martedì 10 aprile 2018

Tonya

"Tonya" (I, Tonya) di Craig GIllespie. Con Margot Robbie, Sebatsian Stan, Allison Janney,  Paul Hauser, Juliane Nicholson e altri. USA 2017 ★★★★
Ossia The rise and Fall of Tonya Harding: ricordavo la potente, volitiva, irascibile, pattinatrice americana al culmine della sua breve, scintillante e sfortunata carriera sportiva ma non avevo seguito i dettagli delle complicazioni giudiziarie che vi avevano posto fine, e che invece negli USA avevano riempito per mesi giornali, magazine, talk show, in una specie di prova generale del caso OJ Simpson che ne prese il posto poco dopo, a metà degli anni Novanta, in un classico caso di demolizione sistematica di un personaggio da parte degli stessi media che l'avevano portato in auge per i suoi successi, "perché l'America vuole qualcuno da amare... ma anche qualcuno da odiare", come disse lei stessa, che stava al mondo ovattato e snob del pattinaggio artistico su ghiaccio come Paperino al resto dei beneducati personaggi disneyani. Nata da una famiglia povera a Portland, nell'Oregon, costretta a vivere con una madre carogna, semialcolizzata e anafettiva dopo che il padre, con cui aveva un buon rapporto, fu costretto ad andarsene, che la portò a prendere lezioni fin dall'età di quattro anni riversando su di lei tutte le sue ambizioni di rivincita, raggiunse le vette della sua specialità in breve tempo potendo contare su un talento naturale immenso e una potenza e determinazione che le rivali non avevano, e questo pur essendo asmatica e pesante fumatrice, e benché avesse un pessimo rapporto con le azzimate giurie, con cui litigava sistematicamente: era sboccata, sceglieva musica rock per le sue esibizioni, si cuciva da sola, o con l'aiuto della madre, completi pacchiani e per niente "carini". Come se non bastasse, era talmente abituata a prendere sberle dalla madre che le sembrò naturale riceverne anche da Jeff Gillooly, il primo ragazzo che divenne presto suo marito e manager, in qualche modo convinta di meritarsele per il suo comportamento e l'incapacità di adattarsi "tenere il becco chiuso". Il tutto finché non venne coinvolta nella vicenda, mai del tutto chiarita, dell'aggressione a Nancy Kerrigan, sua collega e rivale, alla vigilia delle Olimpiadi di Lillehammer del 1994, orchestrata dall'ormai ex marito con un suo amico e guardia del corpo, un mitomane palesemente mentecatto, che portò a una clamorosa vicenda giudiziaria. Ideatori ed esecutori della demenziale intimidazione ebbero condanne risibili, chi pagò con la radiazione da ogni attività sportiva e una multa spropositata fu la Harding, che tutt'al più aveva saputo dell'esistenza di un piano di minacce verbali alla Kerrigan, così come le aveva ricevute lei. Sia come sia, la sua vicenda, dai 4 ai 44 anni, quando concluse una seconda carriera nel pugilato femminile (le botte rimanevano nel suo destino) è raccontata in modo originale in base a false interviste (messe in bocca agli interpreti, tutti convincenti e straordinariamente simili agli originali) ma veritiere nel contenuto, contraddittorie, perché "ognuno ha la sua verità", spettacolari esibizioni su ghiaccio, interni di case proletarie e periferie altrettanto squallide, toni da commedia dark che richiamano immediatamente alla mente Fargo, personaggi autolesionisti e oltre i limiti della stupidità umanamente accettabile, ma per questo tanto credibilmente e completamente "americani", un'America che si tende a nascondere sotto il tappeto ma esiste eccome, ed è quella che non ha possibilità di riscatto, proletarizzata, lasciata pascere nella sua ignoranza (Tonya stessa riconosce che le mancano educazione e studi decenti), ma abbagliata dalla possibilità di estrarre, applicandosi oltre i propri limiti e senza aver riguardo per nessuno nella competizione, il biglietto nella lotteria della fortuna e del successo american way. Bravissimi gli interpreti, con Margot Robbie che riesce sorprendentemente a rendere ogni sfaccettatura della Harding, ma indimenticabile rimane Allison Janney nei panni di sua madre LaVona. Un film che vale la pena vedere e che merita.

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