lunedì 11 febbraio 2013

Rassegnate dimissioni

In un Paese in cui la parola dimissioni quasi mai genera conseguenze e le abitudini, mentali e no, sono dure a morire, è venuto il tempo che io le dia da lettore dell'Espresso. Così come le avevo date il 31 gennaio del 2007 da fedele lettore di Repubblica, in seguito alla decisione di pubblicare in prima pagina una famosa lettera di Veronica Lario in Berlusconi, dopo esserlo stato dal primo numero del 14 gennaio del 1976. Ne dò il "triste annuncio", per quel che può importare a chi mi segue, per pura coincidenza in un giorno di rinunce eccellenti e che è anche, combinazione, l'anniversario della firma dei Patti Lateranensi del 1929, sostituiti poi dal "Nuovo Con cordato" sottoscritto da Bettino Craxi nel 1984: ai tempi in cui la mia generazione andava a scuola, si festeggiava la ricorrenza con un giorno di vacanza. Lo faccio con rammarico, perché all'Espresso ero abituato da sempre, insieme al Corriere era una presenza costante in casa quando era ancora un settimanale in formato "lenzuolo", prima di assumere quello tabloid a metà degli egli anni Settanta, e somigliava alle edizioni domenicali dei grandi quotidiani anglosassoni. Con la differenza che all'Espresso si credeva e si aderiva alle sue battaglie, come quelle sul divorzio e sull'aborto, mentre il Corriere "lo si interpretava", come diceva mio padre. Era un giornale da battaglia e da inchiesta, laico, libertario, non convenzionale, schierato a sinistra ma criticamente: un simbolo. Che pian piano si è però andato sbiadendo fino ad afflosciarsi nel conformismo radical-chic, passando dalle grandi inchieste al pettegolezzo e agli ammiccamenti tutti interni al Palazzo, spesso palestra per messaggi in codice all'interno della casta sinistrorsa o di sue fazioni. L'appuntamento del giovedì in edicola era d'obbligo e prima ancora di dare una scorsa all'editoriale correvo alla pagina della rubrica televisiva di Sergio Saviane, un rito: che mi sorbivo come il prete il calice di vino, e l'effetto era ugualmente esilarante. Bocca, Cederna, Corbi, Ajello, Pansa nei suoi momenti migliori: giornalismo di razza. Anche ora è rimasta qualche ottima firma: da Gatti a De Feo a Travaglio a Riva, alla Bianchi e a Giglioli, ma sono sommersi da una montante mediocrità e dal gossip dilagante. Sono particolarmente legato alla lunga direzione di Livio Zanetti, durata dal 1970 al 1984 (del resto erano anche i miei "anni ruggenti"), cui seguirono quelle altrettanto valide di Giovanni Valentini e Claudio Rinaldi. Non ero entusiasta della piega presa con Giulio Anselmi, ma ho apprezzato il giornale sotto la guida sicura di Daniela Hamaui. Ora trovo sempre più insopportabile il conformismo, l'eccesso di "correttezza politica", la tendenza modaiola e accomodante, l'ecumenismo, la banalità e spesso la sciatteria (troppi errori, una grafica scadente). Non reggo i pistolotti di Roberto Saviano e le cronache dall'interno del Palazzo di Denise Pardo, che vorrebbero essere brillanti ma sono al contempo pedanti, criptiche e autoreferenziali: semplicemente irritanti. E', insomma, la fine di un amore. Avevo tentato di rianimarlo, due anni fa, convertendo l'abbonamento digitale in uno cartaceo, sperando che avere la copia cartacea tra le mani operasse il miracolo, ma da ottobre in qua non ne ho più aperta una e quando scadrà non lo rinnoverò. A farmene passare del tutto la voglia, la copertina dell'ultimo numero in edicola, peraltro non ancora arrivato a destinazione a quattro giorni dall'uscita (perfino utilizzando dei treni regionali il tragitto da Roma al Friuli si copre in non più di dieci ore), ancora una volta dedicata al ripugnante individuo che si ostinano a chiamare Cavaliere: sarà la decima in un anno che gli dedicano. Addio: forse verranno tempi migliori e un giorno potremo tornare ad essere amici.

Abdication

E' la fine di un'era. Non ci sono più i PAPI di una volta. La mia generazione ne ha già visti passare sei, ora tocca al settimo. Però finalmente una notizia degna di un titolone a nove colonne in prima pagina invece delle solite fregnacce.

venerdì 8 febbraio 2013

Il voto nocivo

Guardateli bene: i due B. Come bitumati. Le due facce della stessa medaglia. La scelta utile sarebbe questa: o l'uno, o l'altro, comunque col contorno di Monti e di Casini, oppure tutti assieme appassionatamente. Loro la chiamano democrazia, per me è un'intollerabile e offensiva presa per il culo. Non mi stanco di ripeterlo: è venuta l'ora di rivalutare Cesare Lombroso!

mercoledì 6 febbraio 2013

Quartet

"Quartet" di Dustin Hoffman. Con Maggie Smith, Albert Finney, Tom Courtenay, Billy Connolly, Pauline Collins, Michael Gambon e altri. GB 2012 ★★+
Ultima variazione sul tema della serie filmografia da ospizio che ha preso piede ultimamente nel sedicente "Primo Mondo", non tanto e non solo per buonismo "politicamente" corretto ma a causa dei cambiamenti demografici che stanno rapidamente cambiando il target dei fruitori di cinema, "Quartet" segna il debutto alla regia dl piccolo grande Dustin Hoffman con una pellicola garbata, malinconicamente briosa e a tratti moderatamente divertente, però scontata e poco incisiva. La esile trama, un recital annuale organizzato dagli ospiti di una casa di riposo per musicisti situata nella dolce campagna inglese per consentire alla stessa di proseguire nella sua attività, è pretesto per la "réunion" di alcuni mostro sacri della scena inglese, che interpretano i protagonisti di un'altra "réunion", dei quattro ex componenti di un celebre quartetto specializzato in arie verdiane (il recital si tiene nell'anniversario della nascita del maestro di Busseto). Ai tre di loro che già sono ospiti di Beecham House, la svanita Cissy, l'eterno discolo Wilf e il serioso Reggie, ancora ferito dal fallimento del suo matrimonio, si aggiunge la ex star del gruppo, la capricciosa e insopportabile Jean, che ancora conserva atteggiamenti da diva. Il film si dipana tra prove, imbarazzi e chiarimento tra gli ex coniugi, tentativi di convincere la "star" di partecipare all'esibizione, riflessioni sul tempo che passa e l'inevitabile happy end della riconciliazione tra Jean e Reggie. Insomma un film tutto sommato modesto, che non lascia il segno, in cui il merito del regista è quello, da bravo attore, di lasciare mano libera ai suoi colleghi e a un gruppo di veri ex musicisti e cantanti, perché sceneggiatura e regia sono pressoché assenti. 

lunedì 4 febbraio 2013

Il tallone di Kyle

(AGI) - Dallas, 3 feb. - Chris Kyle, il cecchino infallibile dell'esercito americano, e' stato trovato morto in Texas. Kyle, che nella sua autobiografia sostiene di aver eliminato in Iraq 255 nemici (mentre il Pentagono ne conferma solo 160) da 'sniper' dei Navy Seals, e' stato ucciso in un poligono di tiro. Il suo corpo e' stato trovato al Rough Creek Lodge accanto al cadavere di un altro uomo. Per il duplice omicidio, che al momento non trova spiegazioni, e' stato arrestato cinque ore piu' tardi un 25enne a 110 chilometri dalla scena del crimine. Il 38enne veterano della guerra in Iraq piu' volte decorato per il suo coraggio, nel 2012 scrisse 'American Sniper', un bestseller sulla psicologia del cecchino. Secondo la ricostruzione dei media Usa, un uomo gli ha sparato intorno alle 15:30, per poi fuggire a bordo di un pick-up appartanente ad una delle due vittime. Kyle era un cecchino implacabile: riusci' a superare i 109 'bersagli' di un suo collega durante la guerra in Vietnam. La prima persona a cadere sotto il suo fuoco fu una donna. Armata di una granata, racconta il soldato nel libro, si e' era avvicinata ad una pattuglia di marines: ma Kyle l'ha fermata con un proiettile del suo M40. Durante una battaglia a Falluja, l'infallibile cecchino avrebbe spazzato via 40 insorti, nascondendosi in una culla rovesciata in una casa abbandonata. Sulla sua testa i ribelli di Ramadi avevano fissato una taglia di 20mila dollari. Nella sua sanguinosa 'carriera', Kyle e' rimasto ferito un paio di volte dal fuoco nemico ed e' uscito indenne da almeno sei esplosioni di bombe rudimentali. 
Quando si dice "chi la fa l'aspetti". E' la legge del contrappasso. E, comunque, un pericoloso figlio di puttana in meno in circolazione.

sabato 2 febbraio 2013

Il preveggente

"Il sistema creditizio che ha come centro le pretese banche nazionali e i potenti prestatori di denaro, e gli usurai che pullulano attorno ad essi, rappresenta un accentramento enorme e assicura a questa classe di parassiti una forza favolosa, tale non solo da decimare periodicamente i capitalisti industriali, ma anche da intervenire nel modo più pericoloso nella produzione effettiva – e questa banda non sa nulla della produzione e non ha nulla a che fare con essa (...) banditi ai quali si uniscono i finanzieri e gli speculatori". (Karl Marx, Il capitale). Perché il signore sì che se ne intende(va).  E lo scriveva già 150 anni fa. Non per niente veniva chiamato l'oracolo di Treviri.

venerdì 1 febbraio 2013

Romeo e Giulietta

"Romeo e Giulietta" di William Shakespeare. Regia, traduzione e costumi di Ferdinando Bruni; scene di Andrea Taddei; maschere di Giovenni De Francesco; duelli e risse a cura di Beniamino Caldiero. Con Alejandro Bruni Ocaña, Camilla Semino Favro, Ferdinando Bruni, Ida Marinelli, Luca Torraca,  Mercedes Martini, Fabiano Fantini, Nicola Stravalaci, Alessandro Rugnone, Emanuele Turetta, Francesco Folena Comini, Mauro Lamantia, Giacomo Marattelli Priorelli.  Luci di Nando Frigerio, suono di Giuseppe Marzoli. Produzione Teatro dell'Elfo in collaborazione con Estate Teatrale Veronese e AMAT. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 24 febbraio
Può anche darsi che nei confronti degli "Elfi" io abbia una prevenzione in senso positivo: a loro devo il mio avvicinamento al teatro e il crescente interesse nella materia, forse perché sono coetaneo dei loro fondatori e sono cresciuto letteralmente a loro fianco. Però ai miei occhi si sono sempre confermati e in quarant'anni non hanno mai smesso di stupirmi, emozionarmi e coinvolgermi. Così è stato anche ieri sera per questa nuova edizione di "Romeo e Giulietta", che già l'aveva presentata quattro anni fa, dove cambia la coppia dei due protagonisti principali e l'ottimo Alessandro Rugnone viene "promosso" a Mercuzio al posto di Edoardo Ribatto, altrettanto efficace nel ruolo. Quest'opera di Shakespeare, forse la più amata dal pubblico e tutta basata su opposizioni: amore e odio, violenza e dolcezza, volontà e fatalità, linguaggio poetico e scurrile, è particolarmente congeniale a Ferdinando Bruni e nelle corde della compagnia che da sempre ha nelle proprie corde il tema del contrasto tra la purezza dei giovani e il rancido e corrotto mondo degli adulti, al centro di "Romeo e Giulietta" come di altre decine di opere messe in scena dall'Elfo fin dalle sue origini. Semplice ma sempre suggestiva la scenografia, come sempre grande impatto delle luci e sapiente uso del commento sonoro, gli attori vestono panni moderni e d'altronde sempre attuale è la arcinota vicenda, più complessa però di quel che sembra. Quel che colpisce sempre è la straordinaria compattezza della compagnia: a fianco di Bruni stesso nei panni del cinico Capuleti, uno straordinario Luca Torraca in quelli del Frate Lorenzo e Ida Marinelli in quelli inconsuetamente comici della balia, fa palestra un gruppo di attori sotto i trent'anni (il "Romeo" Alejandro Bruni Ocaña ne ha 22), che si muovono con la sicurezza dei veterani. N.B.: nessuno che reciti con il microfono attaccato alla bocca, sono sufficienti le tre prese audio sul palco, perché questa gente non ha problemi né di dizione né di volume di voce. Quasi tre ore si spettacolo che volano senza che ce ne sia accorga e come sempre grande riscontro da parte del pubblico. Quando il teatro da essere anche intrattenimento, e spettacolo tout court