lunedì 26 marzo 2018

Collaborators


"Collaborators" di John Hodge. Traduzione e regia di Bruno Fornasari. Con Tommaso Amadio, Emanuele Arrigazzi, Michele Basile, Emanuela Caruso, Eugenio Fea, Enzo Giraldo, Marta Lucini, Alberto Mancioppi, Daniele Profeta, Michele Radice, Chiara Serangeli, Umberto Terruso, Elisabetta Torlasco, Antonio Valentino. Scene e costumi di Erika Carretta; disegno luci di Fabrizio Visconti; musiche originali di Rossella Spinosa. Produzione Teatro Filodrammatici di Milano. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 25 marzo 2018
In trasferta all'Elfo l'originale e divertente spettacolo curato dal duo Amodio/Fornasari tratto dal testo del drammaturgo e sceneggiatore scozzese John Hodge (Trainspotting, Piccoli omicidi tra amici) che prende spunto dai rapporti, reali, intercorsi fra Stalin e Mikhail Bulgakov (medico, autore di teatro, attore, romanziere: il genio che scrisse Cuore di CaneUova fatali, La guardia bianca e quel capolavoro che è Il Maestro e Margherita: il mio romanzo preferito in assoluto) per immaginarsi una collaborazione, come da titolo, fino ad arrivare a un paradossale scambio delle parti tra i due, pretesto per ripercorrere in modo insolito le relazioni contraddittorie e però intense tra intellettuali e potere, lavorando di fantasia ma al contempo ricostruendo con precisione e sottigliezza di sfumature un'epoca complessa e del tutto particolare come quella degli anni Trenta nell'Unione Sovietica: l'amica che ha visto lo spettacolo con me ha commentato, acutamente, che gli autori sono riusciti a condensare, e gli interpreti a rendere, in poco più di due ore (che peraltro sono volate via senza un momento di noia) e in maniera comprensibile a chiunque, quanto con impareggiabile maestria era riuscito a Enzo Bettiza nel suo romanzo I fantasmi di Mosca, specie nella seconda parte, La confessione di Sveto, in svariate centinaia di pagine. Il sipario si apre con luci stroboscopische che illuminano un anziano uomo in divisa e mostrine rosse con grossi baffi che ne insegue uno più giovane e macilento attorno a un tavolo, e sta per afferrarlo quando quest'ultimo si risveglia in preda al panico nel suo appartamento condiviso a Mosca: si tratta di Mikhail Bulgakov e siamo nel 1938, nel periodo culminante delle purghe staliniane e dei celebri processi e, in occasione del sessantesimo compleanno del dittatore georgiano, uno zelante funzionario della polizia segreta (NKVD) propone a Bulgakov di scrivere una agiografia del giovane Josif Dzugasvili che lui stesso avrebbe messo in scena in cambio della promessa di non intralciare la rappresentazione dello spettacolo su Molière a cui teneva tanto, nonché di porre fine alle minacce all'amata moglie Helena. Lo scrittore, peraltro con un passato di medico, oggetto per tutta la vita delle attenzioni della censura ma che grazie alla benevolenza di Stalin, che aveva una predilezione per lui, non era mai incorso in guai più seri che ne mettessero in pericolo l'esistenza (anche se gli fu vietato espatriare o solo ottenere un permesso di visitare i suoi famigliari all'estero), per tutti gli artisti un paladino della libertà e critico del regime, che aveva in varie occasioni messo alla berlina nelle sue opere, in effetti era stato più volte tentano di scrivere una biografia di Stalin, un personaggio così possente da cui era comunque affascinato, tanto da intrattenere con lui uno scambio epistolare, il quale a sua volta aveva un debole per il dissacrante letterato e artista, manifestato in più occasioni: è qui che Hodge si immagina che sia il dittatore stesso a fare ripetutamente visita a Bulgakov, a cui manca l'ispirazione, e a mettersi alla tastiera e battere a macchina la storia della sua gioventù rivoluzionaria, mentre lo scrittore cerca a sua volta di entrare nella testa dell'uomo di potere, per cercare di capire come riesca a padroneggiare i meccanismi di governo, così complessi che lui stesso si rende conto che ci vuole una mente "mostruosa" per riuscirci. Un rapporto ambiguo tra i due uomini, dunque, come ambigui, da sempre, sono i rapporti tra potere e cultura: del resto anche nelle corti feudali il ruolo del giullare era fondamentale e sacro. Lo spettacolo, intervallo a parte, scorre senza soluzione di continuità con una fluidità, coerenza e semplicità encomiabili nonostante la complessità del meccanismo, che prevede anche il teatro nel teatro. Una splendida compagnia di quattordici elementi, all'altezza della tradizione dei Filodrammatici, dove Amadio a Maccioppi, rispettivamente Bulgakov e Stalin, spiccano grazie al peso specifico personaggi che interpretano, ma dove anche tutti gli altri non sono dei semplici comprimari ma protagonisti. Sala Shakespeare colma, una caldissima accoglienza e un successo meritato.

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