo era stato nei suoi lavori più recenti, assieme al racconto di quel Giappone marginale che raramente filtra nelle cronache. Siamo sempre a Tokyo, città di nascita del regista, ma lontano dai rutilanti quartieri centrali e commerciali o dal Giappone idealizzato delle riviste di architettura e arredo chic o dei dépliant turistici, in una sorta di casetta da giardino sopravvissuta in uno spazio verde di un moderno condominio residenziale in una zona semiperiferica e popolare della capitale, adibita ad abitazione e rifugio per una sorta di comune la cui principale e più sicura fonte di reddito è costituita dalla pensione di reversibilità della "nonna" (Kirin Kiki, che la interpreta, e che aveva recitato anche negli altri dei più recenti film di Hirozaku, si è spenta proprio tre giorni fa), che provvede ad arrotondarli col danaro che periodicamente estorce a un suo figlio altolocato, e dai proventi delle attività precarie di una coppia, Nobuko e Osamu, e della loro "figlia" adolescente, una bella studentessa che si esibisce part-time in peep-show, e dai furtarelli cui collaborano Shota, un ragazzino che trovato abbandonato in un'auto in una zona di sale slot, e l'ultima arrivata, Juri, una bambina di cinque anni denutrita, trascurata e maltrattata dai veri genitori: solo quando questi ultimi ne denunceranno tardivamente la scomparsa, scatenando l'interesse della stampa e delle televisioni, verranno alla luce i veri rapporti che intercorrono in questa comunità che basta a sé stessa e che viene ritratta nel suo ambito, quasi sempre in interni, in spazi ristretti e caotici dove la privacy sembra impossibile ma ognuno ricava un suo spazio e viene rispettato, ma soprattutto dove si respira affetto, confidenza, comprensione e solidarietà. La famiglia non si sceglie (purtroppo) ma gli affetti sì, e solo attraverso questi si trasmettono conoscenze e insegnamenti che hanno un contenuto etico, al di là delle apparenze, questa la morale di un film in due atti: quella del ritratto della vita e della vicende quotidiane di questa famiglia di fatto, e quella vista con gli occhi dell'informazione sensazionalistica e quelli burocratici delle indagini di polizia sulla vicenda. Una storia esemplare, raccontata in modo altrettanto esemplare, con una regia raffinata quanto coinvolgente e delle interpretazioni di grande spessore e credibilità da parte di tutti gli attori coinvolti. Evviva!

giovedì 13 settembre 2018

sabato 8 settembre 2018

Pelio, tra Argonauti e Centauri


Avevo già scritto in altra, simile, situazione che sono assolutamente contrario a regalare perle ai porci, ossia a rivelare al vasto pubblico l’ubicazione dei “luoghi del cuore”, si tratti di località, osterie “giuste”, ricette gastronomiche o altro che possa essere corrotto dalla pubblicità e da chi se la beve, ma anche i motivi per cui faccio un’eccezione in questo blog, ossia il fatto di essere seguito da pochi ma buoni lettori, che farebbero un uso appropriato delle mie indicazioni oltre che meritarsele per la loro fedeltà. La perla di quest’anno è la Penisola del Pelio, meta suggeritami da mio cugino Ado, a sua volta su indicazione di conoscenti greci, che vi era stato in vacanza l’estate scorsa, rimanendone entusiasta. Già non aveva avuto grossi problemi a reperire un alloggio in pieno agosto, né si era trovato sommerso da orde di turisti: sia le spiagge, di tutti i tipi e formati, sia gli incantevoli paesi abbarbicati sugli 



scoscesi pendii dell’interno e con la case affacciate vista mare con “effetto Positano”, sono frequentati prevalentemente da gente del posto, per lo più abitanti nella capitale della Magnesia, Volos, che si affaccia sul golfo Pegasitico ed è la porta d’ingresso alle isole Sporadi: è lì che si concentra il turistame di massa, specie anglosassone (è di questo giorni l’uscita del sequel di Mamma Mia, ambientato per l’appunto nell’arcipelago), mentre i locali prediligono, per l’appunto, il Pelio, regione che prende il nome dall’omonimo monte, 1610 metri, alle spalle della città, in inverno anche meta sciistica. A Sud, si estende la penisola, montuosa anch’essa ma decrescente che, a forma di uncino, a Ovest delimita il golfo, proteggendolo, e a Est guarda verso l’Egeo, l’arcipelago e l’Asia Minore. Mentre dal ben protetto di Volos, 




e precisamente dal sito di Iolco, secondo la mitologia greca, partì la missione degli argonauti, comandati da Giasone, alla ricerca del Vello d’Oro fino alla Colchide (corrispondente all’attuale Georgia), sulle Sud Orientali del Ponto (il Mar Nero), nella Penisola del Pelio vivevano i Centauri, il più famoso dei quali, Chirone, era stato maestro di Achille (anche lui originario di questa terra: il Pelide, figlio di Peleo) e amico dei dioscuri Castore e Polluce. Originario di queste zone anche Asclepio, dio della medicina (suo il bastone con il serpente attorcigliato, in Italia simbolo dei farmacisti): allora come oggi, tra queste montagne si sarebbero trovate tutte le erbe necessarie per gli infusi curativi, compreso il tè. Tanta roba, insomma. 




E che sia un luogo caro agli dei lo conferma già dal primo impatto, sia visivo, sia olfattivo: sì, perché il profumo di mele (quelle di Zagorá erano ritenute le migliori della Grecia: inoltre, fino al 1850, prima che la ruggine delle piante distruggesse i gelsi e così l’industria della seta, da qui questo prezioso tessuto veniva esportato in tutta Europa) e quello di uva ricorda, specie in questo ultimo scorcio d’estate, quello che delle Valli Venosta o Passiria, però con vista mare! E poi i fichi, le ciliegie, altro frutto per cui la Penisola del Pelio è famosa, le castagne, una marea di ulivi che danno un olio eccellente e rinomato. Antichi e deliziosi borghi agresti all’interno dove la popolazione della più agevole costa occidentale si era rifugiata per sfuggire alle incursioni dei turchi, che infatti non riuscirono mai a sottomettere la parte centrale e orientale; verso il mare, spiagge magnifiche: meno facilmente accessibili, specie incastonate come perle tra le scogliere quelle nella parte orientale, verso il mare aperto, più comode, dai fondali sabbiosi e più bassi quelle che danno sulla parte interna del Golfo Pegastico. Forse il posto che riassume meglio i due aspetti, marittimo e montano, del Pelio




è Plataniá, sulla costa meridionale e proprio di fronte a Skiathos, il porto naturale più importante del Pelio, usato come base nell’antichità dai persiani, con due splendide spiagge, Tethis quella cittadina e l’enorme Mikro, raggiungibile con un battello o una passeggiata di un quarto d’ora a piedi, a Ovest e, alle spalle, a 5 chilometri il borgo di Primeri e a 10 quello fantastico, per la vista e per la sua 




splendida piazza, ombreggiata da magnifici alberi secolari, Lafkos. Parecchi i chilometri per arrivare in questo paradiso (ma si può giungere in aereo fino a Volos e noleggiare un' automobile), ma poi si spende meno che in Italia, si sta in pace, specie in giugno e settembre, si mangia e beve bene e si vive meglio. Buon Otto Settembre a tutti!

giovedì 30 agosto 2018

A volte ritorno...

Salonicco, Vecchia Agorà
Sono trascorsi ormai sei anni da quando sono venuto in Grecia l’ultima volta. In mezzo, la crisi che ha travolto il Paese, di cui nel 2012, anno delle doppie elezioni che, tra maggio e giugno, periodo che trascorsi nel Peloponneso, videro crescere i consensi a Syriza, il partito dell’attuale primo ministro Alexis Tsipras, di dieci punti dal 17 al 27 per cento dei suffragi: ancora non era nell’aria il botto definitivo del 2015, con la conquista della maggioranza relativa e la formazione del suo primo governo, e la botta da parte della troika nonché vendetta della UE dopo il famoso referendum tradito. Oltre all’amore per questo Paese, la sua civiltà millenaria, la sua gente un po’ scorbutica, anche la curiosità di toccare con mano lo stato dell’arte. A che punto è la notte? Difficile dirlo, basandomi sulle prime, superficiali impressioni. A giudicare dall’impatto con Salonicco, la seconda città della Grecia, capoluogo della Macedonia, che vista biancheggiare già a una dozzina di chilometri di distanza, appena giunto sulla costa percorrendo la strada che scende dalla frontiera a Nord con la Macedonia di Skopje, sembra enorme (in realtà, compresa l’area metropolitana, conta un milione di abitanti: Atene, per intenderci, ne ha quattro volte tanti), la sensazione non è quella di trovarsi in una realtà disastrata. Industriosa, vivace, pulita, piuttosto ordinata per essere a queste latitudini, piena di negozi (tra cui spicca l’abbondanza di quelli di prodotti per animali da compagnia: e già questo è un indizio), bei musei, una vita culturale ricca, la sensazione iniziale non è certo quella di trovarsi in un Paese flagellato da una catastrofe economico-finanziaria: a ogni buon conto l’euro circola ancora, i numerosi bancomat ne erogano a volontà, e i prezzi in generale non sono poi così bassi come ci si potrebbe aspettare: siamo in linea col nostro Meridione, poco meno. 


Mercato Modiano
Ma... I negozi, dicevo. Ma quali? Ho preso alloggio in un albergo centralissimo esattamente di fronte allo storico Mercato Modiano, struttura coperta con volte in ferro e vetro tipiche di inizio Novecento, oggi praticamente abbandonata e fatiscente: sopravvivono un paio di macellerie e pescherie, un kafenion e alcune taverne, peraltro buone e frequentate pressoché solo da indigeni, all’ora di pranzo, che a loro volta si riforniscono prevalentemente nel mercato situato nell’isolato di fronte, il Kapani, più arioso e in buona parte all’aperto, un vero proprio rione che viene considerato per estensione il Modiano: anche qui si notano numerosi vuoti, serrande abbassate in una buona metà dei locali, e sopravvivono, a fianco degli alimentari e delle immancabili bancarelle di vestiario di fabbricazione cinese, tute sportive soprattutto, e del contrabbando di sigarette, qui in mano a fastidiosi indiano-bengalesi, alcune attività artigianali: qualche falegname, impagliatori, un fabbro, negozietti di souvenir, qualcuno di casalinghi. Non ho visto manco un calzolaio, per dire, e nemmeno qualcuno che vendesse articoli in cuoio: un tempo, in Grecia, si faceva il pieno di sandali e borse... 


Kapani
Tutt’intorno, nelle vie parallele al lungomare (infestato di locali “alla moda”, con beveroni inqualificabili preparati da pseudo-barman e serviti da camerieri palestrati, in maglietta nera d’ordinanza, magari dotati di barba scolpita: di tatuati, in compenso, ne ho visti molti di meno che da noi, specie tra le donne), i non luoghi della globalizzazione, dall’abbigliamento, alle scarpe, tra cui una serie di negozi che vendono unicamente infradito rigorosamente di plastica, alla telefonia, marche multinazionali o nazionali in franchising, paninerie-pizzerie-gelaterie-caffetterie, spacci di finto street food e autentico shit-food, deli di ispirazione newyorkese per vegetariani e vegani compresi. Non mancano, naturalmente, Starfucks, MerDonald e KFC; finora mi sono stati risparmiati i sino-giapponesi, un ossimoro già nel termine, come dire un interista juventino, e i “fusion” all-you-can-eat alla milanese: del resto di estremo-orientali se ne vedono pochi, in compenso non mancano i medio-orientali, ma ciò rientra nelle vicende storiche di questa città da sempre di passaggio e sovrapposizione tra Est e Ovest. Il peggio, ossia la regolare conferma a quel che temevo, a Ladadika, l’equivalente locale dei Navigli milanesi o della Trastevere d’oggi: antico quartiere adiacente al porto, adeguatamente “riqualificato” e gentrificato, come si suol dire, trasformandolo in un misto tra divertimentificio per cazzoni, con pub e locali modaioli e pretenziosi da cui escono raccapriccianti suoni di tecno-merda rappizzata, e "finto-autentco", con souvlakerie industrializzate: naturalmente, secondo le guide luogocomuniste per viaggiatori senza fantasia e, per l'appunto, globalizzati, a cominciare da LP e RG, Routard e il supporto di Tripadvisor, è il luogo da non perdere... Ma... La gente. Più vagabondi e mendicanti di quel che ricordassi, rigorosamente greci e anziani: stranieri a chiedere l’elemosina non se ne vedono; neri nemmeno uno, a parte qualche raro turista inglese o statunitense; un buon numero di disadattati di vario genere, specie tossicomani, anche questi locali. All‘ora dell’aperitivo i locali per danarosi di ogni età, molti più di quel che pensassi, circolanti a bordo di SUV per quanto non nelle dimensioni che il fenomeno ha assunto nella Terra dei Cachi, sono discretamente affollati, e non tanto di turisti, che qui non abbondano, quanto da indigeni; invece per quanto riguarda i posti per la gente comune, kafenion e ouzerie, quelli sopravvissuti sono già chiusi: rimane aperta qualche taverna, che alle nove e mezzo di sera si va già desertificando, come le strade del centro, nonostante la buona volontà dei musicisti che si impegnano a creare atmosfera. Un tempo, come in Spagna (la sensazione è simile a quella che provai a Valencia, sempre sei anni fa) era questa l’ora in cui i greci si sedevano a tavola per cenare. A Ladadika, a non più di mezzo chilometro, freme invece la vida. Quella farloca
Haiku ellenico:
A sentir dire di Movida, già mi fremono le dida
E son scampà da Ladadika in un men che non di dica. 
Amen.