martedì 9 dicembre 2008

Malacca, lo stretto dei pirati


Lungofiume di MalaccaMELAKA - O Malacca, da cui prende il nome il famoso e cruciale stretto fra la penisola malese e Sumatra, che si trova esattamente a metà della rotta che congiunge la Cina all'India, crocevia di traffici di ogni genere ora come seicento anni fa, quando vi fu fondato il più potente impero malese. Ci sono arrivato ieri da Singapore,  seguendo le tracce di Parameswara, un principe hindu rinnegato che proveniva da un piccolo regno nel Sud di Sumatra, il quale aveva reso indipendente dall'impero dei Majapahit di Giava. Un secessionista e un pirata a tutti gli effetti: inseguito dai giavanesi, si era rifugiato a Tamasek e fu lui a cambiarne il non in Singapore, la città del Leone. Accolto dal re locale, lo accoppò una settimana dopo, prese possesso della città e da lì continuò le sue scorrerie finché i siamesi, di cui Tamasek era vassalla, si mosserò per bloccarlo. Si rifugiò dall'altra parte del braccio di mare, individuando nel villaggio di pescatori di Melaka un altro punto nevralgico per controllare lo stretto, e un porto naturale ideale, per la profondità delle sue acque. Infine, si offrì tributario dell'imperatore cinese Ming, che proprio in quell'epoca, 1400 e dintorni, aveva incoraggiato spedizioni per individuare nuove rotte verso Occidente. E Malacca divenne il porto dove le giunche cinesi incociavano i navigli degli altri grandi commercianti dell'area: gli indiani. Poi arrivarono i portoghesi, intenzionati a soppiantare i veneziani nel commercio delle spezie, che questi si procuravano dagli arabi che a loro volta le compravano dagli indiani: a Malacca. I "portugis", come li chiamano qui (ci sono ancora loro discendenti diretti in un sobborgo della città), avevano costruito una serie di forti per  controllare la rotta fino alle Molucche, da dove arrivavano le spezie, e approfittando di un pretestuoso attacco alla loro flotta conquistarono Malacca, fortificandola, nel 1511: di A' Fortuna, questo il nome del manufatto, rimane oggi uno spunzone ad eterna memoria perché venne distrutto dagli inglesi trecento anni dopo. In mezzo vi furono gli olandesi, i "belanda" nell'idioma locale, di cui probabilmente rimangono le tracce più consistenti nella eterogenea architettura della città, il cui dominio seguì per un secolo e mezzo quello di 130 anni dei lusitani, ma che sottovalutarono l'importanza strategoica della città privilegiando Batavia, l'odierna Giacarta, che rimase il punto di partenza dei loro interessi sullo scacchiere Sud-Est asiatico. Nel 1941, ingolositi dalla sua posizione startegica, arrivarono i giapponesi del miitico generale Yamashita, che presero di sorpresa le gaurnigioni britanniche, sbarcando a Kota Bharu nelle stesse ore in cui stavano bombardando Pearl Harbour, e le polverizzarono, stabilendosi qui e a Singapore. Con questo bel po' di storia alle spalle, non stupisce che Melaka faccia parte delle Città Patrimonio dell'Umanità protette dall'Unesco. La città oggi è un porto di medie dimensioni e un centro vivace, dove la multietnicità è, se possibile, ancora più marcata che a Singapore e dove il passato ha lasciato le sue tracce non soltanto nell'architettura del centro strorico ma nel carattere di tutto l'agglomerato urbano, così come negli usi, nella gastronomia, negli oggetti: numerosi i negozi di antiquariato, intenendo quello autentico e non quello ad uso turistico. Il gruppo cinese è quello più organizzato e potente, come spesso accade, e anche qui è ancora viva, e non ha quindi bisogno di particolare protezione come nella vicina Città Stato, la cultura peranakan, ossia sino-malese (detta anche baba-nonya, dai nomi riservati ai discendenti, rispettivamente maschi e femmine, di questi matrimoni misti). E' stupefacente poi vedere come convivono, è il caso di dirlo, a pochi metri di distanza, talvolta un tempio di fronte all'altro, il muezzin con il bonzo e coi suonatori di tamburi indù; nonostante la presenza in pieno centro della Chiesa di Cristo, in fianco allo Stadthuys (municipio,chiaramente olandese) e quella di Francesco Saverio, anche lui in azione da queste parti, gli unici a non vedersi in giro sono gli intonacati cattolici. Nemmeno adesso cnella prossimità  delle feste natalizie. Come loro ci sono ma non si vedono i pirati: se il porto non ha più l'importanza di un tempo, ci sono loro a tenere sotto controllo le attività nello Stretto, adesso come seicento anni fa. Mentre quelli attivi in Somalia son o un fenomeno recente, questi sono endemici, forse meno spettacolari ma incredibilmente efficienti. Dei veri professionisti.

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