"Lady Nazca - La signora delle linee" (Das Geihemnis der Nazca-Lineen) di Damien Dorsaz. Con Devrim Lingnau, Guillaume Gallienne, Olivia Ross, Javier Valdés, Marina Pamachapi, François Vallayes, Beto Benites e altri. Germania, Francia 2025 ★★★★
"Il mistero delle linee di Nazca", recita il sottotitolo in lingua originale, che viene solo in parte svelato al termine di questo film che è solo apparentemente biografico sulla vita di Maria Reiche, che le ha studiate e dedicato la sua vita alla loro preservazione. Giovane insegnante di matematica tedesca, nata a Dresda e in rotta con la famiglia, che la desiderava nella tradizionale versione KKK, ossia Kinder, Küche und Kirche, come dicevano i tedeschi, dedita a figli, cucina e chiesa, a metà degli anni Trenta, mentre la Germania era caduta in mano ai nazisti e sull'Europa si addensavano nuvole di tempesta, si era trasferita in Perú, dove viveva con la proprietaria di un locale alla moda con cui aveva una relazione e lavorava in un liceo di Lima. Entrata in contatto con un archeologo francese che studiava gli Inca nella zona di Nazca, a Sud della capitale e a metà della strada per Ayacucho, venne a sapere dell'esistenza delle famose "linee", dall'origine e significati sconosciuti, che erano ben visibili, da una posizione sopraelevata, in quell'area desertica. Vi si trasferì, campeggiando in un podere di contadini indigeni, prima saltuariamente, poi via via sempre più stabilmente, finché non divennero la missione della sua vita, a costo anche di mettere in gioco anche la sua sfera sentimentale e quella della sua compagna di vita. Se da un lato si racconta la storia di questo affascinante enigma, l'intuizione dell'importanza della scoperta di queste righe tracciate su un terreno arido, la cui natura non interessava granché chi si occupava dei reperti e delle tombe delle civiltà precolombiane, e la possibile spiegazione del fenomeno (Reiche propendeva per il fatto che si trattasse di una sorta di orologio astronomico), dall'altro è un viaggio nella presa di coscienza di quella giovane donna su quale fosse lo scopo della propria esistenza, che non era soltanto la conservazione di queste linee ma la ricostruzione della loro ragione d'essere nonché la conoscenza della cultura che le aveva create. Entrata in contatto con la popolazione locale, rimase colpita dal fatto che non avessero la minima idea del loro senso, non per ignoranza o stupidità ma perché, semplicemente, con l'arrivo degli europei da Pizarro in poi tutta la loro cultura era stata cancellata, semplicemente spazzata via, con l'imposizione forzata di credenze, valori, lingua del tutto estranei, fenomeno mai successo ad alcuna popolazione europea, ché invece il passato, magari reinventato e rielaborato all'occorrenza, è sempre lì a ricordarci le nostre "gloriose" origini, ad uso e consumo, ovviamente, di chi detiene il potere al momento e utilizza questa trita retorica ai suoi scopi. Il regista procede con grande discrezione ed efficacia a ricostruire il tutto: innanzitutto attraverso una fotografia di prim'ordine (va da sé che la sola visione spettacolare e in ogni prospettiva delle "linee" vale di per sé il prezzo del biglietto) e un'ambientazione d'epoca perfettamente calzante e credibile, cogliendo bene le differenza tra la vita nella capitale, dove la classe dirigente quando non era del tutto bianca era comunque europeizzante, e quella del Paese meticcio e indigeno, dei centri minori e delle campagne, ma anche attraverso l'eccellente quanto misurata interpretazione soprattutto della bravissima Devrim Lingnau, nei panni di una giovane irrequieta, fuori dagli schemi, testarda, quasi monomaniacale, a tratti perfino sgradevole e irritante, che però non solo aveva visto giusto nell'intuire e poi capire la straordinaria importanza del fenomeno che si era presa la briga di studiare con tanta passione, ma quanto sia importante la memoria nella storia di un popolo. Agli indigeni eredi degli Inca e di altre popolazioni locali con secoli di storia e una cultura dal legame profondo con la terra e la natura in generale, ignorata e rasa al suolo da gente che ne aveva una non solo diversa ma in molti ambiti meno avanzata, la memoria era stata estirpata con la violenza e la sopraffazione, e questo Maria Reiche l'aveva capito molto bene allora e vale ancora oggi. Per niente agiografico, ben girato, delicato e al contempo intenso, a momenti poetico, un film prezioso su un personaggio pressoché sconosciuto.
